Bangladesh: dalla rivolta generazionale al mandato plebiscitario
- 20 Febbraio 2026
La vittoria del Bangladesh Nationalist Party (BNP) alle elezioni parlamentari del 12 febbraio 2026 non chiude la transizione aperta dalla rivolta studentesca dell’agosto 2024, ma ne inaugura la fase più delicata. Il risultato è netto – oltre due terzi dei seggi secondo i dati preliminari – e accompagnato dall’approvazione referendaria di riforme costituzionali che introducono limiti di mandato per il primo ministro, rafforzano i contrappesi istituzionali e avviano la trasformazione del Parlamento in senso bicamerale. Ma proprio l’ampiezza del mandato apre una questione sistemica: la transizione sarà consolidamento o nuova concentrazione?
Dalla piazza al voto: una transizione compressa
La caduta di Sheikh Hasina nell’agosto 2024 – dopo quindici anni di governo segnati da accuse di repressione, uso politico della giustizia e restrizione delle libertà civili – è stata l’esito di una mobilitazione guidata da una generazione che ha contestato, non solo il sistema delle quote nell’impiego pubblico (con la riserva del 30% di posti nella pubblica amministrazione ai parenti dei “freedom fighters” morti durante la guerra di indipendenza dal Pakistan nel 1971), ma l’intero impianto di accesso alle opportunità e di gestione del dissenso. La sanguinosa Rivoluzione di Luglio, guidata dalla Generazione Z (nel corso della quale sono morte circa 1400 persone) ha prodotto uno shock politico che ha imposto una transizione accelerata, affidata a un governo ad interim guidato dal “banchiere dei poveri”, il premio Nobel Muhammad Yunus.
L’elezione del febbraio 2026 rappresenta dunque il passaggio dalla fase di rottura a quella di istituzionalizzazione. Come osservano Rudabeh Shahid e Michael Kugelman su Atlantic Council, la vittoria del BNP riflette una combinazione di fattori strutturali. Dall’ esclusione dell’Awami League (l’altro grande partito in Bangladesh) dalla competizione elettorale – a causa della repressione dei manifestanti pacifici poco prima di perdere il potere e del suo rifiuto di riconoscere gli abusi – alle dinamiche di riallineamento dell’elettorato, fino alla persistenza di un sistema bipolare in cui il voto di protesta tende a tradursi in alternanza tra le due principali forze storiche.
Ma una transizione compressa porta con sé una tensione intrinseca: la velocità della sostituzione dell’élite politica non coincide automaticamente con la ristrutturazione delle istituzioni.
Mandato forte, rischio di concentrazione
Tarique Rahman, rientrato in Bangladesh dopo diciassette anni di esilio, ha costruito la propria campagna su tre assi: rule of law, disciplina finanziaria, unità nazionale. In un’intervista riportata dal Time, ha indicato come priorità il ripristino della legalità e la ricostruzione della fiducia nelle istituzioni politicamente polarizzate – magistratura, forze di sicurezza, amministrazione.
Il punto dirimente non è la retorica riformista, ma la capacità di tradurla in architettura stabile. La storia politica bangladese è segnata da cicli di alternanza caratterizzati da accuse reciproche di corruzione e repressione. Lo stesso BNP, nel periodo 2001–2006, fu oggetto di controversie analoghe a quelle poi rivolte all’Awami League.
Il rischio sistemico non è la vittoria in sé, ma la trasformazione del mandato plebiscitario in legittimazione concentrativa. Le transizioni post-autoritarie mostrano che il momento della vittoria è spesso quello in cui si decide la qualità della democrazia successiva: consolidamento delle regole o restringimento progressivo del pluralismo sotto il segno della stabilità.
Riforme costituzionali: svolta o stress test?
Il referendum contestuale alle elezioni ha approvato modifiche significative: introduzione del limite di due mandati per il primo ministro, rafforzamento dei poteri presidenziali, trasformazione del Parlamento in senso bicamerale, ampliamento delle riserve di seggi per le donne.
Sulla carta, si tratta di un ri-equilibrio dell’esecutivo in favore di una maggiore distribuzione del potere. Ma le riforme costituzionali, in contesti post-rivolta, sono spesso uno stress test più che una garanzia. La loro efficacia dipende dalla capacità di preservare l’indipendenza giudiziaria, la neutralità della burocrazia e la credibilità del processo elettorale.
Kugelman sottolinea ancora che l’attuazione concreta delle riforme sarà il primo segnale della volontà del BNP di rompere con le pratiche del passato. Se il mandato popolare è stato interpretato come richiesta di “politica del cambiamento”, l’inerzia o l’implementazione selettiva potrebbero riattivare le dinamiche di mobilitazione che hanno caratterizzato il 2024.
Economia dinamica, fragilità strutturali
Sul piano macroeconomico, il Bangladesh rimane una delle economie più dinamiche dell’Asia meridionale. Il PIL è cresciuto da circa 72 miliardi di dollari nel 2006 a oltre 460 miliardi nel 2022. Lo riporta Foreign Policy. Tuttavia, il 2026 segna un passaggio cruciale: l’uscita ufficiale dallo status di “Paese a più basso tasso di sviluppo” (LDC) comporta la progressiva perdita di preferenze commerciali nei mercati occidentali.
Il settore tessile, che rappresenta oltre l’80% dell’export, è esposto a shock competitivi in un contesto globale già segnato da riallineamenti geopolitici e tensioni sulle catene del valore. A ciò si aggiungono inflazione elevata negli ultimi anni, erosione del potere d’acquisto e un tasso di disoccupazione giovanile che supera il 13%.
La crescita, dunque, non ha eliminato la percezione di diseguaglianza sistemica che ha alimentato la rivolta. Se l’agenda economica non affronterà in modo credibile l’accesso al lavoro qualificato, la riforma del settore bancario e la stabilizzazione valutaria, il mandato politico rischia di perdere rapidamente consenso.
Islam politico e competizione interna
Un ulteriore elemento di complessità è rappresentato dalla presenza significativa di Jamaat-e-Islami, principale forza islamista del Paese. Pur non determinante sul piano numerico grazie alla maggioranza autonoma del BNP, Jamaat rimane un attore con radicamento sociale e capacità mobilitativa.
La gestione di questo equilibrio interno inciderà sulla traiettoria dei diritti civili e, in particolare, sulla rappresentanza femminile. Nonostante le promesse di inclusione, la percentuale di candidate donne rimane limitata. In un Paese con una delle popolazioni più giovani al mondo, il rapporto tra istanze generazionali, identità religiosa e governance sarà uno dei nodi della legislatura.
Il riverbero regionale: India, Cina, Stati Uniti
La dimensione regionale è altrettanto rilevante. India, Cina e Stati Uniti hanno rapidamente riconosciuto il risultato elettorale, segnalando la centralità del Bangladesh nell’Indo-Pacifico.
Per New Delhi, la fine dell’era Hasina apre una fase di ri-calibrazione. Le relazioni bilaterali – in particolare sulla gestione delle acque del fiume Tista e sui flussi migratori – richiederanno un nuovo equilibrio. Pechino, dal canto suo, vede nel Bangladesh un nodo della Belt and Road Initiative. Washington, infine, ha interesse a preservare stabilità politica e apertura commerciale in un contesto regionale già segnato da competizione strategica.
Il BNP dovrà dunque esercitare una diplomazia di equilibrio, evitando di trasformare il mandato interno in allineamento esclusivo.
Il riverbero europeo: migrazione e percezione di sicurezza
La transizione bangladese non è priva di riflessi europei. Secondo il cruscotto statistico del Ministero dell’Interno italiano aggiornato al 13 febbraio 2026, il Bangladesh rappresenta la prima nazionalità dichiarata tra gli arrivi via mare in Italia dall’inizio dell’anno: 759 persone su un totale di 2.163, pari al 35%.
Il dato è significativo, anche se il numero complessivo di sbarchi nel 2026 è inferiore rispetto allo stesso periodo del 2024 e del 2025. La presenza bangladese nelle rotte mediterranee conferma che la mobilità non è esclusivamente economica, ma intrecciata a dinamiche politiche e percezioni di incertezza.
In Italia, il Bangladesh figura tra i Paesi considerati “sicuri” ai fini delle procedure accelerate d’asilo, ma organizzazioni internazionali hanno più volte segnalato criticità sul piano dei diritti umani negli anni precedenti al 2024. La stabilizzazione politica e la credibilità delle riforme incideranno anche sulla narrazione europea del Paese.
Transizione o ripetizione?
Il punto di equilibrio della nuova fase non sarà misurato dalla solidità numerica della maggioranza parlamentare, ma dalla capacità di trasformare l’energia della rivolta in regole prevedibili. Le piazze hanno aperto una frattura; le urne hanno prodotto una sintesi politica. Resta da vedere se il sistema istituzionale sarà in grado di assorbire il conflitto senza ricadere in logiche di polarizzazione esistenziale.
Ed è qui che una comparazione prudente con la stagione delle transizioni aperte dalle Primavere arabe può essere utile non come profezia, ma come avvertenza metodologica: le rivolte, spesso, sono “aperture” più che approdi; ciò che decide la traiettoria è l’architettura che segue – la qualità delle istituzioni, la distribuzione del potere, la risposta alle aspettative economiche.
Per il Bangladesh, il 2026 non è l’anno della normalizzazione, ma quello della verifica. La forza del mandato può diventare architrave di stabilità o preludio a nuove tensioni. Le piazze rendono visibile la storia. Le istituzioni decidono se essa diventa consolidamento o ripetizione.
Alessio Zattolo – PhD Candidate