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La questione israelo-palestinese in Repubblica Ceca: le radici vive e un nervo scoperto

Il 6 ottobre di quest’anno, alla vigilia del secondo anniversario del brutale attacco di Hamas contro Israele, gli studenti di ventinove facoltà delle università ceche hanno esposto la bandiera della Palestina alle finestre dei loro atenei. In risposta a questo gesto molte personalità della cultura hanno scritto una lettera aperta in cui condannano con fermezza l’iniziativa degli studenti come un’espressione di antisemitismo, razzismo e sostegno al movimento terroristico di Hamas.

Il 6 ottobre di quest’anno, alla vigilia del secondo anniversario del brutale attacco di Hamas contro Israele, gli studenti di ventinove facoltà delle università ceche hanno esposto la bandiera della Palestina alle finestre dei loro atenei. In risposta a questo gesto molte personalità della cultura hanno scritto una lettera aperta in cui condannano con fermezza l’iniziativa degli studenti come un’espressione di antisemitismo, razzismo e sostegno al movimento terroristico di Hamas.

Già a giugno nel 2024 il Senato Accademico dell’AVU, l’Accademia delle Belle Arti, aveva approvato le proposte della Camera degli studenti del Senato accademico che erano volte alla cooperazione con l’università palestinese Dar al-Kalima (DAK), all’adesione all’appello Ceasefire e agli appelli di Amnesty International per la protezione della popolazione civile, la garanzia immediata dell’accesso agli aiuti umanitari, la deposizione delle armi da entrambe le parti e al sostegno dei seminari informativi incentrati sul contesto del conflitto israelo-palestinese.

Il rettore dell’Accademia delle Belle Arti che inizialmente aveva sostenuto l’iniziativa degli studenti, ha in seguito cambiato posizione e ha ritirato il proprio sostegno agli studenti.

Gli studenti della FAMU, la facoltà di cinema è considerata una delle più antiche e prestigiose scuole di cinema d’Europa, hanno poi portato avanti uno scambio di lettere aperte per spiegare i motivi della loro manifestazione: una protesta contro il genocidio avvenuto a Gaza. Rifiutavano le accuse dei loro docenti, che spesso li definivano nazisti, antisemiti o terroristi, affermando che la tempistica è legata all’apertura dell’anno accademico per dichiarare in questo modo la solidarietà con quei loro coetanei per i quali nessun semestre di studi avrebbe avuto inizio.

Il gesto degli studenti è un’azione inattesa, dato che la Repubblica Ceca ha un forte legame culturale con Israele. La diaspora ebraica nei paesi cechi risale al X secolo e i monumenti del quartiere ebraico Josefov sono testimoni di quanto Praga fosse diventata un centro fondamentale della cultura ebraica. La capitale ceca viene definita la “Gerusalemme d’Europa”, dopo che questa denominazione era stata attribuita anche a Sarajevo per la convivenza delle sinagoghe, moschee e chiese cristiane nel centro storico della capitale bosniaca.

La Cecoslovacchia, prima della conferenza di Monaco nel 1938, era un paese in cui migliaia di perseguitati, tra cui molti ebrei, in fuga dalla Germania nazista avevano cercato e trovato rifugio. Da qui poi furono organizzati i trasporti collettivi, che erano diretti principalmente in Palestina in cooperazione tra l’Istituzione sociale delle comunità religiose ebraiche, che si occupava dei profughi durante il loro soggiorno in Cecoslovacchia, e l’ufficio palestinese, che rilasciava i certificati di immigrazione in Palestina. Forse il più drammatico dei trasporti legali organizzati da Praga verso la Palestina partì nella notte tra il 14 e il 15 marzo 1939, mentre i territori cechi venivano occupati dall’esercito tedesco. Sul treno viaggiavano anche alcuni intellettuali in gravissimo pericolo, come Max Brod, portando con sé una valigia con i manoscritti dell’allora quasi sconosciuto Franz Kafka.

Dopo la Seconda guerra mondiale la Cecoslovacchia non solo fu uno dei 33 Paesi delle Nazioni Unite a riconoscere Israele, ma svolse anche un ruolo chiave nel garantire l’indipendenza del nuovo Stato supportando il nascente esercito dello Stato ebraico.

Quanto le radici della cultura ebraica continuino a essere salde e profonde in quella ceca anche nella seconda metà del Novecento emerge per esempio dal discorso di Roman Jakobson tenuto nel 1969 a Praga, in cui in cui il celebre linguista dichiara di considerare la lingua ceca la sua vera patria e afferma l’unicità di questo paese nell’accoglienza di popoli perseguitati.

Nel novembre 1988 la Cecoslovacchia socialista fu uno dei primi paesi a riconoscere la Palestina come Stato sulla base di una decisione politica del governo in seguito alla proclamazione dello Stato palestinese e alla risoluzione n. 43/177 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite del 15 novembre 1988. Dopo il crollo del regime del 1989 e al momento della divisione “di velluto” della Cecoslovacchia, la Repubblica Ceca ha riconosciuto tutti gli Stati che erano stati riconosciuti dalla Cecoslovacchia al 31 dicembre 1992.

Il riconoscimento dello Stato di Palestina da parte della Cecoslovacchia non era vincolante per il nuovo Stato ma secondo alcuni giuristi lo è l’atto giuridico di spontanea volontà in un periodo democratico del Consiglio Nazionale Ceco. La Repubblica Ceca e la Repubblica Slovacca avevano un interesse fondamentale ad essere riconosciute dalla comunità internazionale come successori legali della Cecoslovacchia, altrimenti avrebbero perso, ad esempio, lo status giuridico derivante dall’Accordo di Potsdam e con esso la garanzia internazionale della validità dei cosiddetti decreti Beneš.

Tutti i governi cechi dal 1993 hanno avuto un approccio equilibrato al conflitto mediorientale e promosso il processo di pace. A partire dal primo decennio del XXI secolo le relazioni diplomatiche si sono rese più difficili perché le relazioni arabo-israeliane erano al minimo storico e il processo di pace si era interrotto nel 2009. La posizione filoisraeliana della Repubblica Ceca è stata bilanciata dal suo sostegno formale al processo di pace, alle riforme palestinesi e al proseguimento dell’assistenza economica e finanziaria all’Autorità Palestinese.

Il 5 novembre 2009 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato a maggioranza le principali raccomandazioni del rapporto della Missione di inchiesta delle Nazioni Unite sui crimini di diritto internazionale commessi nel corso del conflitto a Gaza e nel sud d’Israele tra il dicembre 2008 e il gennaio 2009, durante l’Operazione Piombo Fuso. La Missione era guidata da Richard Goldstone, ex giudice della Corte costituzionale africana nonché ex Procuratore capo dei Tribunali penali internazionali per l’ex Jugoslavia e per il Rwanda. Il rapporto concludeva che l’operazione militare israeliana era diretta contro la popolazione di Gaza nel suo insieme, nell’ambito di una generale e continua politica mirata a punire la popolazione con un uso di forza sproporzionato contro i civili. La Missione ha anche accertato che i ripetuti lanci di razzi e mortai verso il sud di Israele da parte di gruppi armati palestinesi “costituiscono crimini di guerra e possono equivalere a crimini contro l’umanità”, in quanto non hanno saputo distinguere tra obiettivi militari e popolazione civile. Il Rapporto, in conclusione, ha raccomandato al Consiglio di sicurezza di chiedere al governo israeliano, e alle autorità di Gaza, di “riferirgli, entro sei mesi, sulle investigazioni e le azioni giudiziarie” che le due Parti dovrebbero attuare per riparare le violazioni documentate. Se ciò non fosse stato attuato, il Consiglio “dovrebbe deferire la situazione di Gaza al procuratore della Corte penale internazionale”. A favore delle raccomandazioni hanno votato 114 paesi e contro 18 paesi, la Repubblica Ceca compresa.

Successivamente, alcuni Stati arabi si sono opposti con forza alla candidatura della Repubblica Ceca al Consiglio delle Nazioni Unite per il 2019-2021, poiché non condividevano la posizione della Repubblica Ceca nei confronti degli Stati arabi e delle questioni relative ai diritti umani.

Il 27 ottobre 2023, tre settimane dopo l’attacco di Hamas a Israele, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione che chiedeva una “tregua umanitaria” all’invasione israeliana della Striscia di Gaza. Dei 193 paesi membri dell’ONU, 120 hanno votato a favore del testo proposto dalla Giordania e da altri paesi arabi, 45 si sono astenuti e solo 14 hanno votato contro. La maggior parte degli stati membri dell’UE si è astenuta dal voto, mentre Francia, Spagna, Slovenia, Portogallo, Irlanda e Belgio hanno votato a favore. La Croazia e altri tre stati membri dell’UE, Austria, Ungheria e Repubblica Ceca, hanno votato contro.

In questo contesto si inserisce l‘attuale posizione del governo ceco sul riconoscimento dello Stato indipendente di Palestina.  Negli elenchi dei paesi che hanno già riconosciuto lo Stato di Palestina spesso si trova anche la Repubblica Ceca con l’aggiunta della dicitura “controverso”. Secondo il Ministero degli Affari Esteri ceco, tuttavia, non vi è nulla di controverso: il riconoscimento della proclamazione dello Stato palestinese è stato un atto politico dettato dall’assetto delle relazioni internazionali dell’epoca. Lo Stato palestinese non soddisfaceva i requisiti di sovranità previsti dal diritto internazionale, cosa di cui il governo cecoslovacco era pienamente consapevole. Pertanto, la Repubblica Ceca non ha ancora riconosciuto lo Stato palestinese. In linea con la sua politica estera, la Repubblica Ceca sostiene gli obiettivi del processo di pace in Medio Oriente che mira a un accordo sotto forma di due Stati indipendenti, ovvero lo Stato di Israele e il futuro Stato palestinese.

In questi mesi nella Repubblica Ceca su questo tema il dibattito pubblico è acceso. Una delle voci più rappresentative e autorevoli in contrasto con le posizioni del governo è quella di Jan Kavan, ex Ministro degli Affari Esteri della Repubblica Ceca e ex Presidente dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Jan Kavan nasce nel 1946 a Londra, figlio del diplomatico cecoslovacco Pavel Kavan e della moglie inglese Rosemary.

Al momento dell’invasione della Cecoslovacchia da parte delle truppe del Patto di Varsavia, il 21 agosto 1968, si trova a Kansas City, negli Stati Uniti, per partecipare a una conferenza del Movimento studentesco. A causa dell’invasione è contattato dai giornalisti locali, scrive articoli per giornali e riviste ed è intervistato alla radio. Dopo l’autoimmolazione dello studente Jan Palach il 16 gennaio 1969, Jan Kavan e altri leader studenteschi hanno colloqui con il primo ministro ceco e concordano con lui una dichiarazione alla stampa dell’Unione degli studenti universitari e l’organizzazione di una manifestazione per commemorare Jan Palach nel giorno del suo funerale.

Nella primavera del 1969, prima di recarsi a Stoccolma viene arrestato dagli agenti di sicurezza. Riottenuto il passaporto, Kavan si reca nel Regno Unito, dove rimane fino al 1989. Essendo nato a Londra, ottiene immediatamente la cittadinanza britannica. Nel 1970 inizia a collaborare con la resistenza anticomunista cecoslovacca per diffondere in Cecoslovacchia letteratura, riviste, attrezzature di riproduzione, macchine fotografiche e materiale cinematografico proibiti. Grazie a lui e a pochi altri, la letteratura samizdat e le riprese cinematografiche dei dissidenti sono diffuse fuori dal paese verso l’Europa occidentale. Nel 1971 fonda l’agenzia Palach Press offrendo notizie sul movimento di opposizione nella Cecoslovacchia totalitaria.

Nel 1987 vola in incognito a Praga e ripete le sue visite ai rappresentanti del movimento di opposizione. Il 25 novembre 1989, quando la Rivoluzione di Velluto è già in corso in Cecoslovacchia, vola da Londra a Praga.

Nelle elezioni libere del giugno 1990, Jan Kavan si candida con successo per il Forum Civico. Nel 1991 emergono notizie secondo cui avrebbe collaborato con la Sicurezza dello Stato. Non si candida alle elezioni del 1992 a causa di questi sospetti. Nel 1993 aderisce al Partito Socialdemocratico. Decide di confutare in tribunale il sospetto di collaborazione: il processo dura alcuni anni e Jan Kavan ne esce vittorioso. Nel 1996 viene eletto al Senato del Parlamento della Repubblica Ceca, dal 1998 al 2002 è Ministro degli Affari Esteri e dal 2002 al 2003 è Presidente dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

Jan Kavan ha condiviso recentemente le sue convinzioni controcorrente nell’intervista per un giornale ceco on line, Parlamentni listy.

Cosa dire dell’accordo di cessate il fuoco tra Israele e Hamas? Per cosa dovrebbero essere più grate entrambe le parti al presidente degli Stati Uniti? Si dice che abbia svolto un ruolo davvero significativo…

L’accordo di cessate il fuoco tra Hamas e Israele va accolto con favore, perché ha generato la speranza che a Gaza si ponga fine alle uccisioni. Purtroppo, anche diversi giorni dopo la firma del cessate il fuoco, l’esercito israeliano continua a uccidere ogni giorno diversi abitanti di Gaza, ma ora si tratta di 4-10 persone al giorno, mentre prima erano centinaia. È triste che Israele continui la sua tradizione di violare i cessate il fuoco concordati.

Donald Trump ha svolto un ruolo chiave nel costringere il primo ministro israeliano a rinunciare, almeno per un po’, al suo obiettivo, ovvero la distruzione totale di Hamas, nell’interesse del rilascio degli ostaggi israeliani vivi. Ovviamente avrebbe potuto farlo molto prima, dato che Israele, e in particolare il suo esercito, dipendono completamente dagli Stati Uniti. In ogni caso è ormai chiaro che Trump otterrà il Premio Nobel per la Pace, che lui stesso ha già richiesto più volte, ad esempio durante la riunione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite del 23 settembre. E questo anche se non si riuscirà a realizzare le fasi successive dell’accordo di pace che Bibi continua a mettere in discussione. Da parte mia, ritengo che Trump meriti il Nobel anche solo per questo accordo incompiuto. In passato, molti lo hanno ottenuto per successi minori.

Trump parla dell’avvento di un’età dell’oro per Israele e il Medio Oriente. La situazione è davvero così rosea? E si può davvero parlare di fine del conflitto?

Sono convinto che, purtroppo, non si possa parlare di fine del conflitto. L’esercito israeliano non si è ancora ritirato nemmeno entro i confini di sicurezza concordati. Le consegne di aiuti umanitari sono state incrementate, ma la gente continua a morire di fame. L’organizzazione israelo-americana che ha assunto la responsabilità delle forniture di aiuti umanitari non è stata all’altezza del suo incarico ed è necessario restituire tale responsabilità all’ONU. La soluzione più efficace sarebbe quella di revocare il divieto israeliano nei confronti dell’UNRWA, che ha la maggiore esperienza in questo campo.

Israele non ha ancora rilasciato il prigioniero palestinese più popolare, Marwan Barghouti, di cui Hamas ha chiesto la liberazione, anche se Barghouti è collegato a Fatah e non ha nulla a che fare con Hamas. Tuttavia, egli è la figura chiave se si vogliono intraprendere passi concreti verso la realizzazione di una soluzione a due Stati, ovvero la creazione di una Palestina indipendente, vitale e democratica, che coesista pacificamente con Israele, protetta dai confini del 1967. Solo la realizzazione di questa soluzione porterà alla fine di questo conflitto, che l’ONU considera il più lungo conflitto irrisolto nella sua storia.

Purtroppo non vedo questa soluzione all’orizzonte, finché Bibi e il suo governo saranno determinati a impedirla a qualunque costo. Peraltro oggi non lo nascondono affatto. Si vedrà se Trump si accontenterà dei successi e della fama ottenuti finora o se si impegnerà a portare a termine l’intero processo, ovvero a porre fine a questo sanguinoso conflitto. Ciò sarà molto più complesso che raggiungere l’attuale cessate il fuoco.

“Gaza deve essere deradicalizzata per diventare una zona libera dal terrorismo e non rappresentare così un rischio per i suoi vicini. Gaza sarà ricostruita a beneficio della popolazione locale, che ha già sofferto più che abbastanza”, si legge inoltre nella proposta di Donald Trump per porre fine alla guerra nella Striscia di Gaza. Ma cosa dire di ciò che sta accadendo ora a Gaza? I media hanno riportato la notizia che, dopo la firma dell’accordo di cessate il fuoco nella Striscia di Gaza, Hamas avrebbe iniziato a eliminare gli oppositori e i “traditori”. Sui social network circolano immagini di esecuzioni.

 Se con il termine “deradicalizzazione” si intende la completa eliminazione di Hamas dalla vita pubblica palestinese, sono convinto che ciò non accadrà mai. Israele è riuscito ad assassinare praticamente tutti i leader di Hamas e a distruggere quasi completamente la sua infrastruttura. Ma Hamas non è solo un’organizzazione definita; è un’idea che si basa sulla convinzione delle persone di avere il diritto di rifiutare l’occupazione israeliana, il diritto a una libera esistenza, e alcuni continuano a sperare di poter tornare nelle loro case, da cui i loro antenati sono stati cacciati dall’esercito israeliano più di 70 anni fa. I palestinesi lo chiamano nakba, ovvero catastrofe. Ogni combattente di Hamas ucciso ha una famiglia i cui membri continueranno a combattere. E quella famiglia ha amici e conoscenti che hanno visto e vissuto questa sanguinosa devastazione, e molti di loro sogneranno vendetta. Hamas cesserà di esistere quando cesserà l’occupazione di Gaza e della Cisgiordania. In una Palestina libera non ci sarà posto per Hamas.

A proposito, come vede il futuro riguardo all’apertura delle frontiere egiziane per eventuali rifugiati palestinesi?

Spero vivamente che, nell’ambito dell’accordo menzionato, l’Egitto apra il valico di frontiera di Rafah, sia per l’importazione di aiuti umanitari, sia per i rifugiati palestinesi che decidono di espatriare, poiché a Gaza, devastata dai bombardamenti, le condizioni di vita rimarranno a lungo molto precarie. Personalmente, però, non credo che si tratterà di decine di migliaia di persone.

Durante il suo discorso, Donald Trump ha anche invitato il presidente Herzog a graziare il primo ministro Netanyahu, che deve rispondere di accuse di corruzione. È opportuno?

Secondo fonti americane, questa battuta non era prevista nel discorso del presidente Trump, ed era pertanto un’opinione personale espressa spontaneamente. Ciò è spiegato dalla sua imprudenza. È infatti quantomeno singolare invitare il presidente Herzog a graziare il primo ministro Netanyahu, che non è stato ancora condannato in alcun modo. È proprio contro questa condanna che Netanyahu si sta difendendo con grande determinazione. L’appello del presidente Trump suggerisce che il presidente degli Stati Uniti ritenga il primo ministro israeliano già colpevole e condannato, che può evitare il carcere solo mediante la grazia presidenziale. È quindi comprensibile che sia la parte israeliana che quella americana abbiano immediatamente cercato di minimizzare questo appello e, se possibile, di rimuoverlo completamente. Era chiaramente fuori luogo.

Torniamo ancora una volta al terribile attacco di Hamas in Israele di due anni fa. Cosa si può dire a distanza di tempo? Come si spiega che i servizi segreti israeliani non abbiano scoperto un attacco con dimensioni così vaste?

Innanzitutto, va sottolineato che si è trattato di un chiaro attacco terroristico, una flagrante violazione del diritto internazionale. Ciò non toglie che non sia piombato dal nulla. È necessario considerarlo come una reazione di Hamas alle precedenti persecuzioni israeliane, che dal 1948 sono state numerosissime. E tutte costituivano una violazione del diritto internazionale. Tra l’altro, secondo le risoluzioni delle Nazioni Unite, la parte occupata ha il diritto di difendersi con tutti i mezzi contro l’occupazione. Le Nazioni Unite e l’UE considerano una violazione del diritto internazionale anche la continua espansione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania, per non parlare dei frequenti attacchi dei coloni contro i palestinesi.

Le circostanze dell’attacco del 7 ottobre 2023 stanno solo ora iniziando a essere investigate in modo più approfondito. È altamente probabile che alcuni rappresentanti dei servizi segreti israeliani subiranno delle conseguenze per questo fallimento. Tuttavia, ho letto anche un’analisi, credo sul quotidiano israeliano Haaretz, secondo cui la preparazione di questo attacco è stata così lunga e vasta che è piuttosto improbabile che fosse sfuggita all’attenzione di un servizio eccellente come il Mossad. L’autore dell’articolo ipotizzava quindi che si trattasse di un atto intenzionale da parte israeliana, poiché l’attacco forniva una giustificazione per la decisione di spazzare via Hamas dalla faccia della terra. In tal caso, i 1200 israeliani uccisi sarebbero stati in questo caso ritenuti un cosiddetto danno collaterale. Spero vivamente che un tale cinismo sia davvero solo una speculazione. Tuttavia, la dimensione della rappresaglia israeliana potrebbe indicare proprio questo.

La rappresaglia di Israele, ovvero ciò che è accaduto per lunghi mesi da parte di Israele nella Striscia di Gaza è in qualche modo giustificabile dai suddetti eventi in Israele?

La portata della rappresaglia è stata davvero del tutto sproporzionata secondo il diritto internazionale. Secondo i dati di Hamas, confermati però anche dall’ONU, a Gaza sono state uccise quasi 70 mila persone, per lo più civili, donne e bambini. Israele ha anche usato il blocco degli aiuti umanitari come arma contro la popolazione, che è poi morta di fame, il che costituisce un crimine di guerra. Molti bambini sono morti di fame. Israele ha anche trasferito con la forza, in diverse occasioni, quasi 2 milioni di abitanti di Gaza in luoghi presunti più sicuri, che però ha poi spesso bombardato. Anche questo è un crimine di guerra.

L’ONU stima che i feriti di Gaza siano almeno 180.000. Queste cifre potrebbero rivelarsi una notevole sottostima delle vittime reali, poiché molti corpi potrebbero trovarsi sotto le macerie. È una grande ironia che tra questi potrebbero esserci alcuni dei 20 ostaggi israeliani uccisi e non ancora consegnati, che Hamas sostiene di avere difficoltà a localizzare. Questo potrebbe diventare un compito spiacevole per la futura commissione internazionale di pace.

 

Ruzena Halova – Boemista e traduttrice

Coordinamento a cura di Ciro Sbailò

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