Museveni vince ancora: continuità politica e fratture sociali in Uganda
- 23 Gennaio 2026
La recente tornata elettorale ugandese del 15 gennaio 2026 è stata presentata dalle autorità come un’ulteriore conferma della legittimità del sistema politico nazionale. Secondo l’ufficio elettorale, il presidente Yoweri Museveni, al potere fin dal 1986, ha ottenuto circa il 72 % delle preferenze contro il 25 % del principale sfidante, Bobi Wine. Portando questi dati alla nazione e ai media internazionali, il governo sottolinea come tali risultati confermino la persistenza del sostegno popolare al leader e alla sua coalizione di governo. Tuttavia, la lettura ufficiale dei risultati nasconde altre questioni da non poco conto. Museveni non è un politico qualsiasi: è uno dei leader più longevi dell’Africa moderna che ha profondamente plasmato il sistema politico ugandese. Nel corso degli anni ha eliminato i limiti di mandato e di età dalla Costituzione, preparando la strada a una governabilità senza il vincolo di elezioni competitive come in passato.
L’opposizione, guidata dal quarantatreenne Bobi Wine, ex musicista e figura carismatica per molti giovani ugandesi, ha respinto i risultati, definendoli falsi e frutto di brogli. Wine ha denunciato ballot stuffing, intimidazioni e la scomparsa di agenti di partito nei seggi, nonché un blackout totale di internet impiegato dalle autorità durante i giorni elettorali, che ha ostacolato la trasparenza e la comunicazione indipendente. La scelta di non ricorrere alle vie giudiziarie, citando l’assenza di una magistratura indipendente, riflette la profonda sfiducia dell’opposizione nel sistema politico istituzionale e segnala un’accettazione implicita che la competizione elettorale, da sola, non garantisce un’alternanza democratica significativa.
Questo rifiuto della competizione legale non è un caso isolato, in quanto si inserisce in un quadro più ampio di repressione politica. Testimonianze e rapporti internazionali documentano arresti e detenzioni di membri e sostenitori dell’opposizione subito dopo l’annuncio dei risultati. Secondo agenzie di stampa internazionali, oltre cento sostenitori del National Unity Platform (NUP) sono stati incriminati per reati legati alla violenza post-elettorale, mentre le proteste, in particolare nella capitale Kampala, sono state represse con forza.
La situazione, estremamente tesa e confusa, è ancora in evoluzione; il Tenente generale ugandese Muhoozi Kainerugaba, figlio di Museveni (e suo possibile successore), ha dichiarato di pregare per la morte del leader dell’opposizione Wine, concedendogli 48 ore per arrendersi alla polizia. “Se non lo fa, lo tratteremo come un fuorilegge/ribelle e lo tratteremo di conseguenza”. In un altro post, Kainerugaba ha affermato, riferendosi al partito National Unity Platform di Wine: “Abbiamo ucciso 22 terroristi del NUP dalla scorsa settimana. Prego che il 23° sia Kabobi”. Wine ha dichiarato di essere fuggito da un raid militare nella sua casa poche ore prima che il veterano presidente Yoweri Museveni venisse dichiarato vincitore a larga maggioranza delle elezioni presidenziali della scorsa settimana. Tuttavia, il portavoce della polizia Kituma Rusoke ha dichiarato lunedì sera che Wine non è ricercato.
La dinamica delle proteste è significativa perché mette in luce non soltanto una divisione politica, ma anche una frattura sociale di portata generazionale. L’Uganda ha una delle popolazioni più giovani del mondo: oltre il 70 % delle persone ha meno di 30 anni, un segmento demografico che tende a votare per il cambiamento più che per la continuità autoritaria. Questo spiega in parte perché figure come Bobi Wine, nonostante la repressione, siano riuscite a mobilitare consensi rilevanti tra i giovani.
L’utilizzo dello shutdown di internet e di misure di sicurezza drastico come la mobilitazione dell’esercito prima e durante le elezioni vuol dire molto dal punto di vista geopolitico. Misure simili sono state criticate da osservatori internazionali proprio perché incidono sulla libertà di informazione e sull’accesso ai dati elettorali, elementi essenziali in un regime che si definisca democratico. La decisione di limitare le comunicazioni può anche riflettere una crescente preoccupazione del governo di controllare la narrativa interna, riducendo il rischio di proteste coordinate e di critica organizzata tramite social media.
Le contestazioni elettorali e la repressione dell’opposizione avvengono in un quadro di erosione istituzionale costante, nel quale le regole di gioco sono state progressivamente modificate per favorire la permanenza al potere di Museveni e dei suoi alleati. Questo ha profonde implicazioni geopolitiche: un paese chiave dell’Africa orientale come l’Uganda, con una storia relativamente stabile rispetto a conflitti regionali vicini, rischia di essere percepito come un laboratorio di “autoritarismo competitivo”, dove le elezioni esistono ma non sono garanzia di alternanza o di trasparenza.
Le reazioni internazionali finora sono state unicamente di critica formale. L’Unione Africana e varie Ong hanno espresso preoccupazione per le limitazioni alle libertà civili, mentre alcuni paesi occidentali hanno sottolineato la necessità di processi elettorali liberi e trasparenti. Tuttavia, la posizione di molti governi esteri è complicata dagli interessi strategici in Africa: relazioni commerciali, cooperazione sul fronte della sicurezza e import-export di materie prime influenzano il livello di pressione reale sui leader autoritari.
Il risultato elettorale e le relative contestazioni segnano un punto di tensione sia per il futuro politico interno dell’Uganda sia per il ruolo che l’Africa stessa può giocare nel definire modelli di governance. Se Museveni riuscirà a consolidare ulteriormente il suo potere fino alla fine del mandato, la storia dell’Uganda rischia di somigliare sempre più a quella di altri paesi dove l’alternanza democratica formale si è trasformata in una perpetuazione di élite. Per l’opposizione, invece, la sfida sarà costruire spazi di partecipazione politica che non dipendano esclusivamente dalle elezioni.
Stefano Lovi – PhD Candidate