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La fine del conflitto curdo-turco? L’appello storico di Abdullah Öcalan

Il leader imprigionato del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), Abdullah Öcalan, il 27 febbraio 2025, ha lanciato un appello che potrebbe segnare la fine di uno dei conflitti più lunghi e sanguinosi della storia contemporanea. Dopo settimane di attese, il leader curdo ha chiesto al suo movimento di deporre le armi e sciogliersi. Il suo messaggio, che ripercorre la storia del PKK e la sua evoluzione politica, evidenzia la trasformazione della lotta curda da una questione separatista a una ricerca di autonomia all'interno di un sistema democratico. Öcalan ha sottolineato che le condizioni che avevano portato alla creazione del PKK negli anni ‘70, tra cui la negazione dell'identità curda, non esistono più, e che la fine della “modernità capitalista” ha reso obsoleta la giustificazione di un conflitto armato. Inoltre, ha affermato che la necessità di una “società democratica” è ormai inevitabile.

Il leader imprigionato del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), Abdullah Öcalan, il 27 febbraio 2025, ha lanciato un appello che potrebbe segnare la fine di uno dei conflitti più lunghi e sanguinosi della storia contemporanea. Dopo settimane di attese, il leader curdo ha chiesto al suo movimento di deporre le armi e sciogliersi. Il suo messaggio, che ripercorre la storia del PKK e la sua evoluzione politica, evidenzia la trasformazione della lotta curda da una questione separatista a una ricerca di autonomia all’interno di un sistema democratico. Öcalan ha sottolineato che le condizioni che avevano portato alla creazione del PKK negli anni ‘70, tra cui la negazione dell’identità curda, non esistono più, e che la fine della “modernità capitalista” ha reso obsoleta la giustificazione di un conflitto armato. Inoltre, ha affermato che la necessità di una “società democratica” è ormai inevitabile.

Il suo appello segna, dunque, un tentativo di superare l’era delle armi per abbracciare la politica, spingendo verso una “società democratica” come unico futuro per il movimento curdo. Questo cambiamento di rotta arriva in un momento storico, quando la Turchia sta affrontando la sfida di trovare un equilibrio tra i suoi interessi nazionalisti e la richiesta di maggiore autonomia da parte della popolazione curda. Come affermato da Al Jazeera, un successo in questo processo di pace potrebbe essere considerato uno degli eventi più trasformativi nel Medio Oriente, ridisegnando le relazioni turco-curde e portando alla stabilizzazione della regione.

Le reazioni al nuovo appello: il ruolo di Erdoğan e Bahçeli

La risposta turca è stata divisa, ma in generale, il governo ha visto l’appello di Öcalan come una possibilità per chiudere un capitolo doloroso della storia turca. Devlet Bahçeli, alleato di Erdoğan e leader del MHP (Partito del Movimento Nazionalista), ha accettato positivamente l’iniziativa, sottolineando che l’auto-scioglimento del PKK sarebbe un passo cruciale per eliminare il “terrorismo” dalla Turchia. Tuttavia, come riportato da Middle East Eye, Ankara rimane scettica riguardo a ciò che il PKK otterrà in cambio di questa cessazione della violenza, con molti politici curdi che si chiedono se ci sarà una reale amnistia per i combattenti e un miglioramento dei diritti.

Il ruolo dell’Italia nella storia di Öcalan: le pressioni internazionali

La vicenda di Abdullah Öcalan ha anche avuto un’importante dimensione italiana. Nel 1998, il leader curdo arrivò in Italia, dopo essere stato cacciato dalla Siria, e fu arrestato a Fiumicino dalla polizia italiana. L’episodio suscitò un’immediata crisi diplomatica, con la Turchia che chiedeva la sua estradizione, e gli Stati Uniti che, attraverso il presidente Clinton, chiedevano alla politica italiana di rivedere la sua posizione. Il governo di Massimo D’Alema, in carica all’epoca, si trovò al centro di una tempesta diplomatica, rifiutando di estradare Öcalan sulla base del principio costituzionale italiano che proibisce l’estradizione verso paesi dove esiste il rischio di pena di morte. Come riporta il Manifesto, nonostante le forti pressioni, l’Italia garantì a Öcalan un periodo di protezione, un’azione che alimentò la consapevolezza sulla causa curda e rafforzò i legami tra la politica italiana e il movimento curdo.

Implicazioni per la Siria e il rifiuto delle SDF

Mentre l’Appello di Öcalan è stato accolto positivamente dalla comunità internazionale, la situazione in Siria si presenta più complessa. Le Forze Democratiche Siriane (SDF), alleate con gli Stati Uniti nella lotta contro lo Stato Islamico, hanno già chiarito che non accetteranno l’appello di Öcalan, in quanto riguarda esclusivamente il PKK e non le loro forze. Come ha precisato il comandante delle SDF, Mazloum Abdi, in una dichiarazione su X, le SDF non sono parte di questa negoziazione, poiché si considerano un’entità separata e impegnata nella difesa dell’autonomia del nord-est della Siria. Tuttavia, come fa notare l’Economist, questo rifiuto potrebbe complicare ulteriormente il processo di pace, poiché la Turchia considera le SDF un’estensione del PKK e continua a minacciare azioni militari contro di loro.

Il futuro del processo di pace e la difficoltà del negoziato

Gli esperti sono cauti sull’efficacia a lungo termine di questo processo di pace. L’Orient-Le Jour sottolinea che, sebbene l’iniziativa di Öcalan rappresenti una speranza per il futuro, la vera sfida sarà garantire che il PKK e le sue formazioni affiliate accettino il disarmo in modo definitivo. Inoltre, il rischio che alcune fazioni più radicali del PKK si oppongano alla dissoluzione rimane un ostacolo significativo. Le forze curde hanno una lunga tradizione di resistenza, e la strada verso un disarmo completo potrebbe incontrare delle difficoltà pratiche, in particolare in regioni come il Qandil nel nord dell’Iraq, dove molti combattenti del PKK sono ancora attivi. Non di meno, l’annuncio di Öcalan è stato accolto con favore da più parti. Stephane Dujarric, portavoce del Segretario generale delle Nazioni Unite, ha dichiarato alla testata curda Rudaw che la richiesta di scioglimento del PKK rappresenta “un vero spiraglio di speranza”, lasciando intravedere possibili sviluppi positivi nello scenario regionale.

Le incognite politiche e le possibili concessioni

Un’altra grande incognita riguarda le possibili concessioni che la Turchia potrebbe fare ai curdi in cambio della fine della violenza. Secondo Al Monitor, Erdoğan, che cerca di ottenere supporto per modificare la Costituzione e potenzialmente ricandidarsi nel 2028, potrebbe utilizzare questo processo per consolidare il suo potere, sfruttando la fine del conflitto con il PKK per guadagnare terreno tra i nazionalisti e i curdi moderati. Tuttavia, precisa ancora l’Economist, qualsiasi accordo dovrà affrontare le resistenze interne sia tra i curdi che nel governo turco. Infatti, ad Ankara alcuni vedono la fine del PKK come una condizione necessaria per il rilancio della stabilità, ma non sufficientemente remunerativa senza un accordo completo sulle autonomie politiche e culturali. 

Un futuro incerto per i curdi del Medio Oriente

L’appello di Abdullah Öcalan rappresenta una svolta significativa per la politica curda, ma la sua riuscita dipenderà da numerosi fattori esterni e interni. Le difficoltà pratiche di implementare un disarmo, la posizione delle SDF in Siria, e le risposte delle fazioni interne al PKK sono solo alcuni degli ostacoli che potrebbero compromettere questo processo. Tuttavia, come osservato su X da Joshua Landis, esperto di politica siriana, questa iniziativa ha il potenziale per trasformare le dinamiche geopolitiche in Medio Oriente, sebbene sia ancora troppo presto per parlare di una pace definitiva.

Alessio Zattolo – PhD Student

Coordinamento a cura di Ciro Sbailò

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