La sovranità adattiva del Giappone: Takaichi e la torsione dell’articolo 9 nello spazio indo-pacifico
- 3 Marzo 2026
L’elezione di Sanae Takaichi al vertice del Partito Liberaldemocratico (per semplicità, si userà l’acronimo inglese LDP) il 4 ottobre 2025 – cui ha fatto seguito il 21 dello stesso mese quella a primo ministro ex art. 67 Cost. – e le elezioni legislative per la Camera bassa dell’8 febbraio scorso rappresentano indubbiamente uno dei momenti maggiormente significativi della storia politica nipponica dalla fine dell’occupazione alleata nel 1952. E questo almeno per quattro ragioni, tutte diversamente collegate a Takaichi e così riassumibili: innanzitutto, dopo una serie di candidature andate a vuoto (Koike nel 2008, Noda nel 2021, Kamikawa nel 2024 e la stessa Takaichi nel 2021 e nel 2024), una donna è alla fine eletta a capo del partito di maggioranza e quindi del Paese; secondo, una outsider, che non appartiene quindi a una dinastia di politici di tradizione (come, ad esempio, era il caso di Abe o anche del giovane Kozumi, avversario nella corsa alla testa del partito); terzo, il LDP si presenta alle elezioni in coalizione con un nuovo junior partner, non più il New Komeitō (alleato storico e “braccio politico” della Sōka Gakkai), ma il Japan Innovation Party-JIP (decisamente meno centrista); infine, lo straordinario risultato elettorale, giacché dal 1955, anno della sua fondazione, il LDP, pur al governo quasi ininterrottamente, mai aveva ottenuto una maggioranza così consistente alla Camera bassa (316 seggi su 465).
Lo stile Takaichi, con il suo mantra “hataraite, hataraite, hataraite” (lavoro, lavoro, lavoro), così come la sua storia personale di ex metallara, ha rappresentato un vento di aria fresca in una politica stantia e ingessata e ha infatti fatto subito breccia nell’opinione pubblica. La decisione – di per sé piuttosto frequente in Giappone da parte di un nuovo primi ministro – di convocare elezioni anticipate si spiega con questa incredibile popolarità che vedeva percentuali di approvazione del suo governo tra il 61% e il 78%, dati straordinari se si pensa che i governi nipponici viaggiano quasi stabilmente intorno al 30%.
Nel momento in cui si voglia analizzare la politica di Takaichi, interna ed estera, e la sua postura, si deve avere ben presente che il Giappone è un Paese fortemente conservatore. Nello spettro politico, il LDP, pur avendo partiti, di piccole dimensioni, alla sua destra, è un partito ancora molto conservatore, con alcune fazioni che su alcune questioni possono essere definite di estrema destra. Takaichi ha preso la guida di quella che era la fazione di Abe, suo mentore, ed è quindi descrivibile come un “falco” in politica estera e tradizionalista in politica interna. Ciononostante, non si deve commettere l’errore appiattire Takaichi su Abe; il loro stile così come la loro postura su alcune questioni non sono in alcun modo assimilabili.
Se infatti nella sostanza la politica di Takaichi riafferma una certa continuità con il passato, nella forma ha introdotto un significativo cambio di passo nella politica giapponese. Al contempo, però, anche analizzando la sostanza, nel momento in cui si entra nel dettaglio, emergono importanti differenze col passato, che sono spiegabili con il mutato scenario indo-pacifico a seguito della riorganizzazione militare cinese e con l’erratica presidenza Trump. Entrambi questi fatti hanno inciso sul nuovo impulso che Takaichi sta dando alla politica indo-pacifica nipponica; il cambio di marcia è notevole.
Gli assi portanti della geopolitica nipponica del governo Takaichi sono quattro: il rapporto con Washington, la politica di vicinato, il rafforzamento ulteriore della difesa e last but not least la possibile riforma costituzionale con la riscrittura dell’art. 9.
Per quanto concerne il primo asse, pur collocandosi nel solco della tradizionale alleanza con Washington, Takaichi enfatizza la necessità di un Giappone forte e autosufficiente, sia sul piano militare che tecnologico. Non è pensabile che un primo ministro nipponico possa rompere l’alleanza con gli Stati Uniti, da cui dipende la sicurezza del Paese, ma ciò non impedisce però alla premier di cercare di diversificare le partnership strategiche, come ben hanno dimostrato i summit con alcuni leader dell’area, su tutti il premier australiano, volti a consolidare la cooperazione in materia di difesa, energia e materie prime.
Il secondo asse, quello della politica di vicinato, è piuttosto complesso e richiede a Takaichi un certo equilibrismo, dal momento che permangono tensioni storico-memoriali con tutti i Paesi limitrofi, ma con alcuni, Corea del Sud e Taiwan, deve trovare delle linee di convergenza a fronte della minaccia cinese e nordcoreana.
Non a caso, Taiwan è stata l’oggetto del primo intervento di peso di Takaichi in politica estera. La premier ha dichiarato che per il Giappone Taiwan è elemento di sicurezza, definendo un’eventuale crisi nell’area come una crisi per il Giappone stesso. È importante notare come Takaichi non abbia voluto ritrattare questa dichiarazione né invocare un fraintendimento giornalistico, come molti, anche all’interno del suo partito, le avevano suggerito di fare. Pendant è stata la visita sull’isola che indubbiamente contribuito a rafforzare i legami strategici tra i due Paesi, lasciando intendere la volontà di Tōkyō di voler esercitare un ruolo più attivo nei futuri, ed eventuali, scenari di crisi nello stretto. Naturalmente questa postura ha provocato forti reazioni da Pechino e segnala una possibile ridefinizione della tradizionale prudenza di Tōkyō sulla questione (per ragioni storiche, essendo Taiwan una ex colonia nipponica).
Analogo piglio deciso è rintracciabile nella postura verso la Cina, come del resto la mancata smentita delle dichiarazioni su Taiwan ha ben lasciato intendere. Per Takaichi la Cina rappresenta una minaccia sistemica alla sicurezza giapponese, ragione per la quale è necessario che il Giappone riduca la propria dipendenza tecnologica ed economica da Pechino. Questa linea ha già portato a tensioni diplomatiche e contrapposizioni economiche, comprese misure restrittive cinesi contro imprese giapponesi in settori ad alta tecnologia, ma anche nel settore del turismo, con l’invito ai cinesi a non recarsi nel Paese del Sol Levante.
Sulla Corea del Nord, Takaichi si colloca nella continuità di una politica decennale di opposizione e al contempo di cautela. Non si deve dimenticare che la questione dei rapimenti è sempre di attualità e Tōkyō non ha cessato di sforzarsi a livello diplomatico per il rimpatrio degli ostaggi. Tra il 1977 e il 1983, infatti, agenti nordcoreani rapiscono almeno 17 cittadini giapponesi direttamente in Giappone o nell’area circostante per usarli in attività di spionaggio e addestramento negli apparati nordcoreani. Accanto ai lanci balistici nel Mar del Giappone, la questione rapimenti è forse il principale ostacolo alla normalizzazione dei rapporti diplomatici tra i due Paesi.
Relativamente alla Corea del Sud, i rapporti con Seul sono storicamente complessi (memoria coloniale, comfort women, dispute territoriali su Dokdo/Takeshima) e continuano a rappresentare un reale ostacolo a un’effettiva normalizzazione dei rapporti. Indubbiamente la posizione fortemente revisionista di Takaichi può potenzialmente riaccendere le tensioni tra le due capitali; è pur vero, però che per il momento la premier non si è ancora recata al santuario di Yasukuni, fatto questo che può essere interpretato come la volontà di favorire un rapporto di collaborazione in ottica geostrategica. Del resto, il contesto regionale spinge verso la cooperazione tra i due Paesi. Le criticità non sono comunque risolte: la relazione tra le due capitali sarà funzionale sul piano strategico, ma fragile sul piano simbolico e storico.
Per quanto concerne la difesa e l’art. 9, come noto il Giappone rappresenta un caso assolutamente unico: a fronte di una Costituzione che proibisce il mantenimento di qualunque war potential e rinuncia alla guerra, vi è una delle spese militari più alte del globo. Takaichi vuole ulteriormente accelerare e portare le spese per la difesa al 2% del PIL, sì da poter ammodernare le Forze di Autodifesa (SDF, second l’acronimo inglese), equipaggiandole con nuovi sistemi di intelligence e dotandole di capacità operative più ampie. È quindi in perfetta continuità con Abe e con la dottrina del proactive pacifism e della collective self-defense che implicano meno restrizioni all’uso della forza.
Se il Paese ha potuto mantenere delle SDF che sono dotate di reale war potential e devolvere una percentuale così importante del proprio PIL alle spese militari lo si deve al rifiuto sistematico della Corte suprema di scrutinarne la costituzionalità e all’interpretazione evolutiva da parte dei diversi governi che ha completamente svuotato l’art. 9 di quello che era il suo significato originario. Un’altra ragione è anche il fallimento dei numerosi progetti di revisione costituzionale (nessuno dei quali è però mai stato effettivamente discusso alla Dieta). La schiacciante maggioranza che ora il LDP ha alla Camera bassa e l’uscita del New Komeitō, contrario alla riscrittura dell’art. 9, dalla coalizione potrebbero avvicinare la revisione costituzionale, senza dimenticare, però, che ex art. 96, l’ultima tappa dell’iter è un referendum e che, secondo i sondaggi, la società civile è fortemente affezionata al pacifismo.
Per quanto sia chiaramente troppo presto per tracciare un bilancio della politica estera e geostrategica di Takaichi, si possono comunque sottolineare alcuni punti. Nonostante la retorica forte e la volontà di mettere in opera una politica estera più decisa e ambiziosa di quella dei suoi predecessori, questa rimane fortemente pragmatica, dal momento che cerca di evitare conflitti diretti e preservare relazioni economiche stabili con Pechino e altri partner regionali. Questo equilibrismo pragmatico riflette la necessità di Tōkyō di gestire le tensioni in Asia orientale senza compromettere la crescita economica o la cooperazione multilaterale.
Elisa Bertolini – Professoressa di Diritto Pubblico Comparato, Università Bocconi di Milano