Una riflessione sugli interventi legislativi in materia di immigrazione nel recente Decreto Sicurezza del 05.02.2026
- 13 Febbraio 2026
Le recenti modifiche apportate al Testo Unico dell’Immigrazione attraverso la decretazione d’urgenza in materia di sicurezza delineano un quadro normativo in cui le esigenze di ordine pubblico e il controllo dei flussi migratori assumono una centralità preponderante, determinando una progressiva contrazione delle garanzie riconosciute al soggetto straniero. L’intervento legislativo, volto a incrementare l’efficacia degli strumenti di prevenzione e contrasto dell’immigrazione irregolare, investe l’intera filiera della disciplina: dalle procedure di identificazione e trattenimento fino ai meccanismi di espulsione e rimpatrio. Tale strategia di sicurezza, pur se finalizzata alla gestione di fenomeni migratori complessi, solleva criticità di estrema rilevanza sul piano costituzionale, specialmente in ordine al necessario bilanciamento tra la tutela dei diritti fondamentali dell’individuo e la protezione della sicurezza collettiva.
Un primo nucleo di criticità risiede nell’ampliamento delle fattispecie che consentono il trattenimento dello straniero presso i Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) e nell’introduzione di procedure accelerate per l’identificazione. In questo contesto, l’ordinamento sembra privilegiare l’efficienza dell’azione amministrativa a scapito della riserva di giurisdizione e della libertà personale, beni protetti in modo assoluto dall’articolo 13 della Costituzione e dall’articolo 5 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. L’estensione del trattenimento e la contestuale riduzione degli spazi per una valutazione individualizzata della posizione dello straniero rischiano di trasformare la privazione della libertà in un automatismo procedurale, difficilmente compatibile con il principio di proporzionalità che deve regolare ogni limitazione dei diritti inviolabili.
Particolarmente controversa appare la revisione della disciplina relativa all’accesso alla tutela giurisdizionale, con specifico riferimento alla soppressione dell’ammissione automatica al patrocinio a spese dello Stato nei giudizi di impugnazione dei decreti di espulsione. Subordinare nuovamente l’accesso al gratuito patrocinio alla verifica di rigorosi requisiti reddituali rischia di tradursi, per soggetti strutturalmente privi di risorse e in condizioni di marginalità, in una preclusione di fatto del diritto di difesa. Sotto questo profilo, la scelta del legislatore entra in rotta di collisione con l’articolo 24 della Costituzione, che garantisce l’effettività della tutela giurisdizionale, e con l’articolo 3, per quanto concerne il principio di uguaglianza sostanziale. La giurisprudenza della Consulta ha costantemente ribadito che il diritto di difesa non può essere ridotto a un simulacro formale, né l’accesso alla giustizia può essere condizionato da ostacoli economici tali da renderlo inattuabile. La restrizione del gratuito patrocinio svuota di contenuto il precetto costituzionale, rendendo il ricorso al giudice un rimedio puramente teorico.
Anche sul versante sovranazionale, tali limitazioni pongono seri dubbi di compatibilità con l’articolo 47 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea e l’articolo 13 della CEDU. La carenza di un’adeguata assistenza legale in procedimenti che incidono sulla libertà personale o che possono condurre al rimpatrio verso paesi non sicuri determina un arretramento preoccupante delle garanzie minime dello Stato di diritto. Tale tendenza è confermata dal rafforzamento dei poteri prefettizi e dalla corrispondente riduzione del sindacato del giudice, segnando uno slittamento verso una gestione meramente amministrativa del fenomeno migratorio, in cui la funzione di garanzia giurisdizionale viene marginalizzata, con riflessi critici sul principio della separazione dei poteri.
Nel dibattito dottrinale, queste riforme sono interpretate come l’espressione di un mutamento del diritto pubblico contemporaneo verso un paradigma securitario. La figura dello straniero viene progressivamente degradata da titolare di diritti a mero fattore di rischio. In questo alveo si inserisce la riflessione del costituzionalista Ciro Sbailò, il quale evidenzia come, a partire dalla stagione post-11 settembre, si sia assistito a una costante compressione dei diritti umani in nome della lotta al terrorismo e della sicurezza globale. Come osservato dall’autore nei suoi studi, tra cui quelli pubblicati sulla rivista “Gnosis”, la difficoltà di definire giuridicamente la minaccia ha favorito normative emergenziali e modelli di governance basati sulla prevenzione assoluta del rischio. Questo processo ha normalizzato strumenti eccezionali e ampliato la discrezionalità del potere esecutivo, indebolendo la struttura delle garanzie costituzionali.
In conclusione, le modifiche al Testo Unico dell’Immigrazione rappresentano un momento emblematico di erosione delle tutele fondamentali. Sebbene motivate da esigenze di ordine pubblico, esse incidono sul nucleo essenziale dei diritti della persona. La compressione del diritto di difesa e la limitazione del patrocinio gratuito compromettono l’effettività della giustizia, rendendo necessaria una costante vigilanza affinché le istanze di sicurezza non comportino un definitivo arretramento della civiltà giuridica e dello Stato di diritto.
Prof. Aldo Valtimora docente di Diritto Internazionale Umanitario Unit Roma