Crisi petrolifera: cosa sta accadendo in Asia
- 27 Marzo 2026
A quattro settimane dall’inizio della guerra in Medio Oriente, che sta sconvolgendo i mercati energetici, l’Asia si trova ad affrontare una delle prime gravi conseguenze derivante della carenza di petrolio. I prezzi del carburante per aerei stanno raggiungendo livelli record, mentre i governi si mobilitano per garantire la continuità dei voli.
Le compagnie aeree hanno cancellato numerosi voli lasciando a terra migliaia di passeggeri. I principali fornitori energetici a livello regionale come Cina, Corea del Sud e Thailandia stanno limitando le esportazioni, mentre Paesi, come il Vietnam, che dipendono dalle importazioni sono obbligati ad introdurre razionamenti e a ricorrere all’aiuto di altri Paesi
La continua accelerazione della crisi offre una prima idea di cosa succede quando le forniture di petrolio subiscono una limitazione a causa di una crisi inaspettata priva di una conclusione individuabile.
La crisi mostra la sua maggiore problematicità in Asia, dove i Paesi possiedono scorte limitate di petrolio e dipendono dalle forniture provenienti dal Medio Oriente. Gli esperti avvisano che potrebbero emergere ulteriori sconvolgimenti se la guerra dovesse proseguire.
La carenza di carburante nel settore dell’aviazione rappresenta un campanello d’allarme secondo James Noel-Besewick, responsabile delle materie prime di Sparta Commodoties, società di analisi di mercato, dichiarando che si stanno già delinanendo le prospettive del mercato dei carburanti, se la situazione non verrà risolta.
Dopo che gli Stati Uniti ed Israele sono entrati in guerra contro l’Iran, bloccando il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz, nel giro di pochi giorni il rischio di una carenza di petrolio si è propagata in tutta l’Asia. Circa un quinto del petrolio mondiale transita in questo stretto corridoio marittimo lungo la costa meridionale iraniana e la maggior parte è destinata ai mercati asiatici.
Nelle città indiane, è corsa alle scorte di gas di petrolio liquefatto, ampiamente utilizzato per cucinare. Il Bangladesh ha sospeso le lezioni universitarie. Le Filippine sono passate alla settimana lavorativa di quattro giorni. In Vietnam e Thailandia, i distributori espongono cartelli “esaurito”, mentre governi di Paesi con scorte limitate hanno introdotto misure straordinarie per contenere i consumi.
Poi, lo shock inatteso: i prezzi dei carburanti per aerei hanno raggiunto livelli record superando i 200 dollari al barile, oltre il doppio rispetto al periodo precedente al conflitto.
«Ha raggiunto dei livelli senza precedenti», ha dichiarato Nikhil Ravishankar, amministratore delegato di Air New Zealand, a un media locale nelle scorse settimane, dopo aver cancellato circa 1.100 voli fino all’inizio di maggio.
I prezzi del carburante nel settore dell’aviazione sono aumentati in modo rapido e drastico rispetto al prezzo del Brent, il punto di riferimento globale per il petrolio, che nei giorni scorsi si è attestato a 108,65 dollari al barile, in aumento di circa il 50% dall’inizio della guerra.
Il carburante utilizzato nel settore dell’aviazione è spesso il primo prodotto petrolifero raffinato a scarseggiare, anche perché è soggetto al rispetto di standard qualitativi più severi rispetto ad altri combustibili. Infatti, deve essere stoccato in serbatoi specializzati, rendendo costoso accumularne grandi quantità e non può restare inutilizzato a lungo senza deteriorarsi. Di conseguenza, è più difficile gestire eventuali interruzioni di approvigionamenti. Inoltre, a differenza di benzina e diesel, che dispongono di catene di approvvigionamento più flessibili, il carburante per aerei dipende da componenti specifici difficili da sostituire, con poche alternative quando le forniture si contraggono. A complicare il quadro è la struttura stessa del sistema energetico globale: i Paesi che estraggono petrolio greggio non sono, nella maggior parte dei casi, quelli che lo raffinano. La Corea del Sud, ad esempio, è uno dei principali esportatori di carburante per l’aviazione, ma dipende in larga misura dalle importazioni di greggio, gran parte delle quali transita dallo Stretto di Hormuz.
Paesi come l’Australia hanno progressivamente ridotto la propria capacità di raffinazione nel corso degli anni, diventando così più dipendent non solo dalle importazioni di petrolio, ma anche dalla disponibilità e dalla volontà di altri Stati di raffinarlo e venderlo.
Pochi giorni dopo l’inizio della guerra, la Cina è stata tra i primi Paesi a limitare le esportazioni di prodotti petroliferi raffinati, incluso il carburante per aerei: una decisione che ha avuto effetti immediati nella regione, dove Pechino fornisce la metà del carburante consumato.
Negli ultimi giorni anche la Thailandia, il principale fornitore del Vietnam, ha imposto un divieto temporaneo su alcune esportazioni di carburante, jet fuel compreso. Parallelamente, la Corea del Sud ha introdotto limiti alle esportazioni di benzina e diesel, comprimendo ulteriormente l’offerta di carburante per l’aviazione, poiché le raffinerie privilegiano la domanda interna.
«Sono in atto delle restrizioni sulle esportazioni di greggio e la Cina è stata tra le prime ad adottarle», ha osservato Neil Beveridge, responsabile della ricerca presso Bernstein, citando colloqui con operatori e aziende del settore. Misure che stanno spingendo le compagnie ad accumulare scorte, nella previsione di un ulteriore peggioramento.
Siccome il mezzo di trasporto più utilizzato in Vietnam è la motocicletta, il timore riguardante rincari e penurie di carburante ha già innescato episodi di panico. Ad Hanoi centinaia di motociclisti si sono messi in fila fino a notte inoltrata davanti alle stazioni di servizio.
La crisi ha raggiunto un livello tale da spingere il ministro degli Esteri e il primo ministro vietnamiti a incontrare ambasciatori e alti funzionari di Cina, Corea del Sud, Thailandia, Giappone ed Emirati Arabi Uniti, chiedendo sostegno, anche attraverso l’accesso alle riserve strategiche.
Quasi tre quarti del carburante per l’aviazione del Vietnam è importato, soprattutto da Cina e Thailandia e l’autorità per l’aviazione civile ha avvertito che una carenza potrebbe manifestarsi già ad aprile. Le compagnie aeree vietnamite stanno valutando aumenti tariffari e riduzioni dei voli per far fronte all’impennata dei costi e alla scarsità di forniture. Anche a prezzi più elevati, reperire carburante aggiuntivo resta estremamente difficile. «L’approvigionameto di carburante è oggi estremamente complesso, perché dipende interamente da fattori esterni, in particolare dal conflitto in Medio Oriente», ha dichiarato Bui Ngoc Bao, presidente dell’Associazione petrolifera del Vietnam. In Australia, l’attuale crisi ha mostrato una vulnerabilità nota da tempo, legata alla forte dipendenza dalle importazioni, come evidenziato anche da analisi governative. Il Paese importa circa il 90% del carburante e, all’inizio di marzo, disponeva di scorte di carburante per aerei sufficienti per circa 32 giorni, secondo il ministro dell’Energia.
Ad alimentare timori di imminenti carenze sarebbe stata una notizia riportata dai media locali secondo cui almeno una petroliera diretta in Australia non sarebbe riuscita a caricare in un porto cinese a metà marzo. Il primo ministro Anthony Albanese ha cercato di rassicurare l’opinione pubblica, affermando che le forniture restano assicurat, attribuendo eventuali carenze al raddoppiamento della domanda registratasi in alcune aree a causa di un diffuso sentimento di panico. Contestualmente, ha annunciato la creazione di una task force sulla sicurezza energetica, dichiarando l’intenzione di rendere il Paese «più che preparato». Tra le misure adottate, anche la decisione di trattenere una quota maggiore del carburante prodotto a livello nazionale
«Il conflitto rappresenta uno shock senza precedenti per i mercati energetici globali», ha dichiarato Albanese. «E gli australiani ne stanno già avvertendo le conseguenze». L’amministratore delegato dell’aeroporto di Sydney, che consuma circa il 40% del carburante per l’aviazione a disposizione del Paese, ha spiegato che lo scalo dispone normalmente di circa 25 giorni di scorte, ma l’affidabilità di queste riserve, ha sottolineato Scott Charlton, «dipende dalle rotte marittime internazionali, dalla capacità globale di raffinazione e dalla stabilità geopolitica». Riferendosi al conflitto che sta mettendo a rischio tutti questi fattori, ha concluso: «Ci viene rapidamente ricordato quanto siano interconnessi energia, aviazione e geopolitica».
Beatrice Parisi – Collaboratrice GEODI