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Iran: il prezzo di una guerra che nessuno ha autorizzato

Il Pentagono ha rotto il silenzio sui costi della guerra in Iran. Il 29 aprile, davanti alla Commissione forze armate della Camera, il comptroller facente funzione, Jules Hurst, ha dichiarato che l’Operazione Epic Fury è costata circa 25 miliardi di dollari, quasi interamente assorbiti dalle munizioni. Come ha ricostruito il New York Times, la cifra equivale al bilancio annuale della NASA, supera quello dell’FBI e corrisponde a circa 190 dollari per nucleo familiare americano. In due mesi, il Dipartimento della difesa ha consumato più del proprio budget annuale per le munizioni.

Il Pentagono ha rotto il silenzio sui costi della guerra in Iran. Il 29 aprile, davanti alla Commissione forze armate della Camera, il comptroller facente funzione, Jules Hurst, ha dichiarato che l’Operazione Epic Fury è costata circa 25 miliardi di dollari, quasi interamente assorbiti dalle munizioni. Come ha ricostruito il New York Times, la cifra equivale al bilancio annuale della NASA, supera quello dell’FBI e corrisponde a circa 190 dollari per nucleo familiare americano. In due mesi, il Dipartimento della difesa ha consumato più del proprio budget annuale per le munizioni.

Il Costs of War Project della Brown University —  che monitora i costi dei conflitti americani dal 2001 — ha stimato che le guerre successive all’11 settembre raggiungeranno un costo complessivo di 8.000 miliardi di dollari, quasi quattro volte i fondi stanziati dal Congresso. Travis Sharp, ricercatore senior del Center for Strategic and Budgetary Assessments, ha osservato che i 25 miliardi non sono il saldo finale: il conto è ancora aperto. Ma la cifra del Pentagono è solo la punta dell’iceberg. Al di sotto, la guerra sta producendo costi di natura diversa — costituzionale, economica e geopolitica — che nessuna voce di bilancio è in grado di catturare.

Il vuoto costituzionale

Il 1° maggio è scaduto il termine di sessanta giorni previsto dalla Risoluzione sui poteri di guerra (War Powers Resolution), la legge federale approvata nel 1973, all’indomani del Vietnam, per limitare il potere presidenziale di impegnare le forze armate senza il consenso del Congresso. Come ha ricostruito il National Constitution Center di Philadelphia in un’analisi dedicata, la legge impone al presidente di ottenere l’autorizzazione parlamentare entro sessanta giorni dall’inizio delle ostilità o di ritirare le truppe. Nessuna delle due cose è avvenuta.

L’amministrazione repubblicana ha scelto una terza via. Il segretario alla Difesa Pete Hegseth, intervenuto al Senato il 30 aprile, ha sostenuto che il cessate il fuoco sospende il conteggio dei sessanta giorni. Il giorno dopo, Trump ha scritto ai presidenti delle due Camere dichiarando che le ostilità sono terminate — mentre il blocco navale dei porti iraniani proseguiva. Come ha documentato il Time, il Senato ha respinto per la sesta volta una risoluzione democratica, con un voto di 47 a 50. Per la prima volta, però, la senatrice repubblicana Susan Collins del Maine ha rotto i ranghi, dichiarando che il termine dei sessanta giorni «non è un suggerimento, è un obbligo».

Due politologi specializzati nel rapporto tra potere esecutivo e potere legislativo in materia di conflitti, scrivendo su The Conversation, hanno rilevato un dato inedito: Trump è il primo presidente a non menzionare né la Costituzione né la Risoluzione sui poteri di guerra nella lettera di notifica al Congresso. Dove i predecessori avevano almeno usato la formula «coerentemente con» la legge, il 47° presidente americano si è limitato a richiamare la propria autorità di comandante in capo.

Una tregua che non è pace

Il cessate il fuoco mediato dal Pakistan l’8 aprile doveva durare due settimane. L’Iran ha rifiutato la proposta pakistana di una tregua in due fasi della durata di 45 giorni, presentata il 5 aprile, e ha avanzato un proprio piano in 10 punti. Dall’annuncio, entrambe le parti hanno violato ripetutamente l’accordo. Il 21 aprile Trump ha esteso la tregua su richiesta pakistana, per consentire all’Iran di presentare una proposta. Il giorno dopo, funzionari americani hanno riferito che il presidente ha concesso a Teheran tre-cinque giorni per avviare i negoziati e risolvere le divisioni interne al regime, pena la ripresa degli attacchi.

A distanza di un mese, l’Agenzia internazionale per l’energia ha definito la situazione nello Stretto di Hormuz il maggiore blocco nella storia del mercato petrolifero. Come ha ricostruito Al Jazeera, il greggio ha toccato i 114 dollari al barile lunedì 5 maggio —  in rialzo del 50 per cento dall’inizio del conflitto — dopo che gli Emirati hanno denunciato un attacco di Teheran con missili e droni e la Marina statunitense ha distrutto sei imbarcazioni iraniane. L’Organizzazione marittima internazionale (IMO) ha dichiarato che fino a 23.000 marittimi restano bloccati su circa 2.000 navi. Il Fondo monetario internazionale (IMF) ha rivisto al ribasso le previsioni di crescita mondiale per il 2026, dal 3,3 al 3,1 per cento, avvertendo che in uno scenario avverso di prolungamento del conflitto la crescita potrebbe scendere al 2,5 per cento. . Il «Project Freedom» annunciato da Trump il 4 maggio per scortare le navi fuori dallo Stretto è durato ventiquattro ore; il presidente lo ha sospeso per lasciare spazio a un eventuale accordo con Teheran, mantenendo però il blocco navale dei porti iraniani.

La fine dell’«Asse di Abramo»?

Gli Accordi di Abramo sono il punto in cui emerge il costo geopolitico della guerra. H. A. Hellyer ha scritto su Foreign Affairs che il conflitto ha dato una risposta alla domanda rimasta sospesa dal 2024: quando l’Iran ha attaccato Israele, la reazione americana è stata immediata e collettiva; quando l’Iran ha attaccato il Golfo, la protezione si è rivelata parziale. I governi del Golfo hanno sconsigliato l’attacco e si sono trovati a pagare il conto di una guerra che non volevano.

Nella stessa direzione, Marwan Muasher — già vicepremier e ministro degli Esteri giordano, oggi vicepresidente del Carnegie Endowment for International Peace — ha scritto che né gli Accordi né le basi americane sono bastati a proteggere il Golfo. Di contro, si sta formando una coalizione alternativa  — Arabia Saudita, Qatar, Turchia, Pakistan, Egitto e Indonesia —  attorno alla richiesta di una soluzione a due Stati. Un’analisi pubblicata su Foreign Policy ha identificato la frattura interna al Consiglio di cooperazione del Golfo: Emirati e Bahrain mantengono i legami con Israele, il resto del Consiglio ne guarda le ambizioni con crescente diffidenza. In questo contesto, si inserisce l’uscita degli Emirati dall’OPEC e dall’OPEC+ il 28 aprile (effettiva dal 1° maggio), per produrre senza vincoli di quota e portare la propria capacità da 3,4 a 5 milioni di barili al giorno entro il 2027 — una scelta che contraddice frontalmente la strategia saudita di contenere la produzione per sostenere i prezzi.

Esiste anche una lettura opposta. Raphael S. Cohen, ricercatore senior della RAND Corporation, ha scritto in un’analisi pubblicata sempre su Foreign Policy, che la strategia iraniana di bombardare gli alleati regionali americani è largamente fallita: Arabia Saudita, Emirati, Bahrain e Kuwait chiedono a Washington di proseguire. Il Foreign Policy Research Institute, però, ha messo a fuoco un paradosso strutturale: ciò che tiene insieme Israele e il Golfo rimane la percezione condivisa della minaccia iraniana, ma la guerra — incapace di rimuoverla — ne sta logorando le fondamenta senza che all’orizzonte si profili un ordine alternativo credibile. 

Il conto aperto

I 25 miliardi del Pentagono misurano le munizioni, ma non colgono il logoramento di un sistema costituzionale in cui una guerra viene combattuta senza autorizzazione parlamentare, con il principale vincolo legislativo aggirato da una dichiarazione di cessazione delle ostilità che convive con un blocco navale attivo.

Non misurano la portata della crisi nello Stretto: ventimila marittimi bloccati, la più grave interruzione petrolifera della storia contemporanea, un’ Europa esposta per la seconda volta in quattro anni a uno shock energetico di origine geopolitica.

Non prevedono nemmeno il possibile ridisegno dell’ordine regionale, con gli Accordi di Abramo messi di fronte alla loro contraddizione fondativa: un’architettura costruita sulla convergenza anti-iraniana si regge finché la minaccia esiste, ma rischia di perdere senso se la guerra la rimuove. La domanda che resta aperta non è quanto costerà il conflitto, ma quale ordine ne emergerà, e allora sì, a quale prezzo.

 

Alessio Zattolo – PhD Student

Coordinamento a cura di Ciro Sbailò

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