La guerra silenziosa di Abu Dhabi contro Islamabad
- 16 Maggio 2026
Estratto dell’articolo di Elian Peltier, Ziaur Rehman e Vivian Nereim, U.A.E. Expels Pakistani Workers, as Pakistan’s Peacemaking Creates a Rift, per il New York Times dell’8 maggio 2026.
L’articolo del New York Times offre uno spaccato estremamente teso e complesso delle attuali dinamiche in Medio Oriente, illustrando come gli sforzi diplomatici di una nazione possano innescare gravi ripercussioni economiche e sociali a causa delle fragili alleanze regionali.
Il punto di partenza dell’intera crisi è il tentativo del Pakistan di porsi come mediatore tra gli Stati Uniti e l’Iran, culminato nel cessate il fuoco dell’8 aprile citato nel testo. Per comprendere la gravità della reazione emiratina, è fondamentale analizzare la posizione di Islamabad. Il Pakistan si trova in una prigione geografica e demografica: condivide un lungo e poroso confine occidentale con l’Iran ed è sede di circa 35 milioni di musulmani sciiti (una delle più grandi comunità al mondo fuori dall’Iran), pur essendo a maggioranza sunnita. Per Islamabad, evitare un’escalation militare ai propri confini non è solo una questione di prestigio diplomatico, ma una necessità esistenziale per prevenire il collasso della sicurezza interna e arginare potenziali ondate di profughi.
Tuttavia, questo equilibrismo si è scontrato frontalmente con le aspettative degli Emirati Arabi Uniti. Abu Dhabi, avendo subito direttamente le conseguenze del conflitto attraverso attacchi missilistici e droni iraniani sul proprio suolo, interpreta la geopolitica attraverso una lente binaria di lealtà assoluta. Agli occhi della leadership emiratina, il rifiuto del Pakistan di condannare fermamente le aggressioni iraniane (unito al tentativo di porsi come arbitro neutrale) è stato percepito come un tradimento da parte di un alleato storico. La diplomazia del Golfo, storicamente costruita su un implicito patto clientelare (secondo la logica del “noi vi finanziamo, voi ci sostenete politicamente e militarmente”), ha visto crollare uno dei suoi assunti fondamentali: il Pakistan non è più disposto, o non è più in grado, di agire come semplice gregario degli interessi di Abu Dhabi contro l’Iran.
La risposta degli Emirati non si è articolata attraverso i canali diplomatici tradizionali, ma ha colpito il nervo più scoperto dell’economia pakistana: il mercato del lavoro e le rimesse: oltre due milioni di pakistani risiedono negli Emirati, generando oltre otto miliardi di dollari di rimesse annue. In un Paese come il Pakistan, costantemente sull’orlo del default sovrano e dipendente dai prestiti internazionali, questi capitali rappresentano un’ancora di salvezza indispensabile.
L’espulsione di massa dei lavoratori pakistani è un chiaro esempio di diplomazia asimmetrica e coercitiva. La revoca dei visti e gli arresti immotivati gestiti dal Dipartimento di Investigazione Criminale rovinano irreparabilmente le fedine lavorative di questi individui, tagliando fuori intere famiglie dalla loro unica fonte di sostentamento. A questo si aggiunge lo shock finanziario diretto: il ritiro improvviso da parte degli Emirati di un prestito di 3,5 miliardi di dollari, pari a quasi il 20% delle riserve valutarie pakistane. Questa combinazione di micro-ritorsioni (sui lavoratori) e macro-ritorsioni (sui prestiti di Stato) configura una vera e propria guerra economica volta a piegare le decisioni di politica estera di Islamabad. Senza dimenticare la dimensione settaria della crisi; le testimonianze raccolte indicano che le espulsioni non sono casuali, ma mirano in modo sistematico alla comunità sciita pakistana. L’assunto alla base di questa purga, è la percezione diffusa nel Golfo che ogni sciita sia intrinsecamente una “quinta colonna” fedele a Teheran.
Tuttavia, un’analisi più profonda rivela che questa non è una mera esplosione di odio religioso, bensì un settarismo cinicamente calcolato e strumentale. Il fatto che le comunità sciite libanesi o irachene residenti negli Emirati non stiano subendo la stessa ondata di deportazioni dimostra che l’obiettivo non è l’Islam sciita in sé, ma il Pakistan. Gli sciiti pakistani sono stati scelti come capro espiatorio perché offrono ad Abu Dhabi il pretesto perfetto per giustificare le espulsioni sotto il velo della sicurezza nazionale, mascherando così la ritorsione politica.
Questa dinamica si inserisce in un cambiamento culturale interno agli Emirati. Gli attacchi iraniani hanno generato un’ondata di patriottismo difensivo, che si è rapidamente trasformata in un nazionalismo escludente e paranoico. In questo nuovo clima, la lealtà dei residenti stranieri non è più data per scontata, ma è costantemente messa in discussione, portando a una securitizzazione estrema della forza lavoro migrante.
L’articolo ci costringe infine ad allargare lo sguardo, inserendo il Pakistan all’interno di una delle faglie più determinanti del Medio Oriente contemporaneo: la crescente rivalità tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Un tempo alleati inseparabili nella politica regionale, Riyadh e Abu Dhabi stanno divergendo su numerosi fronti, dalla guerra in Yemen agli accordi commerciali, fino alla gestione delle relazioni con l’Iran.
Il salvataggio in extremis del Pakistan da parte dell’Arabia Saudita, che ha rimpiazzato il prestito ritirato dagli Emirati con un deposito di 3 miliardi di dollari, è un capolavoro di opportunismo geopolitico. Riyadh ha colto al volo l’occasione per consolidare la propria influenza su Islamabad a spese di Abu Dhabi. Il recente accordo di difesa tra Arabia Saudita e Pakistan, che stabilisce il principio di mutua difesa in caso di aggressione, ha ulteriormente esacerbato le frustrazioni emiratine.
Gli Emirati Arabi Uniti si trovano così a dover fare i conti con un doppio affronto: da un lato, il Pakistan che ammicca all’Iran negoziando la pace con gli Stati Uniti; dall’altro, lo stesso Pakistan che si stringe sempre più in un abbraccio strategico con i rivali sauditi. In questa complessa partita a scacchi, il Pakistan rischia di rimanere schiacciato. La speranza di Islamabad di poter mantenere ottime relazioni con tutte le potenze regionali (Iran, Arabia Saudita ed Emirati) si sta rivelando un’illusione impraticabile in un’epoca di polarizzazione estrema.
Alla luce di questa analisi, emerge una realtà durissima: le grandi manovre diplomatiche per la pace regionale comportano costi nascosti immensi. Mentre a livello macroscopico i leader governativi e i diplomatici negoziano trattati e posizionamenti strategici nei palazzi del potere, a pagarne il prezzo tangibile sono migliaia di lavoratori invisibili. Uomini strappati ai loro impieghi, privati dei loro risparmi ed etichettati come minacce alla sicurezza nazionale semplicemente per via del loro passaporto e della loro fede religiosa, diventando vittime sacrificali sull’altare di equilibri geopolitici sempre più spietati.
Stefano Lovi – PhD Candidate