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In Corea la geopolitica non è un derby

Il 23 maggio, allo stadio di Suwon, una squadra di club della Corea del Nord ha vinto un torneo continentale sul suolo sudcoreano. Naegohyang Women, di Pyongyang, ha battuto 1-0 in finale le giapponesi del Tokyo Verdy Beleza, dopo aver eliminato in semifinale le padrone di casa del Suwon; il gol decisivo, allo scadere del primo tempo, è della capitana Kim Kyong-yong, poi nominata miglior giocatrice della AFC Women’s Champions League. La delegazione nordcoreana — ventisette giocatrici e dodici dirigenti — è stata la prima a competere in Corea del Sud dal dicembre 2018, e la prima squadra di calcio del Nord a farlo dai Giochi asiatici di Incheon del 2014. Come ha ricostruito Colin Millar su The Athletic, la trasferta si è svolta senza incidenti, con i biglietti della semifinale esauriti in poche ore, in un Paese che la propria leadership ha ufficialmente derubricato a “nemico”.

Il 23 maggio, allo stadio di Suwon, una squadra di club della Corea del Nord ha vinto un torneo continentale sul suolo sudcoreano. Naegohyang Women, di Pyongyang, ha battuto 1-0 in finale le giapponesi del Tokyo Verdy Beleza, dopo aver eliminato in semifinale le padrone di casa del Suwon; il gol decisivo, allo scadere del primo tempo, è della capitana Kim Kyong-yong, poi nominata miglior giocatrice della AFC Women’s Champions League. La delegazione nordcoreana — ventisette giocatrici e dodici dirigenti — è stata la prima a competere in Corea del Sud dal dicembre 2018, e la prima squadra di calcio del Nord a farlo dai Giochi asiatici di Incheon del 2014. Come ha ricostruito Colin Millar su The Athletic, la trasferta si è svolta senza incidenti, con i biglietti della semifinale esauriti in poche ore, in un Paese che la propria leadership ha ufficialmente derubricato a “nemico”.

La tentazione di leggervi un segnale politico — un’increspatura nel ghiaccio che da sette anni copre i rapporti tra le due Coree — è forte, e parte della stampa internazionale non vi ha rinunciato. Conviene resistervi. La trasferta di Suwon dice qualcosa proprio nella misura in cui non significa ciò che a prima vista parrebbe significare. Non basta registrare che, tra Pyongyang e Seul, qualcosa è cambiato: occorre chiedersi come sia cambiato, e per mano di chi.

Chi ha deciso la trasferta

Va da sé che una squadra nordcoreana non si muova per iniziativa propria — il regime controlla con rigore quali cittadini varchino la frontiera. La squadra si è trovata a Suwon non perché Pyongyang abbia deciso di riscaldare i rapporti con Seul, ma perché il tabellone della Champions League asiatica femminile ve l’aveva collocata. La scelta che ha portato le calciatrici nordcoreane in Corea del Sud non è maturata a Pyongyang né a Seul, ma a Kuala Lumpur, dove ha sede la Confederazione calcistica asiatica — la AFC, che quel torneo organizza.

Quanto questa distinzione pesi lo dimostra il rovescio storico della stessa vicenda. Nelle qualificazioni al Mondiale 2010, dovendo affrontare la Corea del Sud, la Corea del Nord scelse di non ospitare la partita a Pyongyang e la fece disputare a Shanghai, rifiutando in seguito di esporre sul proprio territorio la bandiera e l’inno sudcoreani. Quando è Pyongyang a decidere, il contatto con il Sud viene negato o spostato altrove. A Suwon è avvenuto il contrario, non perché la decisione del regime sia mutata, ma perché la decisione, questa volta, non era sua.

È importante sottolineare quanto questo pesi sull’interpretazione dei fatti. Nel gennaio 2024 Kim Jong Un ha formalmente abbandonato l’obiettivo della riunificazione. Come ricostruisce ancora The Athletic, la Costituzione venne revisionata perché ne fossero espunti i riferimenti alla “riconciliazione pacifica”, all’“unità nazionale” e alla nozione stessa di “connazionali”, e perché vi si iscrivesse l’immagine del Sud come “Stato più ostile”. Tra una leadership che cancella per via costituzionale l’orizzonte stesso della riunificazione e una squadra che, negli stessi anni, gioca e vince a quaranta chilometri da Seul, non emerge una contraddizione, ma uno scarto — tra ciò che lo Stato decide e ciò che, questa volta, è stato deciso altrove.

Valvola o amplificatore

La riflessione sul rapporto tra sport e politica internazionale conosce due grandi famiglie di lettura. La prima la si fa risalire a George Orwell, che nel saggio The Sporting Spirit, sul Tribune del dicembre 1945, negò allo sport agonistico ogni virtù pacificatrice: una visita sportiva tra nazioni rivali, scriveva osservando la tournée britannica della Dynamo Mosca, non riavvicina i popoli, ne inasprisce il risentimento. Lo sport serio, per Orwell, è “guerra meno gli spari”. La seconda famiglia muove in direzione opposta. Pascal Boniface, che alla materia ha dedicato il volume La géopolitique du sport, ha letto nel campo un’area di confronto simbolicamente circoscritta, capace di assorbire l’ostilità e di lasciare intatto ciò che conta — e proprio nella penisola coreana ha trovato un argomento, ricordando come la co-organizzazione del Mondiale 2002 abbia accompagnato il riavvicinamento tra Tokyo e Seul.

Misurata su Suwon, nessuna delle due letture tiene del tutto. La trasferta non ha inasprito alcunché: si è giocata senza incidenti, davanti a una tifoseria mista. Non ha però neppure aperto un canale, e niente lascia pensare che ne aprirà. Conviene allora chiedersi non quale delle due abbia ragione, ma cosa entrambe diano per scontato. Orwell e Boniface dissentono sul segno — il campo divide, il campo avvicina — eppure concordano nel presupposto, e cioè che a incontrarsi, in campo, siano gli Stati, e che dalla partita qualcosa torni indietro al loro rapporto. È questo presupposto che a Suwon non si verifica. La squadra di Pyongyang non ha portato in campo una volontà del regime, né distensiva né ostile, onorando un calendario deciso a Kuala Lumpur. E da un atto che appartiene a un’altra logica non discende un effetto sul filo diretto tra le due Coree, per la semplice ragione che quel filo non è mai stato toccato.

L’arbitraggio del Nord

Resta da spiegare perché il regime accetti una trasferta del genere. La risposta sta in una logica che The Wall Street Journal, in un’inchiesta di Dasl Yoon e Timothy W. Martin, ha colto con efficacia: il calcio femminile giovanile è, per la Corea del Nord, una forma di arbitraggio atletico. Il regime scommette che gli altri Paesi non sottoporranno bambine in età prescolare a un addestramento altrettanto duro, e ne ricava un margine di prestigio internazionale altrove precluso — quattro titoli mondiali Under-17, in un quadro di sanzioni che chiude quasi ogni altra via. Le calciatrici tornate da quei tornei ricevono razioni supplementari e, di norma, un alloggio a Pyongyang.

Il dettaglio conta, perché dice in che cosa, per il Nord, consista una vittoria. La macchina propagandistica nordcoreana traduce da tempo i successi delle calciatrici in vittorie del socialismo e della leadership; le dichiarazioni misurate delle giocatrici — il risultato che, nelle parole di Kim Kyong-yong dopo la finale, “non appartiene a me sola” ma alla squadra e allo staff — non sono modestia, ma la grammatica obbligata di chi sa che il trionfo verrà attribuito altrove. Che la trasferta avvenga in territorio nemico non indebolisce questo meccanismo, ma lo rafforza. Anche per Pyongyang, dunque, la partita guarda all’interno: a Suwon nessuno dei due Stati stava parlando all’altro.

Il potere di chi non gioca

Se ne ricava una lettura che non coincide né con Orwell né con Boniface. La partita di Suwon non ha inasprito i rapporti tra le due Coree. Si è svolta, anzi, in un clima di ostentata normalità. Il Ministero per l’Unificazione di Seul ha stanziato fondi di cooperazione inter-coreana — trecento milioni di won — a sostegno di una tifoseria mista, organizzata da oltre duecento gruppi civici e composta in buona parte da transfughi nordcoreani; il ministro Chung Dong-young ha parlato della partita come di un possibile “precedente positivo” per rapporti di fatto interrotti da sette anni. La stessa scelta di finanziare le tifoserie ha però sollevato critiche in Corea del Sud, dove quei fondi sono di norma destinati ad altro — segno che, già a Seul, la lettura distensiva dell’evento è tutt’altro che condivisa.

L’ostentazione di normalità, in ogni caso, non ha disteso alcunché, perché non esiste, oggi, alcun canale politico su cui un eventuale calore sportivo possa depositarsi. Le mediazioni tra Pyongyang e Seul dipendono da fattori che un risultato calcistico non sfiora: il calcolo strategico della leadership nordcoreana, le esigenze di sicurezza del Sud e dei suoi alleati, le posizioni di Stati Uniti e Cina. Ciò che ha reso possibile la trasferta non è nessuno di questi fattori, ma un’istituzione che non è parte in causa e ha potuto comunque disporre del movimento di una squadra attraverso il confine. La AFC non tifa, non negozia, non rappresenta alcuno Stato. Calendarizza. È stata, in questa vicenda, il vero arbitro della trasferta — la sola figura che, non giocando, ha potuto stabilire dove si giocasse, e a quali condizioni le due Coree potessero, per una volta, trovarsi di fronte.

Che una federazione sportiva possa muovere una squadra dove la diplomazia non muove nulla non è un’anomalia di Suwon, ma il segno di una condizione più generale, che la riflessione recente ha cominciato a prendere sul serio. Lo studioso Scott R. Jedlicka, in un saggio dal titolo eloquente — «Sport governance as global governance» — ha proposto di smettere di considerare gli organismi che governano lo sport mondiale come semplici cornici tecniche, e di trattarli invece come istituzioni internazionali a pieno titolo, accanto a quelle che presidiano la salute o il commercio. Questi, dotati di una capacità di decisione propria, esercitano un’autorità reale sui rapporti tra gli Stati senza dipendere dalla volontà dei governi che vi aderiscono. Vista in questa luce, la trasferta di Naegohyang non è un gesto politico riuscito o mancato, ma l’effetto ordinario di un’istituzione che ha esercitato, sul confine coreano, un potere che né Pyongyang né Seul le hanno delegato e che nessuno dei due può revocarle.

Il santuario involontario

La trasferta di Naegohyang non va dunque né sopravvalutata come disgelo né liquidata come irrilevante. Domandarsi se la partita abbia avvicinato le due Coree è già la domanda sbagliata, perché presuppone che a giocarsi qualcosa, in campo, fossero i due Stati. Non lo erano. Ciò che Suwon rende visibile è una condizione: tra Pyongyang e Seul il contatto si dà soltanto quando una terza istituzione lo dispone, e proprio per questo non produce, di per sé, alcun avvicinamento.

La domanda di fondo — se il sistema nordcoreano possa essere mosso da gesti di normalità, o se a determinarne la condotta siano soltanto calcoli di sicurezza — non lambisce una partita di calcio. Resta il fatto che, in un rapporto dove anche le occasioni minime di contatto sono diventate rare, il  derby di Suwon ha mostrato dove passi oggi l’unica linea lungo la quale il Nord e il Sud possano ancora, occasionalmente, trovarsi sullo stesso campo. È una linea che nessuna delle due Coree tiene in mano. La penisola ne conosce già una simile: la striscia smilitarizzata (o DMZ, “demilitarized zone” ) che la taglia in due, diventata in settant’anni di mine e filo spinato il santuario involontario delle gru della Manciuria, che vi svernano e la attraversano in volo — non perché i due Stati abbiano voluto proteggerle, ma perché nessuno dei due ha potuto mettervi piede. La squadra di Pyongyang ha varcato il confine come lo varcano quelle gru, dentro uno spazio che sta sopra e fuori da entrambe le sovranità. E vale, per Suwon, lo stesso paradosso che gli ambientalisti rammentano da anni: quando i rapporti tra le due Coree si riscaldarono, nel 2018, fu il disgelo a minacciare il rifugio degli uccelli. Finché le cose resteranno così, il Nord e il Sud continueranno a sfiorarsi soltanto in un varco che nessuno dei due governa — e che, proprio per questo, non potrà mai diventare un ponte.

 

Alessio Zattolo – PhD Student

Coordinamento a cura di Ciro Sbailò

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