Tunisia: strutture fluide in un mondo ‘trasfigurato’. Quo vadis?
- 27 Marzo 2025

È quasi trascorso un semestre dalla (non) sorprendente rielezione del Presidente tunisino Kaïs Saïed. Sei mesi, da quel 6 ottobre 2024, che suggeriscono di redigere un bilancio, in un contesto globale sensibilmente – e, forse, profondamente e irrimediabilmente – trasfigurato. Nelle categorie e nelle ‘strutture’: letteralmente, forgiato al di là delle ‘forme’.
Se, come acutamente notato, non soltanto le dinamiche (meso e micro) appaiono, ormai, sfuggenti, opache e ‘liquide’, ma le strutture stesse sono soggette a un continuo divenire – a diventare sempre altro – il contesto tunisino sembra ruotare attorno a un ordine costituito. Tra elementi di continuità, questo si riconferma nei suoi tratti peculiari, pur non esente, anch’esso, da una certa fluidità. Delle fonti, dei poteri, degli equilibri.
Secondo snodi simbolici, così come nel 2022 la Costituzione era stata scolpita, oltre le strutture formali, a ‘figura’ presidenziale, decretando nel panorama globale un nuovo modello di iper-presidenzialismo, del pari, in vista dell’appuntamento elettorale dello scorso autunno, tanto la legge elettorale, quanto gli organi preposti alla procedura hanno subìto repentine modifiche, in linea con una certa tendenza che vede affermarsi, trasversalmente e con convergenze ‘comparatistiche’, esecutivi sbilanciati e ipertrofici.
Come ‘nodi’ in una complessa e fitta rete di relazioni, non più prevedibili, né pre-figurabili, gli interventi di Kaïs Saïed si sono succeduti talvolta annunciati, talaltra inaspettati. In simile scenario, se il forte controllo sull’Instance Supérieure Indépendante pour les Elections (ISIE) si inscriveva, coerentemente, in un sistema di compressione di nomine e composizioni, appiattite nella ‘linea’ presidenziale, la sottrazione della competenza al Tribunale Amministrativo è apparsa ‘oltre’, le regole, l’architettura elettorale, la forma e la procedura. In modo non dissimile, ad esempio, la legislazione in materia di cybercrimes (decreto n. 54 del 2022) è stata (ab)usata contro gli oppositori, per critiche anti-governative pubblicate sui social media, restringendo ulteriormente il campo della ‘legittima’ dialettica democratica, ma al contempo ampliando il margine di manovra della ‘grazia’ presidenziale (art. 99, Cost.), attraverso la quale, nel luglio del 2024, più di mille dissidenti sono stati rimessi in libertà.
Analogamente, nel momento in cui si scrive, è stato appena licenziato il Primo Ministro Kamel Maddouri, il terzo dell’ultimo triennio, secondo uno schema ormai rodato, considerando il rimpasto governativo di diciannove ministri occorso alla fine di agosto, quasi in concomitanza con le nuove elezioni presidenziali di ottobre. D’altro canto, esso si era già riproposto, in seguito, allora, al rifiuto di un rimpasto del gennaio 2021, e alla destituzione di Hichem Mechichi nel luglio dello stesso anno, là dove le strutture costituzionali apparivano tanto ‘compromesse’, quanto oramai fisse nella loro precarietà. Variabili di un modello – e di un mondo – (im)prevedibile.
Giova notare, peraltro, come questi eventi si inseriscano in una congiuntura tunisina segnata da una forte crisi economica, da un circuito politico sfibrato, dalla (inefficace?) gestione dei flussi migratori sub-sahariani in crescente tensione – soprattutto rispetto alla violazione degli standard in materia di diritti fondamentali e la solo parziale compliance con il MoU – con un’Europa già, a sua volta, in sofferenza, di fronte a dilemmi e a interrogativi ‘esistenziali’.
Indici, tutti, di una ‘tempesta perfetta’, alla luce della costante trasformazione del quadro internazionale, in cui le geometrie dei ‘conflitti’ variano nei luoghi, negli scenari, nelle cause. Anche in Tunisia, in ogni caso, il momento elettorale ha rappresentato la cristallizzazione di degradazioni e regressioni costituzionali, in cui la ‘norma’ è costituita da figure presidenziali ‘imperiali’, dalla rivalutazione dell’establishment – nei suoi più diversi significati – nonché da risposte (e narrazioni) ‘muscolari’ nella contesa (geo)politica internazionale. E in cui le Nazioni, sovente, si definiscono ‘internamente’, come un nodo, appunto, declinato al singolare in uno sfondo esterno globale e plurale.
Da verificare, adesso, il luogo in cui la Tunisia sceglierà di collocarsi, tra passati toni anti-imperialisti verso il Fondo Monetario Internazionale – di cui è piuttosto ‘debitrice’ –, fratture con la governance regionale africana – con istanze identitarie antagoniste – relazioni altalenanti con le sponde del Mediterraneo – di cui dovrebbe essere privilegiata interlocutrice.
Quo vadis?
Giovanna Spanò, Borsista Unipi


