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Dal Bangladesh all’Italia attraverso l’Africa: le rotte migratorie asiatiche

Dall’inizio del 2025 il Bangladesh occupa il primo posto tra i paesi di origine degli immigrati arrivati irregolarmente via mare in Italia: 3.331 su un totale di 9.056. Un primato che colpisce, ma non stupisce perché, secondo i dati resi noti dal Ministero dell’Interno (https://www.interno.gov.it/it/stampa-e-comunicazione/dati-e-statistiche/sbarchi-e-accoglienza-dei-migranti-tutti-i-dati), conferma un trend in atto da diversi anni. Non è un caso che la comunità di bangladesi in Italia è una delle più numerose dell’Unione europea. Storicamente, le rotte dei bangladesi sono le medesime dei cittadini pachistani ed afghani, sebbene il viaggio sia certamente più lungo e difficoltoso rispetto a quello di chi giunge direttamente dall’Africa.

Dall’inizio del 2025 il Bangladesh occupa il primo posto tra i paesi di origine degli immigrati arrivati irregolarmente via mare in Italia: 3.331 su un totale di 9.056. Un primato che colpisce, ma non stupisce perché, secondo i dati resi noti dal Ministero dell’Interno (https://www.interno.gov.it/it/stampa-e-comunicazione/dati-e-statistiche/sbarchi-e-accoglienza-dei-migranti-tutti-i-dati), conferma un trend in atto da diversi anni. Non è un caso che la comunità di bangladesi in Italia è una delle più numerose dell’Unione europea.  Storicamente, le rotte dei bangladesi sono le medesime dei cittadini pachistani ed afghani, sebbene il viaggio sia certamente più lungo e difficoltoso rispetto a quello di chi giunge direttamente dall’Africa.

L’immigrazione dal Bangladesh all’Italia ha seguito percorsi diversi nel tempo. La prima generazione di migranti, arrivata tra gli anni ’90 e il 2000, comprende principalmente due gruppi: da un lato, giovani celibi con un buon livello di istruzione, motivati dalla possibilità di migliorare il proprio status sociale, sebbene spesso impiegati in lavori poco qualificati; dall’altro, uomini più maturi con famiglie da mantenere in patria. Nonostante le differenze di origine ed esperienza migratoria, la maggior parte è entrata in Italia in modo irregolare, attraversando prima l’Europa orientale o il Medio Oriente.

Tra le principali traiettorie migratorie, una delle più battute prevede il passaggio attraverso la Russia e l’Europa dell’Est. Questo percorso, preferito dai migranti più abbienti, implica l’ingresso nei Paesi dell’ex Unione Sovietica con un visto regolare, seguito da un accesso irregolare nell’Unione Europea. Il flusso è influenzato dai rapporti diplomatici tra il Bangladesh e la Russia e dalle politiche di allargamento dell’Unione Europea, che hanno reso più complesso ottenere visti di ingresso.

Un’altra rotta segue il tragitto attraverso il Nord Africa e il Mediterraneo. Sebbene sia economicamente più accessibile, è anche la più pericolosa. Molti migranti, privi di altre alternative, affrontano viaggi estenuanti fino alla Libia per poi tentare la traversata del Mediterraneo. Questo percorso è tristemente noto per la “Mediterranean boat tragedy” del 2004, in cui 26 giovani bangladesi persero la vita nel tentativo di raggiungere la Spagna dal Marocco.

Negli ultimi anni, ha acquisito maggiore popolarità un’altra rotta che attraversa il Pakistan e l’Iran, giungendo in Turchia e proseguendo poi verso l’Europa attraverso la Grecia o i Paesi di recente ingresso nell’Unione Europea. Questo percorso è diventato più praticato anche a seguito dell’ingresso nell’UE di Malta e Cipro, che hanno reso più accessibile il transito via terra (https://www.istitutoeuroarabo.it/DM/traiettorie-e-mobilita-della-migrazione-bangladese-in-italia/) .

Recentemente si sono registrate anche partenze dalla Tunisia.

 La ricostruzione classica dei motivi dell’immigrazione è rimessa alla narrazione dei fenomeni push e pull.

I fattori d’immigrazione internazionali sono il risultato di fattori strutturali che, a livello planetario, dipendono dall’assetto economico, politico e sociale dei paesi di origine e di quelli di arrivo, influendo sull’ambiente, sui costumi, sugli stili di vita e sui rapporti umani.

L’analisi dei fattori di spinta e dei fattori d’attrazione diventa allora determinante per iniziare ad analizzare i motivi di un movimento migratorio.

Nel caso del Bangladesh, i fattori di spinta che inducono i cittadini a migrare sono stati ricostruiti nella povertà e nella mancanza di opportunità economiche, nella sovrappopolazione del paese e nei disastri naturali determinati dalle inondazioni e dai monsoni, che causano gli sfollamenti.

Mentre i fattori attrattivi per il nostro Paese sono stati sempre ricostruiti in termini di rimesse inviate dai migranti ai loro familiari, rese più appetibili dalla presenza di comunità di migranti bangladesi ben integrati nel tessuto sociale e più numerose che in altri paesi.

La ricostruzione del fenomeno migratorio bangladese nel suo incremento del primo trimestre fa sorgere tuttavia una riflessione ulteriore rispetto a un dato che non si verificava in maniera così rilevante nei numeri dal 2019.

Uno ulteriore motivo su cui bisogna riflettere emerge allora dall’analisi della crisi politica che sta attraversando il paese.

Nell’ultimo trimestre del 2024, il Bangladesh è infatti scosso da una profonda crisi politica.

Il 6 agosto 2024 è stato sciolto il Parlamento del Bangladesh, e la leader Sheikh Hasina, figura centrale nel suo Paese in quanto leader della Lega Popolare Bengalese, è fuggita in India a causa delle sommosse che hanno interessato il Paese e che hanno portato alla liberazione della leader dell’opposizione Khaleda Zia.

Sheikh Hasina, fin dagli anni ’70, quando aveva solo 25 anni, è diventata figura centrale della politica del Paese in quanto figlia di Sheikh Rahman, primo presidente dell’indipendenza bengalese. Dopo lo sterminio della sua famiglia nel colpo di Stato del 1975, quando salì al potere il Partito Nazionalista del Bangladesh, guidato dal generale Ziaur Rahman, divenne una grande oppositrice del governo autoritario dei generali, che si caratterizzava per essere ispirato al fondamentalismo islamico, in contrapposizione con l’idea di uno Stato laico, introdotto dal padre.

Sheikh Hasina è stata il primo ministro più longevo della storia del Bangladesh, dopo aver ricoperto l’incarico per più di due decenni, e nel 2020 è stata considerata una delle 100 donne più potenti del mondo.

Sotto il suo governo, il Bangladesh ha conosciuto, soprattutto nell’ultimo decennio, uno sviluppo economico importante, che lo ha visto diventare uno dei centri mondiali della produzione tessile. Tuttavia, la crisi economica e le situazioni di sfruttamento del lavoro hanno fatto sì che il suo governo si trasformasse sempre di più in una forma dittatoriale, osteggiata dagli oppositori, che hanno trovato tra i loro leader esponenti del movimento studentesco “Students Against Discrimination”, il quale ha portato a un clima di guerra civile, caratterizzato da numerosi scontri di piazza.

A seguito di questi eventi, il presidente Mohammed Shahabuddin ha sciolto il Parlamento e ha nominato Muhammad Yunus “Chief Adviser”, capo del governo per tre mesi, in modo da guidare il Paese pacificamente alle nuove elezioni

Da diverso tempo l’immagine di Sheikh Hasina era cambiata, così come il suo governo: da simbolo della democrazia, derivante dal suo impegno contro le dittature militari in Bangladesh, era diventata una leader sempre più autoritaria, e secondo i suoi oppositori, ma anche secondo diverse organizzazioni internazionali, una delle principali minacce al sistema democratico del paese.

Al fine di garantire elezioni democratiche ed evitare ulteriori scontri nel Paese, è stata liberata l’oppositrice Khaleda Zia, e il primo ministro ad interim è guidato da Muhammad Yunus.

Muhammad Yunus, premio Nobel e attuale capo del governo ad interim del Bangladesh, ha indicato il 2025 come possibile data per le prossime elezioni, a condizione che vengano attuate le necessarie riforme elettorali. L’annuncio è arrivato durante un discorso televisivo tenuto in occasione del 53° anniversario dell’indipendenza del Paese dal Pakistan.

Un ruolo chiave nella sua destituzione lo ha giocato il capo dell’esercito, il Generale Waker-uz-Zaman, il quale, rifiutandosi di schierare le forze armate in difesa del governo durante le manifestazioni, ha di fatto accelerato l’uscita di scena di Hasina.

Nel mese di settembre, lo stesso generale ha dichiarato a Reuters che la democrazia dovrebbe essere ripristinata entro un periodo compreso tra 12 e 18 mesi. Una linea condivisa anche da Yunus, che nel suo intervento ha sottolineato l’importanza di un processo elettorale trasparente e condiviso.

Sostiene il Premier ad interim che “Se c’è consenso politico e la lista degli elettori viene preparata accuratamente con solo piccole riforme, potrebbe essere possibile tenere le elezioni entro la fine del 2025”. Tuttavia, l’84enne leader non ha escluso che il percorso possa richiedere più tempo: “Se sono necessarie ulteriori riforme, e tenendo conto del consenso nazionale, potrebbero essere necessari almeno altri sei mesi”.

Le opposizioni, con in testa il Partito Nazionalista del Bangladesh – rivale storico della Lega Awami, il partito di Hasina – continuano a chiedere elezioni immediate, denunciando il rischio di un eccessivo prolungamento della transizione politica.

Nel frattempo, il Bangladesh si trova ad affrontare una fase delicata, in cui l’equilibrio tra stabilità politica e richieste di riforme sarà determinante per il futuro del Paese.

Il Bangladesh è oggi una delle economie più dinamiche dell’Asia, con un Prodotto Interno Lordo cresciuto del 6,4% tra il 2016 e il 2021 e previsioni di un ulteriore aumento del 4,5% nel 2024 e del 6% nel 2025. Tuttavia, questa impressionante espansione porta con sé un’insidia: nel 2026, il Paese uscirà dalla lista dei “Paesi meno sviluppati” (LDC), perdendo così l’accesso preferenziale ai mercati internazionali.

Un traguardo che, paradossalmente, rischia di frenare proprio quel progresso che lo ha reso possibile. L’industria tessile, settore chiave dell’economia e responsabile dell’82% dell’export, potrebbe subire un duro colpo, poiché le agevolazioni commerciali con Europa, Canada e Stati Uniti verranno meno.

Il paradosso del Bangladesh risiede nel fatto che se il miglioramento economico è evidente, la qualità della vita non è migliorata per tutti. Il costo della vita è in forte crescita e le disuguaglianze si sono accentuate: mentre il coefficiente di Gini è aumentato nelle città, segnalando una maggiore disparità di reddito, nelle aree rurali il calo è stato più contenuto. Nel 2020, il 24,6% della popolazione si trovava in condizioni di nuova povertà, pur superando la soglia ufficiale della povertà estrema.

A rendere il quadro ancora più complesso è l’inflazione, che ad aprile 2024 ha toccato il 9,2%, e l’insicurezza economica che colpisce milioni di lavoratori privi di risparmi e tutele. Basta un imprevisto, come la perdita del lavoro o una malattia, per precipitare nuovamente nella povertà estrema.

Oltre ai fattori economici, il Bangladesh deve affrontare le consuete sfide ambientali e sociali di enorme portata. Gli effetti del cambiamento climatico sono sempre più devastanti: siccità, tifoni e alluvioni colpiscono con maggiore intensità, e si stima che entro il 2050 un abitante su sette sarà un profugo climatico.

A questo contesto si aggiunge la questione dei profughi Rohingya, ovvero oltre un milione di persone in condizioni di estrema precarietà, che rappresenta una crisi umanitaria con forti ripercussioni economiche e sociali.

Il Bangladesh è dunque a un bivio: la crescita economica ha portato sviluppo, ma ha anche messo in luce fragilità strutturali che potrebbero compromettere i progressi ottenuti.

Con l’ulteriore aumento delle migrazioni verso l’Europa e, in particolare, il nostro Paese. Sul piano securitario, i recenti sviluppi in materia di lotta all’immigrazione, che vedono una rinnovata intesa tra i Paesi dell’Unione Europea, dovranno essere monitorati sul piano diplomatico. Anche questa crisi, proveniente da una parte tanto lontana del mondo, se non verrà gestita adeguatamente, potrebbe trasformarsi in una nuova e imprevista emergenza.

Aldo Valtimora

con la collaborazione delle alunne del corso di laboratorio di prima accoglienza dei migranti:

Martina Mariani, Lucrezia Oddi e Lisia Petrini. 

Coordinamento a cura di Ciro Sbailò

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