Cina, la crescita rallenta e affiorano le fragilità del modello
- 27 Febbraio 2026
L’economia della Cina non è in crisi, ma sta entrando in una fase più complessa e meno dinamica della propria traiettoria di sviluppo. Dopo una crescita intorno al 5% nel 2025, le stime per il 2026 indicano un ritmo più contenuto, attorno al 4,5%, secondo il Fondo Monetario Internazionale. Il dato non segnala un collasso imminente, bensì l’emergere di una fragilità strutturale: il modello che ha sostenuto l’ascesa cinese negli ultimi due decenni mostra rendimenti marginali decrescenti e fatica a riconvertirsi.
Per oltre un decennio la crescita è stata alimentata da investimenti massicci, credito abbondante, sviluppo immobiliare e spinta all’export. Oggi proprio questi pilastri rivelano le loro crepe. Il settore immobiliare, che ha rappresentato una componente decisiva della ricchezza delle famiglie e delle entrate dei governi locali, continua a risentire della crisi iniziata nel 2021. Il rallentamento delle vendite, le difficoltà finanziarie dei grandi sviluppatori e la perdita di valore degli immobili hanno generato un effetto ricchezza negativo che incide sulla fiducia dei consumatori e comprime la domanda interna. La fragilità del comparto non è solo ciclica: mette in discussione l’intero meccanismo di finanziamento locale basato sulla valorizzazione dei terreni e sull’indebitamento.
Sul piano industriale il quadro è altrettanto ambivalente. La manifattura ha mostrato segnali di recupero alla fine del 2025, ma permangono problemi strutturali di sovracapacità e pressione sui margini, soprattutto nei settori tradizionali. Parallelamente, Pechino continua a sostenere comparti ritenuti strategici (dai semiconduttori ai veicoli elettrici) rafforzando un modello di politica industriale fortemente guidato dallo Stato. Tuttavia, lo stesso Fondo Monetario Internazionale ha lanciato un chiaro segnale di allarme: nel suo rapporto più recente ha invitato la Cina a dimezzare i sussidi statali all’industria (ossia di ridurli dal circa 4% del PIL all’2%) per attenuare le pressioni commerciali internazionali e correggere inefficienze produttive, sottolineando che l’eccesso di aiuti può generare spillover negativi sui mercati globali e alimentare tensioni con partner commerciali occidentali.
La debolezza della domanda interna rimane il nodo centrale della transizione. Le famiglie mantengono un’elevata propensione al risparmio, frenate dall’incertezza occupazionale, dalla crisi immobiliare e da un sistema di welfare ancora incompleto. Il riequilibrio verso un’economia maggiormente centrata sui consumi richiede riforme profonde che incidano sulla distribuzione del reddito, sulla protezione sociale e sull’allocazione del capitale. Senza un rafforzamento strutturale della fiducia domestica, la crescita rischia di restare dipendente da investimenti pubblici e performance dell’export, due leve che mostrano efficacia decrescente.
In questo quadro, la Cina continua a crescere, ma con un profilo qualitativamente diverso rispetto al passato. La questione non è una recessione imminente, bensì la sostenibilità del modello di sviluppo. La trasformazione da economia investment-driven a sistema più equilibrato, innovativo e fondato su consumi solidi rappresenta una sfida politica oltre che economica. La debolezza attuale non consiste in un’improvvisa implosione, ma nella difficoltà di governare una transizione strutturale mentre aumentano le pressioni interne ed esterne. È su questa linea di frattura che si gioca il posizionamento della Cina nel prossimo decennio e, più in generale, l’equilibrio economico globale.
Stefano Lovi – PhD Candidate