Dal dossier iraniano al disordine regionale: la minaccia di una nuova escalation
- 6 Febbraio 2026
Nella stampa araba sta prendendo forma una lettura sempre più convergente: se la crisi tra Washington e Teheran dovesse oltrepassare la soglia della deterrenza, smetterebbe rapidamente di essere un dossier “bilaterale”. La posta in gioco non è soltanto l’eventuale uso della forza, ma il salto di fase verso una dinamica di escalation a geometria variabile, capace di colpire rotte marittime, infrastrutture energetiche e stabilità politica del circondario.
Dalla deterrenza allo scontro aperto: una crisi che diventa “sistema”
Un commento ospitato dal quotidiano panarabo al-Quds al-ʿArabi insiste su un punto dirimente: una possibile azione militare statunitense segnerebbe il passaggio da una logica di dissuasione reciproca a quella di uno scontro aperto, dall’evoluzione e dalla violenza difficilmente prevedibili. Il timore maggiore è l’effetto “a raggiera”: la risposta iraniana, anziché restare confinata a un singolo teatro o a obiettivi diretti americani, potrebbe assumere un carattere regionale e multi-dominio, esponendo Paesi terzi e corridoi energetici – Golfo, Mar Rosso, Mediterraneo orientale – a rischi inediti.
È qui che si legge l’ansia delle capitali regionali: più che “scegliere un campo”, la priorità diventa limitare lo spillover. Per il Cairo la vulnerabilità è quella dei traffici marittimi e commerciali che passano per Hormuz e Bab el-Mandeb, con ricadute sul Canale di Suez; per Riyad e Abu Dhabi il rischio è insieme energetico e reputazionale, perché un conflitto rialzerebbe il premio di rischio sull’intera area proprio mentre la stabilità è presentata come condizione di attrazione di capitali e di realizzazione delle agende di trasformazione economica – rispettivamente, “Vision 20230” e “UAE 2031”; per Ankara la minaccia è il riinnesco di instabilità tra Iraq e Siria con ricadute su dossier interni, inclusa la questione curda. In questo quadro, il Qatar viene spesso indicato come particolarmente esposto: un’escalation ridurrebbe lo spazio della mediazione e aumenterebbe la vulnerabilità di un Paese che ospita infrastrutture e basi militari statunitensi.
Il “precedente Maduro” e la tentazione della decapitazione
Al 30 gennaio, su al-ʿArabi al-Jadid, testata di proprietà qatariota, emerge una chiave più “operativa”: replicare il “precedente Maduro”, cioè colpire il capo del regime – assassinandolo o arrestandolo – senza smantellare immediatamente l’intero apparato e senza scivolare in un’occupazione sul modello iracheno. In questa narrativa, il nome di Ali Khamenei viene evocato come obiettivo “decisivo” in grado di innescare dinamiche interne accelerate, scaricando la fase successiva sulle fratture del sistema iraniano.
In tale prospettiva, la mobilitazione dell’“Armada a stelle e strisce” avrebbe una funzione non solo militare ma psicologica: dimostrazione di forza, fabbricazione dell’immagine presidenziale, segnalazione agli alleati e agli avversari. Il punto politicamente più sensibile è però un altro: l’eventuale operazione viene spesso presentata come funzionale – seppur indirettamente – a priorità israeliane di lungo periodo, nella misura in cui una crisi iraniana “chiuderebbe il cerchio” sulla disarticolazione dell’Asse della Resistenza. Non è, in sé, una previsione, quanto un indicatore di percezioni regionali, utile a capire come viene narrata la soglia di guerra e quali obiettivi le vengono attribuiti.
Dal fantasma iracheno al rischio di caos regionale
Il quotidiano filo-emiratino al-ʿArab propone un parallelo che parla al pubblico regionale: dagli anni 2000 a oggi gli Stati Uniti tenderebbero a riattivare un lessico politico-mediatico simile: minaccia presunta, narrazione morale, alleanze internazionali, attesa delle “condizioni”. La differenza, sottolineata nell’analisi, è che un attacco all’Iran – nel contesto attuale, più frammentato e denso di attori armati non statali (NSAGs) – non implica solo il “cambio di regime”: aprirebbe la porta a un caos regionale potenzialmente più ampio di quello seguito alla caduta di Baghdad.
Secondo il politologo siriano ‘Ali Qasim, il cuore dell’argomento è la minore “controllabilità” del dopo: mentre l’Iraq era uno Stato eroso da sanzioni prolungate e da una postura internazionale isolata, l’Iran dispone di risorse economiche, capacità militari, profondità strategica e alleanze/connessioni regionali che rendono qualsiasi traiettoria di escalation più rischiosa e meno lineare. In altri termini: anche a parità di “narrazione”, l’esito non è replicabile meccanicamente.
Il logoramento come alternativa: lo “strangolamento intelligente”
In un articolo pubblicato venerdì 30 gennaio sul sito libanese Asasmedia, compare un’impostazione diversa: non distruzione su vasta scala, ma un mix di minaccia militare sullo sfondo, misure economico-securitarie continuative e operazioni informatiche mirate ai sistemi di comando e controllo. L’obiettivo sarebbe produrre paralisi, confusione e frizione tra apparati, erodendo progressivamente la capacità decisionale dello “Stato profondo”. È l’opposto della tattica “shock and awe”: un consumo lento della coesione e dell’efficienza del sistema.
Questa opzione viene presentata come modulabile: può essere intensificata o attenuata, lasciando spazi di manovra ai mediatori regionali e riducendo, almeno nelle intenzioni, i costi immediati di un’escalation convenzionale. Sullo sfondo resta la variabile più sensibile: l’equilibrio interno tra istituzioni e apparati, e in particolare il peso dei Guardiani della Rivoluzione (IRGC) nei processi decisionali.
Il Golfo tra neutralità operativa e protezione del capitale politico
La stampa riconducibile all’orbita saudita, in particolare Asharq Al-Awsat, insiste su una postura netta: evitare che il Golfo diventi piattaforma di guerra e, soprattutto, teatro di ritorsioni. Il ragionamento è prudenziale: nessuna capitale del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC) può permettersi né di sostenere Teheran né di promuoverne il rovesciamento, perché entrambi gli esiti estremi – collasso o sopravvivenza “rafforzata” – generano rischi sistemici.
In questa cornice si valorizza una “neutralità operativa” che non rompe l’architettura di sicurezza con Washington, ma mira a ridurre l’allargamento del fronte e i costi difensivi a cascata. In parallelo, si insiste sul ruolo di mediazione di Riyad e sulla continuità della traiettoria aperta dall’intesa del 2023 mediata dalla Cina: stabilità e cooperazione economica come incentivi alternativi alle logiche di escalation. Il messaggio implicito è lineare: l’area non vuole essere trascinata in “avventure militari” i cui costi superano qualunque beneficio, né considera scontata la capacità americana di gestire le conseguenze di un eventuale attacco.
Europa e riapertura del canale: irrigidimento politico, tentativi di contenimento
Tra fine gennaio e inizio febbraio, la crisi si è “europeizzata” in modo netto. Il 29 gennaio l’Unione Europea ha compiuto un passo qualificante verso la designazione dei Pasdaran come organizzazione terroristica e ha accompagnato la decisione con nuove misure sanzionatorie.
La reazione iraniana, il 1° febbraio, ha assunto la forma di una contro-mossa simbolica: la qualificazione di eserciti di Paesi UE come “terroristi”, una dinamica che alza i costi di qualsiasi de-escalation “senza perdita di faccia”. Il 2 febbraio Bruxelles ha respinto formalmente tale qualificazione.
In parallelo, però, si è aperta una finestra negoziale per un nuovo accordo sul nucleare con l’Iran. Secondo Axios, dopo un passaggio di forte incertezza sul formato, i colloqui sono stati riprogrammati venerdì 6 febbraio a Muscat (Oman) anche su sollecitazione di mediatori regionali – tra cui Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti ed Egitto – per evitare la chiusura del canale diplomatico. Sul versante iraniano, Tasnim conferma che si tratterà di colloqui indiretti e circoscritti al dossier nucleare; in parallelo, il presidente Masoud Pezeshkian ha autorizzato la diplomazia a preparare il terreno per negoziati “equi” purché condotti in un clima appropriato e nel perimetro dell’interesse nazionale. In Israele, la stampa ha accolto la ripresa dei contatti con scetticismo, sottolineando la distanza tra le parti e la pressione perché eventuali intese non restino limitate all’arricchimento: un’impostazione ribadita anche nelle ricostruzioni di Haaretz.
Tra deterrenza fragile e “contenimento dell’incertezza”
Il filo che unisce le letture qui richiamate non è l’aspettativa di una guerra inevitabile, ma la consapevolezza di una deterrenza diventata più fragile e più rumorosa. Da un lato, l’orizzonte dell’azione militare viene narrato come “operazione orientata all’obiettivo”, anche per evitare il trauma politico di un nuovo Iraq. Dall’altro, la stessa stampa regionale mette in guardia: l’Iran non è l’Iraq e l’ecosistema mediorientale odierno è più denso di attori, leve e catene di ritorsione; dunque, la promessa di controllo sull’escalation appare strutturalmente meno credibile.
In questo quadro, l’Europa introduce un ulteriore livello di irrigidimento politico-giuridico con la partita IRGC, mentre i tentativi di riaprire un compromesso a Muscat indicano un obiettivo minimo: non il “grande accordo” immediato, ma un perimetro di contenimento dell’incertezza che riduca il rischio di scivolamento non intenzionale. La regione, in altre parole, sembra temere soprattutto il passaggio dalla crisi come dossier alla crisi come sistema: quando la guerra diventa una possibilità “distribuita”, il costo principale non è solo l’impatto dell’attacco, ma l’instabilità prolungata che esso può liberare.
Alessio Zattolo – PhD Student