Minneapolis e la crisi operativa del potere federale
- 6 Febbraio 2026
Il lavoro che proponiamo è una ricostruzione fattuale e giuridica in progress degli eventi di Minneapolis, allo stato attuale (2 febbraio 2026), con un obiettivo preciso: comprendere come un’operazione formalmente legittima si sia trasformata in una crisi di gestione e che cosa questo riveli su una falla strutturale del sistema federale statunitense, più che su una scelta politica contingente.
Il punto di partenza è l’avvio, nei giorni scorsi, di un’operazione federale di arresti mirati, condotta da agenzie federali su soggetti già residenti nell’area di Minneapolis e destinatari di procedimenti federali pendenti. Non si tratta di controllo dei flussi migratori né di una città di transito, ma dell’esecuzione di mandati individuali, in larga parte di natura amministrativa. Questo elemento va chiarito con precisione, perché costituisce la base giuridica corretta dell’intervento. La qualificazione di molti di essi come amministrativi non ne attenua la rilevanza giuridica, ma segnala una specificità strutturale del sistema federale statunitense, in cui l’enforcement dell’immigrazione si colloca in una zona ibrida tra diritto amministrativo e diritto penale. Questa ambiguità produce un effetto percettivo rilevante: l’intervento appare coercitivo come un’azione penale, ma privo di quella ritualità garantista che normalmente accompagna l’uso visibile della forza statale. È in questa frizione che si colloca una prima fonte di vulnerabilità dell’operazione sul piano della legittimazione.
Un elemento centrale del contesto è che Minneapolis è una sanctuary city. È importante chiarire cosa questo significhi giuridicamente, evitando letture ideologiche. Una sanctuary city non impedisce l’azione federale né sospende il diritto federale; limita piuttosto la cooperazione attiva delle autorità locali nell’enforcement dell’immigrazione. Dal punto di vista costituzionale, la Supremacy Clause tutela pienamente l’azione federale. L’intervento, dunque, non è illegittimo. Il problema non è la competenza, ma la gestione del rapporto tra livelli di potere in un contesto sensibile.
Il quadro va completato richiamando il principio di anti-commandeering, come elaborato dalla giurisprudenza della Corte Suprema. Gli Stati e gli enti locali non possono essere obbligati a impiegare le proprie risorse per l’attuazione del diritto federale. Le sanctuary cities si collocano esattamente in questo spazio: non impediscono l’azione federale, ma si astengono dal fungere da sua articolazione operativa. Questa configurazione, costituzionalmente legittima, genera tuttavia un vuoto funzionale nei contesti ad alta tensione, in cui l’assenza di una mediazione locale visibile accentua la percezione di un potere federale che agisce senza interfacce territoriali.
La ricostruzione deve seguire con rigore ciò che accade sul terreno: l’ingresso delle unità federali, l’avvio degli arresti in luoghi visibili, l’assenza di un ruolo operativo significativo delle autorità locali, e la rapida esposizione pubblica dell’operazione. Qui emerge un primo nodo critico: l’operazione viene condotta come se lo spazio urbano fosse neutro, quando non lo è.
Nel diritto pubblico statunitense lo spazio urbano non è normalmente trattato come variabile giuridica autonoma. Tuttavia, nella prassi dell’enforcement federale, esso assume una rilevanza indiretta ma decisiva. Luoghi, quartieri e aree cariche di memoria conflittuale agiscono come moltiplicatori di significato dell’azione statale. La città non è soltanto il teatro dell’intervento, ma parte integrante del dispositivo di potere. Ignorare questa dimensione non comporta una violazione normativa, ma una sottovalutazione delle condizioni concrete di efficacia del potere legale.
Minneapolis, non dimentichiamolo, è il luogo dell’uccisione di George Floyd. Questo non è un dato emotivo o simbolico, ma un dato operativo. La memoria di Floyd ha trasformato la città in uno spazio ad alta sensibilità cognitiva, in cui ogni intervento federale armato viene immediatamente percepito come test di legittimazione dell’autorità. Ignorare questo fattore non è un errore politico in senso stretto, ma un errore tecnico di valutazione del contesto.
Il punto di rottura è l’uccisione di un manifestante durante una protesta nata attorno a uno degli arresti. Su questo episodio la ricostruzione deve attenersi a ciò che è accertabile allo stato: dinamica dichiarata, comunicazioni ufficiali iniziali, primi elementi di contestazione. Non si tratta di attribuire responsabilità penali, ma di registrare il fatto che un’operazione amministrativa si trasforma in una crisi di ordine pubblico e di legittimazione.
La morte del manifestante opera qui come evento di soglia. Non incide retroattivamente sulla legittimità formale dell’operazione originaria, ma ne trasforma radicalmente il regime di interpretazione. Da questo momento, l’intervento federale non viene più percepito come mera esecuzione di mandati individuali, bensì come presenza armata responsabile di un esito letale nello spazio pubblico. Il conflitto si sposta così dal piano dell’enforcement a quello della sovranità percepita, dove il parametro decisivo non è più la competenza formale, ma la capacità dello Stato di giustificare l’uso della forza in un contesto già segnato da una crisi di fiducia.
Da qui si osserva un’escalation ancora in corso: rafforzamento della presenza federale, coinvolgimento della Guardia Nazionale, irrigidimento del controllo dell’ordine pubblico. Giuridicamente, la prosecuzione dell’intervento viene sostenuta attraverso il frame della public safety e della protezione degli agenti federali, senza ricorrere a una dichiarazione formale di stato d’emergenza. Anche questo, in senso stretto, rientra nei poteri ordinari. Tuttavia, proprio qui emerge il nodo più interessante.
Il coinvolgimento della Guardia Nazionale richiede una lettura specifica. Pur trattandosi di uno strumento ordinario dell’ordinamento statunitense, il suo impiego in assenza di una dichiarazione formale di emergenza contribuisce a una normalizzazione dell’eccezione. La gestione dell’ordine pubblico viene progressivamente militarizzata senza una rottura esplicita dell’ordine costituzionale. Questo slittamento, giuridicamente legittimo, intensifica il disallineamento tra legalità formale e accettabilità sociale dell’intervento.
L’errore dell’amministrazione Donald Trump non appare politico in senso ideologico o propagandistico. È piuttosto un errore tecnico-sistemico: l’aver trattato un problema di enforcement come se fosse esclusivamente un problema giuridico, senza considerare il disallineamento epistemico tra norma, apparato e spazio sociale. Il sistema regge sul piano delle competenze formali, ma mostra una fragilità sul piano della coerenza operativa complessiva.
Questo disallineamento epistemico – tra ciò che il diritto consente, ciò che l’apparato esegue e ciò che il contesto urbano recepisce – costituisce un elemento analitico rilevante, che può essere qui solo segnalato. Il suo sviluppo teorico e comparativo potrà eventualmente essere ripreso in un secondo momento, anche in connessione con un’analisi più ampia sul trumpismo e sulla trasformazione della sovranità federale, come già discusso in altra sede (ad esempio nel mio intervento su Trump per DPCE Online).
Per ora, è sufficiente registrare che Minneapolis funziona come caso di studio negativo: un’operazione formalmente legittima che fallisce non per abuso manifesto, ma per mancanza di integrazione tra valutazione giuridica e valutazione cognitivo-sociale. È in questo scarto che l’intervento perde efficacia e produce escalation.
L’obiettivo del lavoro non è costruire un atto d’accusa né una difesa politica, ma fissare una base fattuale e giuridica solida che consenta di capire dove il sistema federale regge e dove invece si inceppa, e perché Minneapolis sia diventata il punto di emersione di questa frattura.
In questa prospettiva, Minneapolis non si configura come un’anomalia locale, ma come un caso di emersione anticipata di una tensione più generale che attraversa i sistemi federali contemporanei: la difficoltà di esercitare poteri formalmente corretti in contesti socialmente saturi di conflitto simbolico. Non è la norma a fallire, ma il suo innesto operativo nello spazio reale.
Redazione Geodi