West Bank: nuova “operazione antiterrorismo” di Israele
- 15 Dicembre 2025
In Medio Oriente la violenza non si placa
L’attenzione mediatica internazionale sul Medio Oriente nel periodo successivo al 7 ottobre 2023 si è concentrata prevalentemente sulla Striscia di Gaza, area devastata dalla guerra.
Nonostante l’accordo per il cessate il fuoco, gli scontri non accennano a diminuire.
Tuttavia anche la Cisgiordania occupata, di cui si discute molto meno, rappresenta una situazione di grave crisi che ha raggiunto livelli di violenza senza precedenti, escalation principalmente causata da attacchi crescenti a opera dei coloni e dall’espansione territoriale dei militari israeliani, che portano avanti massicce operazioni di insediamento, obbligando i palestinesi allo sfollamento forzato e a violenze inaudite, aggravando inoltre la crisi economica che sta mettendo in ginocchio l’intera West Bank.
La nuova operazione antiterrorismo di Israele
Il 26 novembre scorso poco dopo la mezzanotte, in una missione congiunta tra le forze di difesa israeliane, che ha visto coinvolti esercito, polizia e servizi di sicurezza interna, è stata lanciata una nuova e “ampia operazione antiterrorismo” che Israele dichiara essere finalizzata a impedire il radicamento di nuove roccaforti terroristiche nell’area della Cisgiordania settentrionale della “Samaria” (il termine biblico israeliano per indicare una parte della Cisgiordania). L’operazione è iniziata con attacchi aerei per delimitare la zona, seguiti da incursioni a terra di un gran numero di soldati israeliani con veicoli blindati. Il quotidiano Haaretz riferisce che l’esercito israeliano ha avvertito la popolazione tramite dei volantini che recitavano “se non cambiate questa situazione, agiremo come abbiamo fatto a Jenin e Tulkarem”, riferendosi alle due città prese di mira nella precedente offensiva israeliana iniziata a gennaio e che ha visto coinvolti i campi profughi palestinesi causando ingenti danni e costringendo le comunità ad abbandonare il territorio.
Secondo Al Jazeera, Israele ha fatto irruzione impedendo, già alle prime luci del giorno, qualsiasi accesso alle strade, mentre portava avanti offensive con gli elicotteri Apache. Le forze di terra hanno poi avviato perquisizioni a tappeto casa per casa e sequestrato edifici in molte città.
Mentre Israele giustifica tale operazione come un lecito atto difensivo, il Governatore di Tubas, Ahmed Assad, sostiene che il suo reale interesse sarebbe la posizione geografica del territorio, stanziata nei pressi della valle del Giordano. Oltre al già presente coprifuoco militare, è stata predisposta la chiusura di scuole e di altre istituzioni pubbliche, congiuntamente con l’attivazione della legge di emergenza in tutto il governatorato. Non poche sono state le difficoltà sanitarie, con limitate possibilità per ambulanze e personale medico di operare. Hamas e il Movimento dei Mujaheddin Palestinese, hanno fortemente denunciato la recente operazione, dichiarando che le azioni israeliane rivelino “la portata dei crimini sistematici perpetrati dal governo estremista di occupazione”, sostanzialmente ritengono che tali recenti sviluppi rientrino in un quadro più ampio che mira alla “pulizia etnica” del territorio e rispecchiano i “piani di annessione e sfollamento in corso, tramite cui l’occupazione cerca di trasformare le città e i villaggi della Cisgiordania in aree assediate e frammentate”.
La grave situazione umanitaria
In questo quadro di estrema fragilità si è espresso l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Internazionali (OCHA). Solo nel corso di quest’anno sono state 7.500 le incursioni in Cisgiordania, con una media di 47 al giorno e un aumento nell’ultimo mese.
Gli scontri con coloni ed esercito israeliano hanno provocato più di mille vittime palestinesi.
La situazione umanitaria continua a non dare segni di speranza. L’UNRWA, Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati Palestinesi, stima che siano circa 32.000 i rifugiati palestinesi costretti ad abbandonare i campi e tutte le aree circostanti.
A pochi giorni dalla proclamazione israeliana del “nuovo attacco antiterroristico”, le violenze nell’area sono drammaticamente diventate evidenti ed esplicite anche al livello internazionale. In questi giorni ha fatto discutere un video da Jenin che ritrae la brutale esecuzione da parte di soldati israeliani di due palestinesi disarmati.
La denuncia internazionale
Il clima di notevole tensione è aggravato dalla presenza dei coloni israeliani, illegali secondo il diritto internazionale, responsabili di azioni cruente e intimidatorie nei confronti delle comunità palestinesi, soprattutto negli ultimi giorni in occasione della raccolta delle olive. L’HOCA evidenzia che solo nel mese di ottobre sono state 246 le aggressioni da parte dei coloni: è il numero più alto mai registrato dal 2006, anno in cui le Nazioni Unite hanno iniziato a sorvegliare tali episodi. Molti paesi hanno espresso la loro preoccupazioni per quanto sta avvenendo. Francia, Germania, Italia e Regno Unito, i cosiddetti “E4”, hanno fermamente condannato la violenta escalation dei coloni contro i civili palestinesi, invitando il governo israeliano a rispettare gli obblighi nei confronti del diritto internazionale e a non danneggiare i già fragili tentativi di pace.
Si è inoltre fatto riferimento al piano di insediamento E1 – che rappresenterebbe uno strumento decisivo per il controllo territoriale e farebbe sfumare definitivamente la costruzione di un ipotetico futuro stato palestinese.
Nonostante i solleciti della comunità internazionale le aggressioni continuano ad essere all’ordine del giorno. Un’altra è avvenuta nella comunità di Ein al-Duyuk, vicino a Gerico, tra il 30 novembre e il 1° dicembre a opera di coloni mascherati che hanno causato il ferimento di tre attivisti italiani. La reazione è stata di ferma condanna, anche se vi sono stati contrasti all’interno della stessa politica italiana, con critiche rivolte al governo e al ministro degli Esteri Tajani, per non avere espresso una reale posizione di netta e ferma condanna nei confronti di quanto avvenuto ai propri connazionali.
Uno scontro senza fine
Nonostante la recentissima Risoluzione approvata dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu, gli ultimi sviluppi non sembrano quindi andare nella direzione sperata, sia a Gaza sia in Cisgiordania i raid israeliani sono aumentati e nella Striscia si registra una continua violazione del cessate il fuoco oltre a una condizione umanitaria a dir poco disastrosa. In occasione del suo recentissimo viaggio in Medio Oriente anche Papa Leone si è espresso al riguardo: dichiarando che il Vaticano vede la creazione dei due stati come “l’unica soluzione” che possa realmente condurre alla pace e garantire giustizia a entrambe le parti.
Rebecca Viscomi – Collaboratrice Geodi