GEODI – UNINT

Libano, tra tregua imposta e trappola diplomatica

Dopo 46 giorni di guerra e un bilancio di circa 2200 morti, il 16 aprile 2026, il presidente americano Donald Trump ha annunciato un cessate il fuoco di dieci giorni tra Beirut e Tel Aviv con un post su Truth, dichiarando di voler invitare Joseph Aoun e Benjamin Netanyahu alla Casa Bianca per i primi colloqui diretti tra i due Paesi dopo quasi mezzo secolo. Come ha ricostruito Mounir Rabih su L’Orient-Le Jour, la giornata era iniziata con un tentativo israelo-americano di forzare una telefonata diretta tra le parti – un’idea già avanzata dall’emissario Tom Barrack e riproposta dall’ambasciatore americano in Libano Michel Issa. Il presidente libanese ha rifiutato, preferendo mantenere il canale con il Segretario di Stato Marco Rubio, con cui ha avuto un colloquio che le fonti arabe hanno definito produttivo. Per il premier israeliano, la telefonata avrebbe rappresentato un secondo successo diplomatico da esibire dopo l’incontro tra gli ambasciatori a Washington il giorno prima. Michel Aoun ha scelto di declinare finché il sud resta occupato.

Dopo 46 giorni di guerra e un bilancio di circa 2200 morti, il 16 aprile 2026, il presidente americano Donald Trump ha annunciato un cessate il fuoco di dieci giorni tra Beirut e Tel Aviv con un post su Truth, dichiarando di voler invitare Joseph Aoun e Benjamin Netanyahu alla Casa Bianca per i primi colloqui diretti tra i due Paesi dopo quasi mezzo secolo. Come ha ricostruito Mounir Rabih su L’Orient-Le Jour, la giornata era iniziata con un tentativo israelo-americano di forzare una telefonata diretta tra le parti – un’idea già avanzata dall’emissario Tom Barrack e riproposta dall’ambasciatore americano in Libano Michel Issa. Il presidente libanese ha rifiutato, preferendo mantenere il canale con il Segretario di Stato Marco Rubio, con cui ha avuto un colloquio che le fonti arabe hanno definito produttivo. Per il premier israeliano, la telefonata avrebbe rappresentato un secondo successo diplomatico da esibire dopo l’incontro tra gli ambasciatori a Washington il giorno prima. Michel Aoun ha scelto di declinare finché il sud resta occupato.

Un accordo di de-escalation, non un cessate il fuoco

Il testo dell’intesa, pubblicato dal Dipartimento di Stato americano, merita un’analisi attenta. Come ha evidenziato Salah Hijazi su L’Orient-Le Jour, le clausole configurano un accordo securitario non negoziato più che un vero cessate il fuoco. Le parole «disarmo» e «monopolio delle armi» non compaiono nel documento, che si limita a chiedere a Beirut di adottare «misure concrete per impedire» a Hezbollah e ad altri gruppi «non autorizzati» di condurre attacchi. Israele conserva il diritto di colpire in caso di rischio ritenuto imminente. Nessun ritiro dal sud del Libano è previsto. Se il governo libanese non dimostra di saper contenere Hezbollah, la tregua potrebbe non essere rinnovata. Le prime ore successive all’entrata in vigore hanno confermato la natura dell’intesa, dal momento che l’esercito israeliano ha continuato a bombardare nel Libano meridionale.

Trump impone, Netanyahu subisce

Come ha sottolineato Amos Harel su Haaretz, è stato il presidente americano a imporre la tregua a Israele, così come aveva fatto per il cessate il fuoco con l’Iran la settimana precedente e per la guerra dei dodici giorni nel giugno scorso. I membri del gabinetto di sicurezza sono stati convocati a fatto compiuto, apprendendo della tregua dal post di Trump, senza che fosse loro concesso un voto formale. In una consultazione telefonica con il gabinetto, scrive Harel, Netanyahu ha presentato l’accettazione del cessate il fuoco come un gesto verso Trump nell’ambito del coordinamento sul dossier principale riguardante l’Iran. Ma il premier israeliano non può convincere l’opinione pubblica che gli obiettivi di guerra siano stati raggiunti, visto che Hezbollah non è stato disarmato e il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione rimane ancora in piedi. La grande trappola, conclude Harel, riguarda i residenti del nord, i quali, tornati nelle loro case dopo il cessate il fuoco del novembre 2024 sulla base di rassicurazioni governative sulla sconfitta di Hezbollah, si sono trovati di fronte a una potenza di fuoco e a una combattività del Partito di Dio ben superiori a quanto gli era stato fatto credere.

Hezbollah fuori dal tavolo. Il nodo irrisolto

Un’analisi pubblicata dal Wall Street Journal mette in luce il nodo strutturale della trattativa per il quale ogni tentativo di pace libano-israeliano che abbia escluso Hezbollah è storicamente fallito. L’accordo del 1983 naufragò proprio per l’opposizione del Partito di Dio e di altre fazioni; il tentativo del 1993 si arenò per il rifiuto della Siria, che allora dominava il Libano, e per l’impossibilità di garanzie di sicurezza in presenza del partito islamista sciita; l’intesa del novembre 2024 avrebbe dovuto portare al disarmo del gruppo e al ritiro israeliano, ma nessuno dei due obiettivi è stato raggiunto. Il WSJ osserva che i negoziati in corso rischiano di spingere il governo libanese verso una resa dei conti con la Resistenza islamica che potrebbe fratturare il Paese, in quanto, perfino una Hezbollah indebolita resta la forza militare più temibile del Libano e mantiene un solido sostegno politico tra la comunità sciita. Sam Heller, ricercatore di Century International – think tank indipendente con sede a New York, specializzato in analisi sul campo delle crisi mediorientali – ha evidenziato minacce concrete per la stabilità interna e la coesione libanese. Il rischio, avverte Michael Young sul sito del Carnegie Middle East Center, è che gli accordi non siano sufficienti a frenare le ambizioni egemoniche né di Israele né dell’Iran sul Libano, con la prospettiva di un’escalation tanto interna, dalle proteste al riemergere dello spettro della guerra civile, quanto regionale.

Il termometro israeliano: rabbia e sfiducia nel nord

Come si legge sul Times of Israel, l’annuncio della tregua è stato accolto con rabbia e sgomento nelle comunità settentrionali israeliane, colpite dai razzi di Hezbollah dal 2 marzo. Moshe Davidovich, a capo del Forum delle Comunità di Prima Linea – un’organizzazione che rappresenta i comuni situati lungo la linea blu e che funge da organo di pressione per la sicurezza e i bisogni dei residenti a più alto rischio – ha dichiarato che «gli accordi si firmano a Washington ma il prezzo si paga nelle case distrutte e nelle comunità smantellate del nord» . Dalla Knesset, l’ex capo di Stato Maggiore e leader del partito centrista Yashar, Gadi Eisenkot, ha denunciato un pattern di tregue imposte dall’esterno – a Gaza, in Iran, ora in Libano – imputandolo all’incapacità del governo di tradurre i risultati militari in conquiste diplomatiche. Il leader dell’opposizione Yair Lapid ha assicurato che solo l’eliminazione permanente della minaccia Hezbollah garantirebbe la sicurezza del nord, mentre Avigdor Liberman, leader della destra nazionalista, ha definito insostenibile la condizione dei residenti costretti a vivere in una sequenza ininterrotta di conflitti. Il malcontento non si limita alla classe politica. Un sondaggio di Channel 12 ha rilevato che quasi l’80% degli israeliani era favorevole alla prosecuzione delle operazioni contro Hezbollah, a conferma di un’opinione pubblica che percepisce la tregua non come una soluzione, ma come l’ennesima interruzione imposta dall’esterno.

La rivendicazione iraniana e il suo peso

Al Mayadeen, testata vicina a Hezbollah e alle posizioni dell’Asse della Resistenza, ha offerto una lettura speculare della tregua. L’accademico iraniano Mohammad Marandi ha dichiarato alla testata panaraba che il cessate il fuoco è stato imposto attraverso una combinazione di pressione della Repubblica islamica, crisi economiche globali e tenacia della resistenza libanese. Secondo Marandi, Teheran avrebbe avvertito Washington che, in assenza di una tregua in Libano, l’Iran avrebbe colpito direttamente Israele. A ciò si sarebbero sommate le leve economiche, con restrizioni nel passaggio dello Stretto di Hormuz e ricadute su petrolio, petrolchimici, fertilizzanti e gas liquefatto. Lo stesso deputato di Hezbollah, Hussein Hajj Hassan, ha confermato ad Al Mayadeen che la tregua è il risultato della pressione iraniana,  anziché della diplomazia del governo libanese. Va da sé che questa narrativa riflette l’interesse di Hezbollah e di Teheran a presentare l’esito come una vittoria della deterrenza iraniana. Tuttavia, la lettura non è priva di riscontri: Ofer Guterman, ricercatore senior dell’Institute for National Security Studies (INSS) di Tel Aviv, citato dal Wall Street Journal, ha osservato che la percezione di un’efficace pressione iraniana rischia di consolidare l’immagine di Teheran come patron del fronte libanese, in grado di accendere e spegnere le ostilità a piacimento, alimentando una dinamica che ridurrebbe ulteriormente i margini di manovra tanto di Beirut quanto di Tel Aviv.

Una finestra stretta

La tregua è arrivata dopo i primi colloqui diretti, tenuti martedì a Washington  tra  l’ambasciatrice libanese Nada Hamadeh e l’omologo israeliano Yechiel Leiter, sotto la supervisione del SoS Marco Rubio. Ma le premesse restano disallineate, con Israele che subordina ogni progresso al disarmo di Hezbollah – mantenendo cinque divisioni nel sud del Libano, in una zona di sicurezza di circa 10km che si estende fino alla frontiera siriana – mentre il Libano chiede il cessate il fuoco come precondizione e sottolinea l’urgenza umanitaria. Il segretario generale di Hezbollah Naim Qassem ha ribadito che il disarmo è questione interna libanese da affrontare solo dopo il completo ritiro israeliano, e che la sua organizzazione non coopererà con lo Stato per attuare decisioni prese nell’ambito di negoziati con Israele.

Da quanto emerge dallo scenario attuale, sullo sfondo si muovono attori con agende proprie. L’Arabia Saudita, attraverso il ministro degli Esteri Faisal bin Farhan, avrebbe aperto un canale con l’omologo iraniano Abbas Aragchi anche sulla questione libanese, nel tentativo di impedire che il Paese dei Cedri resti nell’orbita di Teheran senza per questo cadere sotto una forma di tutela israeliana. Saranno i prossimi dieci giorni a confermare o meno se questa finestra produrrà un accordo più equilibrato di quello annunciato il 16 aprile, o se il Libano continuerà a fungere da terreno di compensazione tra potenze regionali e internazionali, subordinando la propria sovranità agli interessi altrui.

 

Alessio Zattolo – PhD Student

Coordinamento a cura di Ciro Sbailò

Università degli Studi Internazionali di Roma - UNINT

Via Cristoforo Colombo, 200 - 00147 Roma | C.F. 97136680580 | P.I. 05639791002 | Codice SDI: M5UXCR1 | Mail: geodi@unint.eu