GEODI – UNINT

La Germania di fronte ai limiti della transizione energetica

Recentemente, ha preso piede tra il governo tedesco l’ipotesi che la Germania possa tornare temporaneamente ad aumentare la produzione elettrica da carbone per mitigare l’aumento dei costi energetici dovuto alla guerra in Iran. Ciò avrebbe delle conseguenze non da poco nel panorama comunitario: dietro la discussione su alcune centrali da riattivare o mantenere in funzione più a lungo si intravede la crisi del modello energetico europeo costruito negli ultimi vent’anni, basato su tre pilastri: decarbonizzazione, integrazione dei mercati e accesso relativamente stabile a fonti energetiche esterne a basso costo.

Recentemente, ha preso piede tra il governo tedesco l’ipotesi che la Germania possa tornare temporaneamente ad aumentare la produzione elettrica da carbone per mitigare l’aumento dei costi energetici dovuto alla guerra in Iran. Ciò avrebbe delle conseguenze non da poco nel panorama comunitario: dietro la discussione su alcune centrali da riattivare o mantenere in funzione più a lungo si intravede la crisi del modello energetico europeo costruito negli ultimi vent’anni, basato su tre pilastri: decarbonizzazione, integrazione dei mercati e accesso relativamente stabile a fonti energetiche esterne a basso costo.

La Germania rappresenta il caso più emblematico di questo virtuoso modello (ora in discussione). Il progetto strategico noto come Energiewende (la “transizione energetica”) mirava a uscire contemporaneamente dal nucleare e dai combustibili fossili attraverso un massiccio sviluppo delle rinnovabili. Nel 2023 Berlino ha completato l’uscita dal nucleare, chiudendo gli ultimi tre reattori ancora attivi, mentre l’obiettivo ufficiale rimane la progressiva eliminazione del carbone entro il 2038. 

Tuttavia, l’equilibrio su cui si reggeva questa strategia è stato scosso prima dalla rottura con la Russia dopo l’invasione dell’Ucraina e poi dalle nuove tensioni geopolitiche in Medio Oriente. Per decenni l’industria tedesca ha potuto contare su gas russo relativamente economico, per circa il 55% delle importazioni di gas prima del 2022, che fungeva da combustibile “ponte” nella transizione energetica. La fine di questa relazione energetica ha provocato un aumento significativo dei prezzi e ha esposto la vulnerabilità strutturale del sistema energetico tedesco.

In questo contesto si inserisce la discussione sulla possibile riattivazione o sul prolungamento della vita operativa di alcune centrali a carbone. Secondo dichiarazioni riportate da diversi media, il governo guidato dal cancelliere Friedrich Merz starebbe valutando di mantenere attivi impianti destinati alla chiusura o di riattivare capacità di riserva per contenere i prezzi energetici e ridurre il consumo di gas. Merz ha esplicitato il punto centrale del dilemma: garantire l’approvvigionamento energetico e la competitività industriale del paese. In un forum economico a Francoforte ha affermato che, qualora la crisi energetica dovesse protrarsi, “potremmo dover mantenere in funzione le centrali a carbone più a lungo del previsto”, perché la priorità resta assicurare elettricità all’economia tedesca.

Questa posizione segnala un cambiamento di paradigma. Per oltre un decennio Berlino ha presentato la propria transizione energetica come un modello normativo per l’Europa: la dimostrazione che un’economia industriale avanzata può ridurre drasticamente le emissioni senza compromettere la crescita. La riapertura del dibattito sul carbone mostra invece quanto la politica energetica resti subordinata alla sicurezza nazionale e alla stabilità economica. In termini geopolitici, la transizione verde non elimina la logica della sicurezza energetica, ma la rende più complessa.

La questione riguarda anche l’Unione europea nel suo complesso. La Germania è il più grande mercato elettrico europeo e il cuore industriale del continente. Qualunque scelta tedesca in materia energetica ha effetti sistemici: sui prezzi dell’energia, sulla competitività industriale e sulla credibilità delle politiche climatiche europee. Una temporanea espansione del carbone, anche se limitata, rischia di indebolire la leadership europea nelle politiche climatiche globali, proprio mentre Bruxelles cerca di promuovere il Green Deal come strumento di potere normativo.

Al tempo stesso, il dibattito riflette un problema strutturale della transizione energetica europea: la difficoltà di sostituire rapidamente fonti energetiche stabili con sistemi basati su rinnovabili intermittenti. Nonostante i progressi nella produzione eolica e solare, l’economia tedesca rimane fortemente dipendente da fonti fossili per la stabilità della rete elettrica e per la produzione industriale. Ancora oggi la maggioranza del consumo energetico del paese deriva da combustibili fossili, mentre le rinnovabili non sono ancora in grado di garantire da sole continuità di approvvigionamento.

La discussione sul carbone è dunque il sintomo di un conflitto più ampio tra tre obiettivi difficili da conciliare: sicurezza energetica, competitività economica e decarbonizzazione. Nel breve periodo, la sicurezza energetica tende inevitabilmente a prevalere sugli altri due fattori. Nel lungo periodo, però, questa tensione potrebbe accelerare una ridefinizione della strategia europea: maggiore diversificazione delle fonti, investimenti massicci nelle infrastrutture energetiche e un possibile ripensamento del ruolo di alcune tecnologie, incluso il nucleare.

In questo senso, il dibattito tedesco non riguarda soltanto alcune centrali a carbone. È una cartina di tornasole della fase di transizione geopolitica dell’energia: un’epoca in cui le grandi potenze economiche cercano di decarbonizzare senza rinunciare alla sicurezza strategica, e in cui le crisi internazionali continuano a ricordare che l’energia rimane, prima di tutto, una questione di potere.

 

Stefano Lovi – PhD Candidate

Coordinamento a cura di Ciro Sbailò

Università degli Studi Internazionali di Roma - UNINT

Via Cristoforo Colombo, 200 - 00147 Roma | C.F. 97136680580 | P.I. 05639791002 | Codice SDI: M5UXCR1 | Mail: geodi@unint.eu