Conferenza sulla sicurezza di Monaco: la rincorsa europea al riarmo
- 20 Febbraio 2026
L’edizione 2026 della Conferenza sulla Sicurezza di Monaco (MSC) si è conclusa in un clima di profonda introspezione per l’Occidente, segnando forse il punto di non ritorno per l’ordine liberale internazionale come lo abbiamo conosciuto. Il rapporto ufficiale di quest’anno ha messo a nudo una realtà inoppugnabile: la frammentazione non è più un rischio potenziale, ma l’attuale condizione operativa del sistema globale. Se nelle edizioni precedenti il dibattito ruotava attorno alla possibilità di riparare le istituzioni multilaterali, oggi l’attenzione si è spostata drasticamente sulla costruzione di bastioni di sicurezza regionali e sulla gestione di una competizione che investe ogni fibra del tessuto economico e tecnologico.
Il baricentro della discussione non è stato occupato solo dai conflitti cinetici in corso, ma da una nuova e pervasiva insicurezza strutturale. Il Munich Security Index ha rivelato come, per la prima volta, la minaccia di una de-globalizzazione disordinata sia percepita dalle potenze del G7 con lo stesso timore riservato alle minacce nucleari. L’assenza della Russia, ormai esclusa stabilmente dal consesso di Monaco, ha smesso di essere un elemento di eccezionalità per diventare il simbolo plastico della nuova cortina di ferro che divide l’Europa dall’Eurasia.
Il momento più alto della tensione diplomatica si è consumato sull’asse Washington-Berlino. Il Cancelliere tedesco Friedrich Merz ha scosso la platea del Bayerischer Hof con un intervento di raro crudo realismo, affermando che «l’alleanza atlantica non è più scontata» e che il vecchio ordine mondiale ha cessato di esistere. Il riferimento esplicito è alla postura transazionale dell’amministrazione Trump 2.0, che ha trasformato la protezione militare in una voce di bilancio non negoziabile, richiedendo agli alleati europei investimenti nella difesa fino al 5% del PIL.
La replica del Segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha cercato di gettare acqua sul fuoco, definendo Stati Uniti ed Europa come «destinati a stare insieme» in quanto parte di un’unica civiltà occidentale. Tuttavia, dietro la retorica del destino comune, Rubio ha confermato che Washington si aspetta un’Europa capace di camminare con le proprie gambe, liberando risorse americane per il quadrante indo-pacifico. La standing ovation ricevuta da Rubio non ha nascosto la consapevolezza europea che il “destino intrecciato” sia ora condizionato a una maggiore autosufficienza militare e finanziaria.
Ursula von der Leyen ha risposto a questa pressione rilanciando il tema della sovranità digitale e industriale. La tesi della Commissione Europea è che l’indipendenza non sia in contrasto con il legame transatlantico, ma ne sia il prerequisito per la sopravvivenza. La proposta di un Esercito Europeo, evocata con forza anche dal premier spagnolo Pedro Sánchez, ha trovato nuovi sostenitori, sebbene restino profonde divergenze su come finanziare tale integrazione.
Un dato interessante emerso durante i lavori è il riallineamento del Regno Unito. Il Primo Ministro Keir Starmer ha ribadito che Londra non è più quella degli anni della Brexit, cercando attivamente un coordinamento più stretto con l’UE per fronteggiare le minacce comuni, in particolare nell’Artico e sul fronte della sicurezza energetica. Questa convergenza suggerisce che, di fronte alla possibile dismissione dell’ombrello americano, le potenze europee stiano mettendo da parte le vecchie contese identitarie per una necessità di pura sopravvivenza geopolitica.
Un altro tema centrale è stato quello della sicurezza energetica e mineraria. La dipendenza dalle terre rare e dalle tecnologie per la transizione verde è stata identificata come il nuovo tallone d’Achille dell’Occidente. I delegati hanno sottolineato come la vulnerabilità delle rotte marittime e il controllo dei nodi logistici globali richiedano una presenza navale costante e coordinata, portando a una rivalutazione del ruolo del Regno Unito nel quadro della sicurezza europea post-Brexit.
Oltre ai conflitti cinetici, la conferenza ha dedicato ampio spazio alle minacce invisibili. Per la prima volta, i rischi legati alla disinformazione e agli attacchi informatici hanno superato, nella percezione dei paesi del G7, le preoccupazioni per i rischi ambientali. La corsa agli armamenti nell’Intelligenza Artificiale è stata descritta come il nuovo campo di battaglia della supremazia globale, con l’Europa che rischia di ridursi a semplice regolatore in un mercato dominato dal duopolio USA-Cina.
Anche lo scenario mediorientale e quello asiatico sono stati letti attraverso la lente dell’economia di sicurezza. Le restrizioni cinesi sull’export di terre rare e il controllo delle rotte commerciali sono stati indicati come i veri nodi che costringeranno l’Occidente a una ristrutturazione delle filiere produttive. Il 2026 si conferma così l’anno in cui la geopolitica ha smesso di essere lo sfondo delle relazioni commerciali per diventarne l’unico motore.
La Conferenza di Monaco 2026 ha certificato che il mondo non sta semplicemente cercando un nuovo equilibrio, ma sta imparando a convivere con lo squilibrio permanente. La parola cooperazione è stata pronunciata spesso, ma la realtà emersa è quella di un sistema internazionale che si sta riorganizzando in blocchi autosufficienti e armati, dove la forza della diplomazia è direttamente proporzionale alla capacità di deterrenza autonoma. La sfida per l’Europa, al termine di questa settimana intensa, resta quella di dimostrare di poter essere un attore geopolitico coeso, capace di proteggere i propri interessi in un sistema internazionale che ha smesso di essere amichevole.
Stefano Lovi – PhD Candidate