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Iran post-Khamenei: transizione di potere e ridefinizione degli equilibri regionali

La morte di Ali Khamenei, avvenuta il 28 febbraio nel corso dei primi bombardamenti americani e israeliani su Teheran, non equivale automaticamente alla fine della Repubblica Islamica. La tentazione di leggere l'evento in questi termini rischia di essere fuorviante. Come ha argomentato Ali Hashem su Foreign Policy, il sistema khomeinista non è mai stato costruito come un regime esclusivamente personale: ha progressivamente istituzionalizzato il carisma, distribuendo funzioni e leve di controllo in modo da poter assorbire anche uno shock di vertice. La capacità iraniana di proseguire operazioni di ritorsione nonostante le perdite ai vertici sembra confermare, almeno nell'immediato, che la pressione esterna non produce paralisi strategica.

La morte di Ali Khamenei, avvenuta il 28 febbraio nel corso dei primi bombardamenti americani e israeliani su Teheran, non equivale automaticamente alla fine della Repubblica Islamica. La tentazione di leggere l’evento in questi termini rischia di essere fuorviante. Come ha argomentato Ali Hashem su Foreign Policy, il sistema khomeinista non è mai stato costruito come un regime esclusivamente personale: ha progressivamente istituzionalizzato il carisma, distribuendo funzioni e leve di controllo in modo da poter assorbire anche uno shock di vertice. La capacità iraniana di proseguire operazioni di ritorsione nonostante le perdite ai vertici sembra confermare, almeno nell’immediato, che la pressione esterna non produce paralisi strategica.

La domanda rilevante non è dunque se il sistema sopravviva, ma in quale forma e con quale centro di gravità. Il Washington Post ha sollevato un interrogativo che attraversa il dibattito strategico americano: la strategia di decapitazione sembra precedere la definizione di un quadro credibile per la fase successiva. In assenza di un’alternativa organizzata e legittimata, la pressione esterna tende storicamente a rafforzare gli attori interni più strutturati sul piano coercitivo – non necessariamente quelli più inclini a una ricalibrazione.

Successione: tra procedura costituzionale e potere effettivo

L’articolo 111 della Costituzione iraniana disciplina la vacanza della Guida Suprema attraverso un Consiglio di transizione e affida all’Assemblea degli Esperti – 88 alti chierici sciiti – la scelta del successore. È la seconda volta nella storia della Repubblica Islamica che l’organo si trova a compiere questa designazione: la prima fu nel 1989, quando scelse lo stesso Khamenei.

Secondo tre funzionari iraniani citati dal New York Times, l’Assemblea si è riunita in sessioni virtuali e ha fatto emergere come candidato principale Mojtaba Khamenei, 56 anni, figlio della Guida Suprema. I Guardiani della Rivoluzione avrebbero spinto attivamente per la sua nomina, ritenendolo il più adatto a coordinare gli apparati di sicurezza e militari in una fase di guerra aperta. Alcune riserve interne riguardano però il rischio di esporlo come bersaglio annunciandone pubblicamente la designazione – un dettaglio che dice qualcosa sul clima in cui si svolge la transizione.

Vali Nasr, esperto di Iran e Islam sciita alla Johns Hopkins University, ha commentato che una sua elezione segnalerebbe che è la componente più intransigente dei Guardiani ad avere ora il controllo del sistema. Gli altri finalisti – Alireza Arafi, già membro del Consiglio di transizione, e Seyed Hassan Khomeini, nipote del fondatore della Repubblica Islamica – sono considerati figure più moderate, con quest’ultimo vicino alla fazione riformista. 

La scelta tra questi profili non è solo procedurale: riflette quale coalizione interna ha la capacità di imporre il proprio candidato in condizioni di pressione esterna.

Rimane aperta la questione di quanto la legittimazione religiosa formale conti rispetto al controllo effettivo degli apparati. Come ha osservato Hamidreza Azizi su Time, in un contesto di guerra la catena decisionale tende a gravitare verso chi gestisce la sicurezza – indipendentemente dal titolo che ricopre.

I limiti strutturali della superiorità militare

L’operazione “Epic Fury” ha impiegato oltre venti sistemi d’arma – dai bombardieri stealth B-2 agli F-35, dai Tomahawk ai droni LUCAS, utilizzati per la prima volta in contesto operativo. Al Jazeera ha riportato che più di 1.250 obiettivi sono stati colpiti e undici navi iraniane affondate. Il bilancio delle vittime civili ha superato le 787 unità secondo la Mezzaluna Rossa, mentre stime dell’agenzia Anadolu collocano il costo delle prime ventiquattro ore attorno ai 779 milioni di dollari.

Christopher Preble, dello Stimson Center, ha chiarito che la sostenibilità finanziaria non è il nodo critico. Il problema riguarda gli inventari: sistemi come i Patriot e gli SM-6 non si rigenerano rapidamente, e le scorte disponibili devono coprire simultaneamente altri teatri. Kelly Grieco, dello stesso istituto, ha posto la questione in termini più strutturali: la potenza aerea può degradare capacità militari ed eliminare comandanti, ma non può riorganizzare la politica interna di uno Stato. 

Distruggere è un’azione immediata; costruire un nuovo equilibrio politico richiede condizioni che l’intervento esterno non è in grado di garantire da solo. È un limite che la storia dei conflitti aerei suggerisce con una certa costanza.

Regionalizzazione del conflitto e logica del costo distribuito

La risposta iraniana ha esteso gli attacchi a basi americane nel Golfo, a obiettivi israeliani e a infrastrutture energetiche e civili nella penisola arabica. Questa scelta si inscrive nella logica di una guerra di logoramento asimmetrica coerente con la dottrina strategica di Teheran: distribuire il costo del conflitto, trasformare la pressione sull’Iran in instabilità regionale, incidere su sistemi difensivi e mercati energetici. 

Le monarchie del Golfo si trovano in una posizione particolarmente difficile. Questi stati avevano investito significativo capitale politico nella distensione con Teheran negli anni recenti – una scelta maturata anche dopo gli attacchi alle infrastrutture petrolifere saudite del 2019, quando era diventato chiaro che le garanzie di sicurezza americane non erano incondizionate. 

Quella scommessa sulla de-escalation è ora vanificata. Gli attacchi iraniani hanno colpito aeroporti, hotel, centri tecnologici e impianti energetici, minando direttamente l’immagine di stabilità su cui si fonda la proiezione economica e internazionale di questi paesi. La chiusura dello Stretto di Hormuz da parte della marina iraniana ha inoltre bloccato una delle principali rotte di esportazione energetica regionale.

Un’analisi collettiva pubblicata dallo European Council on Foreign Relations (ECFR) osserva che Teheran sembra puntare sul fatto che allargare il teatro di guerra costringa i paesi del Golfo a fare pressione su Washington per fermare la campagna. Ma il calcolo potrebbe rivelarsi sbagliato: di fronte agli attacchi continuati, questi stati potrebbero concludere di non avere altra scelta che unirsi attivamente alle operazioni militari americane per bloccare la capacità iraniana di colpire. Il passo successivo potrebbe essere la ritorsione contro le infrastrutture energetiche iraniane — un’escalation che nessuno degli attori regionali ha interesse a innescare, ma che la logica del conflitto rende sempre meno improbabile.

In Libano la dinamica assume forma territoriale. Hezbollah ha condotto attacchi verso Israele, offrendo a Tel Aviv un argomento per intensificare la pressione militare nel sud del Paese. La spinta all’escalation da parte del movimento sciita sarebbe in parte riconducibile al maggiore controllo diretto esercitato da Teheran su Hezbollah dopo la morte di Hassan Nasrallah. Tuttavia, il governo di Beirut ha assunto una postura inedita: il primo ministro Nawaf Salam ha annunciato il divieto delle attività militari di Hezbollah, segnalando un tentativo di riaffermazione della sovranità statale la cui praticabilità resta da verificare.

Russia, Cina, Turchia: tre posture a distanza

Il conflitto ridisegna anche le posizioni delle potenze esterne, ciascuna con un calcolo proprio.

La Russia trae benefici tattici nell’immediato: gli attacchi americani rafforzano la narrativa del doppio standard occidentale, la concentrazione di intercettori in Medio Oriente riduce le forniture disponibili per Kiev, e il rialzo del petrolio incrementa le entrate di Mosca. I limiti sono però altrettanto visibili. Come osserva l’ECFR, la Russia rischia di perdere un altro alleato regionale senza aver potuto fare nulla per proteggerlo –  esponendo la reale portata della sua influenza. L’instabilità in Iran potrebbe inoltre produrre effetti di ricaduta sul Caucaso, area già instabile ai suoi confini.

La Cina ha mantenuto una distanza calcolata, limitandosi a condannare gli attacchi. È improbabile che Pechino intensifichi il supporto a Teheran nel breve periodo, anche perché l’Iran sta colpendo stati con cui intrattiene relazioni economiche rilevanti. Lo scenario più favorevole per Pechino sarebbe un conflitto prolungato che logori le risorse americane senza esposizione diretta cinese. Resta però un dato difficile da ignorare: quando Washington decapita la leadership di governi partner cinesi, Pechino può soltanto protestare. Zineb Riboua, su The Free Press, ha avanzato una lettura più strutturale: l’operazione “Epic Fury” non colpisce solo l’Iran, ma smantella un asset che Pechino aveva costruito con pazienza – forniture energetiche a prezzi scontati, infrastrutture tecnologiche di sorveglianza, rifornimenti missilistici dopo la guerra dei 12 giorni. Non è ancora chiaro se questo sia una conseguenza calcolata da Washington o un effetto collaterale. La distinzione potrebbe rivelarsi rilevante nelle fasi successive.

La Turchia ha assunto la postura più attiva. Erdogan ha condannato la guerra e chiesto il ritorno al negoziato, ma la posizione turca – come rileva ancora lECFR – non è motivata da simpatia per Teheran. Ankara teme i flussi di rifugiati, l’instabilità al confine e lo spazio che un vuoto di potere in Iran potrebbe aprire per l’autonomia curda. La preoccupazione più profonda è però geopolitica: la Turchia distingue tra obiettivi americani, percepiti come transazionali e potenzialmente limitati, e obiettivi israeliani, interpretati come orientati a una trasformazione regionale duratura. È una distinzione che potrebbe diventare rilevante nelle fasi successive del conflitto.

UE: frammentazione istituzionale e credibilità geopolitica

Anche l’Unione Europea emerge da questa crisi con una fragilità esposta. Politico ha documentato come Kaja Kallas abbia pubblicato un comunicato autonomo circa mezz’ora prima della dichiarazione congiunta di von der Leyen e Costa, senza coordinamento diretto tra le due figure. La sovrapposizione non è episodica: riflette un conflitto strutturale tra la Commissione – che ha ampliato il proprio ruolo in politica estera attraverso la creazione della Direzione Generale per il Medio Oriente, il Nord Africa e il Golfo (DG MENA)- e il Servizio Europeo per l’Azione Esterna (SEAE).

In assenza di una gerarchia operativa chiara, il coordinamento su sanzioni, iniziative diplomatiche e sicurezza energetica tende a frammentarsi proprio quando la coerenza sarebbe più necessaria. 

In un contesto di guerra nel vicinato allargato, questa configurazione incide sulla credibilità dell’Unione come attore strategico con effetti misurabili sulla capacità di anticipare e orientare gli sviluppi, non soltanto sul piano comunicativo.

Una transizione aperta

La morte di Khamenei segna la fine di un ciclo personale, ma non dissolve la struttura della Repubblica Islamica. Più plausibile è una fase in cui l’assetto costituzionale tenta di preservare continuità mentre il potere effettivo si riallinea verso il circuito sicurezza–apparato coercitivo. La guerra agisce da acceleratore di trasformazioni istituzionali e regionali già in corso. Il suo esito non dipenderà soltanto dall’intensità delle operazioni militari, ma dalla capacità degli attori coinvolti di governarne le conseguenze politiche – e di evitare che la distruzione del vertice produca una destabilizzazione più ampia di quella che si intendeva contenere.

A complicare ulteriormente il quadro è il fatto che le variabili decisive non sono tutte regionali. La postura americana dipenderà anche da quanto Trump riterrà politicamente sostenibile un conflitto prolungato; quella cinese, da quanto Pechino valuterà recuperabile ciò che ha perso. Nessuno dei protagonisti controlla interamente la traiettoria di ciò che ha avviato.

 

Alessio Zattolo – PhD Student

Coordinamento a cura di Ciro Sbailò

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