GEODI – UNINT

L’Iran è anche una guerra dell’Europa

Estratto dell’articolo di Anne McElvoy e Peter Snowdon, Iran is Europe’s war too, argues Trump’s former national security adviser, Politico, 15 maggio 2026.

L’articolo di Politico offre un’angolazione brutale, ma necessaria, sull’attuale conflitto nel Golfo, costringendo l’Europa a specchiarsi nelle proprie contraddizioni strategiche. Attraverso la lente tagliente di John Bolton, ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti, emerge come l’attuale guerra contro l’Iran non possa più essere comodamente derubricata dalle cancellerie europee a una lontana “avventura militare americana” o a un problema puramente mediorientale.

Il punto di partenza della riflessione è la miopia geopolitica dell’Europa. Bolton denuncia ciò che considera come un paradosso continentale: mentre i governi europei hanno interiorizzato la guerra in Ucraina come una minaccia esistenziale diretta alla propria tenuta democratica, continuano a osservare il conflitto iraniano con un distacco ingiustificato. Eppure, la geografia non fa sconti. Teheran è strategicamente e fisicamente molto più vicina all’Europa di quanto non lo sia a Washington. I missili balistici iraniani hanno ormai gittate in grado di lambire il cuore del Vecchio Continente, senza contare il ruolo di Teheran come principale sponsor del terrorismo globale e il suo legame organico con l’asse russo. Agli occhi di Bolton, separare la sicurezza del fianco est (Ucraina) dalla sicurezza del fianco sud (Medio Oriente) si sta rivelando una pericolosa illusione ottica.

La posta in gioco, tuttavia, non si limita alla dimensione militare, ma investe in pieno il nervo più scoperto dell’economia mondiale e dell’autonomia strategica europea: la sicurezza energetica. La minaccia iraniana di sigillare (e di aver minato) lo Stretto di Hormuz non è solo un atto di guerra asimmetrica, ma rappresenta una vera e propria estorsione globale. L’impennata dei prezzi del petrolio e il blocco dei corridoi marittimi colpiscono al cuore un’Europa già provata da anni di shock inflattivi. Attraverso il controllo marittimo, il regime teocratico prende in ostaggio l’Occidente dove fa più male, ossia il benessere dei cittadini che lo abitano, dimostrando che l’onda d’urto del Golfo si infrange direttamente sulle coste del Mediterraneo.

Sul piano tattico, l’analisi ripropone con forza la logica intransigente del regime change. Per i decisori statunitensi, l’unica soluzione per pacificare il Medio Oriente non risiede in faticosi e fragili compromessi diplomatici, ma nel collasso interno del regime degli ayatollah; obiettivo che pensavano avrebbero raggiunto anche grazie a una rivolta della società civile iraniana. La strategia delineata puntava a smantellare l’apparato di sicurezza statale iraniano, sperando di sfruttare le profonde fratture sociali e il malcontento di una popolazione stremata da decenni di repressione. Rivolta che, a onore del vero, non solo non si è manifestata, ma che sembra ormai più lontana di quando iniziò la guerra. Tuttavia, se non dall’interno, a sostenere questa visione c’è un nuovo allineamento regionale che riscrive le alleanze storiche post-Seconda Guerra Mondiale: Stati Uniti, Israele ed Emirati Arabi Uniti si trovano oggi a operare nello stesso fronte comune contro Teheran.

Nondimeno, questo sforzo si scontra frontalmente con le crepe sempre più evidenti dell’alleanza transatlantica. L’approccio dell’amministrazione Trump, propenso a iniziative militari repentine e privo di vere consultazioni con gli alleati NATO, ha generato reazioni di chiusura a catena in Europa, palesatesi con le dure critiche di Berlino o il diniego di Madrid all’uso delle basi aeree spagnole. Bolton ammonisce che questo scollamento tattico è un regalo inestimabile agli avversari: l’indecisione europea e le divisioni interne all’Occidente finiscono per rafforzare chi vuole sovvertire l’ordine internazionale.

È proprio in questa faglia geopolitica che si inserisce la lucida analisi dell’EUISS. L’Istituto sposta il focus sul piano prettamente militare, ma introduce una prospettiva cruciale: la crisi iraniana, pur evidenziando le attuali carenze, si configura come una finestra di opportunità per il riarmo e il consolidamento della difesa europea, articolandosi su due direttrici fondamentali. In primo luogo, il fenomeno della distrazione strategica di Washington. L’escalation nel Golfo costringe gli Stati Uniti a riallocare inevitabilmente risorse militari, intelligence e sistemi di difesa aerea verso il Medio Oriente. Se nel breve termine ciò determina un vuoto, nel medio periodo rappresenta l’impulso definitivo per il burden-sharing transatlantico. Per l’Europa non si tratta più di discutere astrattamente del target del 2% del PIL per la difesa, ma di assumere la piena responsabilità della sicurezza del proprio fianco orientale. 

In secondo luogo, la crisi agisce come un acceleratore per trasformare l’Autonomia Strategica da slogan retorico a realtà industriale e militare. La vulnerabilità delle rotte commerciali nel Mediterraneo e nel Golfo impone all’Unione Europea di sviluppare una reale capacità di proiezione di forza navale e di difesa antimissile. L’EUISS evidenzia come l’attuale frammentazione degli standard militari europei non sia più sostenibile. La minaccia iraniana (e il suo legame con quella russa) offre lo stimolo politico per standardizzare i sistemi d’arma, finanziare massicciamente la base industriale e tecnologica di difesa europea (EDTIB) e lanciare programmi di procurement congiunti. Le divisioni tra le cancellerie europee possono essere superate solo davanti a un rischio sistemico immediato: la necessità di proteggere i propri confini e i propri interessi economici diventa il collante per un’integrazione militare a guida europea.

Alla luce di questa analisi, emerge una realtà durissima: l’illusione di poter vivere in bolle di sicurezza regionalizzate non è sostenibile in un’epoca di iper-connessione. Mentre a livello macroscopico a Washington, Tel Aviv, Abu Dhabi e Teheran si gioca una spietata partita per l’egemonia regionale, a pagarne i costi (ancora una volta) sono coloro che non siedono ai tavoli decisionali e che la storia la subiscono. I cittadini iraniani, intrappolati tra i bombardamenti esterni e la morsa di un regime spietato, diventano le vittime collaterali di questa riscrittura degli equilibri, affiancati dai cittadini europei esposti ai contraccolpi dei rincari energetici. L’articolo ci ricorda che l’Europa non può più permettersi il lusso di essere un semplice spettatore morale della storia: voltarsi dall’altra parte mentre il Medio Oriente brucia non eviterà che le fiamme raggiungano le porte di casa nostra.

 

Stefano Lovi – PhD Candidate

Coordinamento a cura di Ciro Sbailò

Università degli Studi Internazionali di Roma - UNINT

Via Cristoforo Colombo, 200 - 00147 Roma | C.F. 97136680580 | P.I. 05639791002 | Codice SDI: M5UXCR1 | Mail: geodi@unint.eu