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Il progetto geopolitico sul dopoguerra ucraino

La ricostruzione dell’Ucraina non viene più concepita come un’operazione tecnica di post-conflitto, ma come un passaggio strategico per ridisegnare gli equilibri geopolitici europei e transatlantici. È questo il senso profondo del documento riservato ottenuto da Politico Europe, che delinea un “piano di prosperità” da fino a 800 miliardi di dollari per l’Ucraina del dopoguerra, sostenuto congiuntamente da Unione Europea e Stati Uniti.

La ricostruzione dell’Ucraina non viene più concepita come un’operazione tecnica di post-conflitto, ma come un passaggio strategico per ridisegnare gli equilibri geopolitici europei e transatlantici. È questo il senso profondo del documento riservato ottenuto da Politico Europe, che delinea un “piano di prosperità” da fino a 800 miliardi di dollari per l’Ucraina del dopoguerra, sostenuto congiuntamente da Unione Europea e Stati Uniti.

Il testo, lungo 18 pagine, è circolato tra i governi europei alla vigilia di un vertice dei leader UE, propone un programma decennale in cui la ricostruzione economica, l’integrazione europea e il consolidamento dell’alleanza occidentale vengono trattati come parti di un’unica strategia. Non si tratta semplicemente di riparare infrastrutture distrutte o rilanciare la crescita, ma di ancorare strutturalmente l’Ucraina all’ordine politico ed economico euro-atlantico, riducendo in modo permanente la sua vulnerabilità all’influenza russa.

Dal punto di vista geopolitico, il piano introduce una svolta concettuale: la ricostruzione viene usata come strumento di proiezione di potere e di stabilizzazione regionale. L’adesione accelerata dell’Ucraina all’Unione Europea viene presentata non come obiettivo finale, ma come parte integrante del processo di sviluppo economico, con l’allineamento normativo, finanziario e istituzionale a Bruxelles che diventa condizione per attrarre investimenti e capitali occidentali. In questo quadro, la Commissione Europea assume un ruolo di coordinamento politico, mentre Washington è chiamata a fungere da garante strategico e catalizzatore della fiducia dei mercati.

Un elemento centrale del documento è l’enfasi sul capitale privato. Gran parte degli 800 miliardi non dovrebbe provenire da trasferimenti pubblici diretti, ma dall’attivazione di fondi pensione, grandi asset manager e investitori istituzionali, con il supporto di strumenti di garanzia forniti da Stati e istituzioni multilaterali. Nel documento si afferma che nei prossimi 10 anni l’UE, gli Stati Uniti e gli organismi finanziari internazionali, tra cui il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale, si sono impegnati a spendere 500 miliardi di dollari di capitale pubblico e privato, mentre la Commissione intende stanziare altri 100 miliardi attraverso il sostegno al bilancio e le garanzie sugli investimenti, nell’ambito del prossimo bilancio settennale dell’Unione a partire dal 2028. 

Questa impostazione riflette una visione tipicamente anglosassone della ricostruzione postbellica, in cui la sicurezza geopolitica è una precondizione per la mobilitazione dei mercati. Non a caso, figure come il vicepresidente di BlackRock, Philipp Hildebrand, hanno sottolineato pubblicamente l’impossibilità per gli investitori fiduciari di operare in assenza di un cessate il fuoco credibile.

Il piano, tuttavia, rivela anche le fragilità dell’attuale rapporto transatlantico. Secondo diverse ricostruzioni, l’annuncio politico dell’iniziativa sarebbe stato rinviato a causa di tensioni tra Stati Uniti ed Europa su altri dossier strategici, emerse durante il World Economic Forum di Davos. Questo conferma che, pur nella convergenza sull’obiettivo di sostenere Kiev, permangono divergenze su tempi, leadership e priorità politiche.

In base alle indiscrezioni circolate sul documento, emergono principalmente tre chiavi di lettura, di cui la prima è una evidente competizione intra-occidentale. Dietro la retorica della cooperazione UE-USA sembra muoversi una partita più sottile sulla leadership della ricostruzione. Il coinvolgimento esplicito di grandi player finanziari statunitensi e l’impostazione fortemente market-driven del piano suggeriscono il rischio che l’Ucraina diventi non solo un progetto politico europeo, ma anche un terreno di penetrazione economica americana nel cuore del continente. In questo senso, la ricostruzione potrebbe riaprire frizioni latenti tra capitali europee e Washington su chi definisce standard, priorità industriali e filiere strategiche, in particolare nei settori dell’energia, delle materie prime critiche e della difesa. L’Ucraina, paradossalmente, rischia di diventare il laboratorio di una nuova asimmetria transatlantica.

Un secondo livello di analisi riguarda il precedente storico che questo piano tenta di costruire. Il richiamo implicito al Piano Marshall è evidente, ma il contesto è radicalmente diverso. A differenza del dopoguerra europeo, qui non esiste un consenso geopolitico globale né una pace consolidata, e la ricostruzione viene pianificata mentre il conflitto è ancora in corso. Questo introduce un cambio di paradigma: non più “prima la pace, poi lo sviluppo”, ma un tentativo di usare la promessa di sviluppo come leva per orientare l’esito politico del conflitto. In termini geopolitici, è un azzardo calcolato che punta a rendere irreversibile l’allineamento ucraino all’Occidente prima ancora che si definiscano confini, garanzie di sicurezza e assetti regionali.

C’è poi una terza dimensione spesso sottovalutata, quella della sovranità ucraina nel dopoguerra. L’enorme volume di capitali e condizionalità previsto dal piano rischia di creare una dipendenza strutturale dalle istituzioni occidentali, riducendo i margini di autonomia politica di Kiev nelle scelte economiche, industriali e sociali. L’integrazione accelerata nell’UE, pur strategicamente vantaggiosa, potrebbe tradursi in una “sovranità sorvegliata”, dove le riforme richieste dagli investitori e dai partner internazionali peseranno quanto – se non più – le priorità espresse dalla società ucraina stessa. 

Indirettamente, si può aggiungere anche una lettura rivolta agli attori non occidentali, in particolare a Russia, Cina e Sud globale. Il piano UE-USA segnala che l’Occidente intende trattare l’esito del conflitto ucraino come una questione sistemica, non negoziabile in termini puramente regionali. Allo stesso tempo, l’esclusione implicita di Pechino dai grandi progetti di ricostruzione indica la volontà di evitare che l’Ucraina diventi un nuovo terreno di competizione economica sino-occidentale. Questo rafforza l’idea che il dopoguerra ucraino non sarà solo una fase di ricostruzione, ma un capitolo della più ampia rivalità per la definizione dell’ordine internazionale post-bellico.

Il progetto UE-USA per l’Ucraina post-guerra va letto come un tentativo di trasformare una crisi di sicurezza in un’opportunità di ridefinizione dell’ordine europeo. La ricostruzione diventa così un’estensione della deterrenza, l’integrazione economica uno strumento di stabilità e l’Ucraina il fulcro di una nuova architettura geopolitica tra Est e Ovest. Resta però una variabile decisiva: senza una fine credibile delle ostilità, l’intero impianto rischia di rimanere un esercizio di pianificazione strategica più che un progetto operativo.

 

Stefano Lovi – PhD Candidate

Coordinamento a cura di Ciro Sbailò

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