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Trump, l’attentato di Butler e le accuse dal mondo MAGA

Il fermento del mondo MAGA, che bolla come “messinscena” l’attentato a Donald Trump, non è il sintomo inedito di una nazione in via di disintegrazione, ma l’applicazione rigorosa, prevedibile e quasi banale di un protocollo cognitivo ormai consolidato. Occorre riconoscere questo evento come l’espressione classica di una dinamica che ha radici profonde nella sottocultura delle visioni alternative: il riflesso condizionato del “False Flag”. Quando la realtà produce un evento traumatico, caotico o politicamente ingombrante, la mente complottista tende a ricercare soluzioni alternative a quelle mainstream. E infatti, le accuse di una messinscena emersero fin da subito da altri schieramenti politici, solo che non ebbero tutto questo risalto mediatico.

Il fermento del mondo MAGA, che bolla come “messinscena” l’attentato a Donald Trump, non è il sintomo inedito di una nazione in via di disintegrazione, ma l’applicazione rigorosa, prevedibile e quasi banale di un protocollo cognitivo ormai consolidato.  Occorre riconoscere  questo evento come l’espressione classica di una dinamica che ha radici profonde nella sottocultura delle visioni alternative: il riflesso condizionato del “False Flag”. Quando la realtà produce un evento traumatico, caotico o politicamente ingombrante, la mente complottista tende a ricercare soluzioni alternative a quelle mainstream. E infatti, le accuse di una messinscena emersero fin da subito da altri schieramenti politici, solo che non ebbero tutto questo risalto mediatico. 

Per comprendere questa architettura del sospetto, è utile volgere lo sguardo al passato recente e a figure cardine come Alex Jones e al suo network, Infowars. Il modello operativo che oggi vediamo applicato all’attentato di Butler è stato già ampiamente utilizzato nel decennio scorso sulle ceneri delle tragedie americane, in primis le sparatorie nelle scuole. Nel caso del massacro della scuola elementare di Sandy Hook, la narrazione alternativa non cercò di giustificare l’evento, magari relazionandolo alla piaga della libera circolazione delle armi, ma lo negò alla radice. La tesi promossa da Jones era semplice quanto brutale: la strage non è mai avvenuta; le vittime non esistono; i genitori in lacrime sono “crisis actors” (attori pagati dal governo); il sangue è finto. Lo scopo di questa colossale messinscena da parte del Deep State? Giustificare l’introduzione di leggi restrittive sul possesso di armi da fuoco e sul Secondo Emendamento. Questa trasmutazione dell’evento (dalla cronaca nera alla sceneggiatura teatrale) ha stabilito un precedente metodologico insuperabile. Ha insegnato a milioni di cittadini che l’incredulità assoluta è la forma suprema di dissenso.

Ciò che stiamo osservando oggi nel movimento MAGA (non è questa la sede adatta, ma accenniamo che tale movimento è stato imbevuto per anni da teorie del complotto più o meno esplicite, anche da parte di Donald Trump) è l’esatta replica di questa matrice, applicata non più a una tragedia locale, ma al vertice assoluto della propria gerarchia politica. Quando circolano le tesi sui proiettili a salve, sulle angolazioni impossibili, sui movimenti innaturali del Secret Service o sull’uso di sangue artificiale per rendere la fotografia più drammatica, non stiamo assistendo a una frammentazione impazzita, ma a una liturgia conclamata. Il complottismo, specialmente osservabile nel caso americano, ha sviluppato un vero e proprio format per processare gli eventi di grande portata. L’idea della messinscena, paradossalmente, è rassicurante: elimina il fattore del caso (bias di controllo), annulla la spaventosa imprevedibilità del “lupo solitario” e restituisce il controllo degli eventi a una regia occulta, per quanto malevola (il Deep State) o machiavellica (l’entourage dello stesso Trump per vincere le elezioni). La mente umana tende a preferire la credenza in un complotto onnipotente piuttosto che accettare la fragilità della sicurezza umana. La vera difficoltà sta nel superare i nostri bias.

Da un punto di vista strettamente geopolitico, abbandonando gli eccessi di fatalismo, questa dinamica ci rivela non tanto la morte dell’egemonia americana, quanto la sua cronicizzazione clinica. Gli Stati Uniti hanno sviluppato, come molte altre democrazie, una malattia autoimmune nel proprio sistema dell’informazione, una patologia di cui i nemici storici conoscono perfettamente il decorso. Mosca e Pechino, i cui apparati di intelligence monitorano incessantemente il polso del web americano, non sono rimasti sorpresi dalla reazione del mondo MAGA. Al contrario, se l’aspettavano. Sanno che ogni singolo evento di rottura negli Stati Uniti (che sia una pandemia, un disastro ambientale, una rivolta civile o un attentato politico) verrà immediatamente processato attraverso il tritacarne del “False Flag”.

Questo livello di prevedibilità rappresenta un vantaggio tattico straordinario per le potenze rivali. Non è più necessario per i servizi segreti stranieri creare disinformazione dal nulla, architettando complesse operazioni psicologiche. È sufficiente attivare le loro reti capillari di bot e far risuonare la grancassa delle parole chiave (“crisis actor”, “staged”, “false flag”) nei minuti immediatamente successivi all’evento. Il lavoro sporco della decostruzione della realtà viene svolto volontariamente in casa, dai cittadini americani stessi. La guerra cognitiva del XXI secolo si è così trasformata in una pratica a basso costo e ad altissimo rendimento: basta assecondare il riflesso condizionato di una popolazione che ha disimparato a credere all’evidenza visiva.

Inoltre, dobbiamo analizzare l’effetto di questa sindrome sulla figura del leader. L’applicazione del format “Infowars” all’attentato di Trump dimostra che il complottismo è un mostro insaziabile che, in assenza di nemici esterni credibili, finisce inevitabilmente per divorare i propri idoli. Nel momento in cui il leader populista viene sospettato di aver finto il proprio martirio, egli cessa di essere il fiero oppositore dell’establishment e diventa una pedina dell’intrattenimento di massa (dinamica ancora più evidente grazie al caso Epstein, che si sta ritorcendo contro Trump). 

L’errore da non commettere di fronte a notizie simili a quelle legate alla “messinscena” dell’attentato di Butler è quello di farsi travolgere dallo sconcerto. Stiamo semplicemente osservando l’archetipo narrativo del False Flag, sdoganato da figure come quelle di Alex Jones quasi vent’anni fa, raggiungere la sua massima maturità istituzionale, dopo che per anni quella stessa amministrazione ha navigato sulla cresta delle teorie del complotto. Del resto, lo sappiamo e lo vediamo benissimo ogni giorno; per ogni evento, spunta sempre una teoria del complotto che lo riguarda, e vi è sempre qualcuno disposto a credervi. E in questa disperata prevedibilità risiede una valida chiave di lettura del nostro tempo.

 

Stefano Lovi – PhD Candidate

Coordinamento a cura di Ciro Sbailò

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