Il Giappone ha cambiato il modo in cui il mondo deve pensare Taiwan
- 20 Dicembre 2025
Estratto dell’articolo di Yasuyoshi Chiba, Japan has changed how the world must think about Taiwan, per il The New York Times, martedì 2 dicembre 2025.
Una sola parola può incrinare la sicurezza di una grande potenza.
È quello che è successo il mese scorso quando, come riportato da Yasuyoshi Chiba, fotoreporter giapponese e autore dell’articolo in questione, il Primo Ministro giapponese Sanae Takaichi, primo Capo del Governo donna del Paese, ha dichiarato ai parlamentari presenti a Tokyo che un attacco o un blocco cinese contro Taiwan costituirebbe una minaccia alla ‘sopravvivenza’ del Giappone, termine che, secondo la legge giapponese, consentirebbe al Paese di schierare le proprie forze armate all’estero.
Il Primo Ministro Takaichi ha semplicemente detto ad alta voce ciò che è noto da tempo, ovvero che una crisi che coinvolga Taiwan minaccerebbe la sicurezza nazionale del Giappone. Tuttavia, le sue dichiarazioni sono state tra i segnali pubblici più chiari finora in merito al fatto che Tokyo potrebbe aiutare a difendere Taiwan dall’aggressione cinese.
Pechino ha reagito come se Takaichi, una politica conservatrice, avesse dichiarato guerra. I media statali cinesi, sottolinea l’autore dell’articolo, l’hanno descritta e dipinta come colei che ha riportato in auge il linguaggio militarista usato per giustificare l’aggressione del Giappone durante la Seconda Guerra Mondiale; un alto funzionario cinese ha pubblicato quello che equivaleva ad una minaccia online di decapitare il Primo Ministro Takaichi. La Cina, inoltre, ha bloccato alcune importazioni giapponesi, scoraggiato il turismo cinese in Giappone e intensificato il numero delle pattuglie della guardia intorno alle isole rivendicate da entrambi i Paesi.
Pechino, in realtà, attacca regolarmente Tokyo a causa del risentimento persistente nei confronti del passato bellico del Giappone, che include una brutale invasione e occupazione della Cina. Questa volta, tuttavia, la rabbia ha radici più profonde e pericolose: la crescente preoccupazione della Cina che uno dei suoi obiettivi fondamentali, ovvero isolare Taiwan e costringerla a sottomettersi all’unificazione secondo i termini di Pechino, stia sfuggendo di mano.
Per anni, la Cina ha applicato una pressione diplomatica ed economica su Taiwan, accompagnata da esercitazioni militari (quasi) quotidiane e campagne di disinformazione. Queste azioni si fermano appena al di sotto della linea rossa che potrebbe causare il coinvolgimento degli Stati Uniti e dei loro alleati. L’obiettivo della Cina è chiaro: persuadere il popolo di Taiwan che la resistenza è inutile e che l’arresa è l’unico modo per evitare un conflitto disastroso.
Il discorso del Primo Ministro giapponese ha smontato questa logica. Dal momento che il Giappone ospita basi statunitensi che sarebbero fondamentali per qualsiasi risposta all’aggressione cinese, il suo commento funge da avvertimento/minaccia a Pechino che un forte aumento della pressione su Taiwan potrebbe provocare una risposta congiunta degli alleati. Questa prospettiva è profondamente inquietante per Pechino, che da decenni cerca di impedire che la sicurezza di Taiwan sia considerata una responsabilità regionale condivisa.
Il fatto che la dichiarazione di Takaichi sia stata rilasciata proprio ora ha aggravato un’altra preoccupazione ancora più profonda per Pechino.
Infatti, come precisato da Yasuyoshi Chiba, le prossime elezioni presidenziali di Taiwan sono previste per l’inizio del 2028. Se il Partito Democratico Progressista attualmente al potere, che sta resistendo agli ultimatum di unificazione da parte di Pechino, vincesse nuovamente, prolungherebbe un mandato iniziato nel 2016 e, agli occhi di Pechino, consoliderebbe una identità taiwanese distinta e “normalizzerebbe” la sfida dell’isola. Se ciò accadesse, la Cina potrebbe ritenere di non avere altra scelta che esercitare una pressione ancora maggiore su Taiwan.
Ciò non significa che un’invasione sarebbe inevitabile. Tuttavia, la Cina potrebbe essere indotta a limitare gli scambi commerciali con Taiwan – che, nonostante le tensioni in atto, sono estesi ed economicamente vitali per l’isola – e a incrementare gli attacchi informatici alle infrastrutture critiche e le finte manovre militari intorno a Taiwan. Ciò potrebbe aumentare significativamente le probabilità di uno scontro involontario.
Ogni volta che il Partito Comunista Cinese si trova ad affrontare una sfida estera, alimenta l’indignazione nazionalista interna. Il fatto che ciò coinvolga il Giappone, fonte particolarmente infiammabile del risentimento cinese, è assolutamente delicato. “Fomentare” il nazionalismo, come sta facendo ora Pechino, mette il Partito Comunista con le spalle al muro, facendo apparire qualsiasi futuro compromesso con il Giappone come un tradimento della rabbia pubblica che esso stesso ha incoraggiato.
A dimostrazione dell’allarme di Pechino sulla questione, il Presidente della Repubblica Popolare Cinese Xi Jinping ha cercato di creare una frattura tra Washington e Tokyo, appellandosi direttamente a Trump affinché tenesse a freno il Giappone. Trump non sembra aver abboccato all’esca. Secondo il resoconto della telefonata, pare si sia limitato a riconoscere che Washington “comprende” l’importanza di Taiwan per la Cina.
La risposta moderata di Trump e la sua recente approvazione della fornitura di armi aggiuntive per Taiwan per un valore di circa 1 miliardo di dollari sembrano vanificare, almeno per ora, ogni speranza che Pechino possa nutrire di persuadere Trump ad ammorbidire il suo sostegno a Taiwan in cambio della cooperazione cinese sul commercio. Xi Jinping si trova ora di fronte a un connubio che sperava di evitare: un presidente americano che non sembra disposto a sacrificare Taiwan e un leader giapponese disposto ad affermare chiaramente che una crisi potrebbe “intrappolare” il suo Paese.
Questo, sottolinea l’autore dell’articolo, è un momento cruciale per la stabilità regionale. Il Giappone dovrebbe mantenere una posizione ferma e gli Stati Uniti dovrebbero sostenerlo. Se uno dei due dovesse fare marcia indietro, Pechino lo considererebbe una prova che la pressione paga. Ma se Washington, Tokyo e i loro partner segnalassero che la continua coercizione della Cina nei confronti di Taiwan innescherebbe contromisure coordinate, a quel punto potrebbero cambiare i calcoli della Cina, in quanto un’ulteriore escalation potrebbe scatenare un confronto più ampio che Pechino non sarebbe forse in grado di controllare.
Non è stato il Primo Ministro giapponese a creare questa situazione; sono stati anni di incessante coercizione cinese a farlo. La sua osservazione ha semplicemente reso esplicito ciò che era implicito da tempo: se Pechino continua a stringere la morsa su Taiwan, inevitabilmente coinvolgerà anche altre democrazie, in quanto il destino dell’isola ora incide direttamente sulla loro sicurezza.
Piuttosto che fingere che il silenzio manterrà la pace, rendere pubbliche le sfide comuni che devono affrontare i protagonisti di questa situazione, come ha fatto Takaichi, è una strada più sicura (secondo l’autore dell’articolo) verso la stabilità generale.
Lorenzo Romagnoli – PhD Candidate