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Iran–Stati Uniti, le asimmetrie di un accordo non firmato

Tre mesi e due giorni dopo l’inizio della guerra, l’accordo tra Stati Uniti e Iran prosegue senza firme. Il 28 maggio, Axios ha rivelato che i negoziatori dei due Paesi hanno definito un protocollo, noto come Memorandum of Understanding (MoU), che include un’estensione della tregua a 60 giorni, la riapertura graduale dello Stretto di Hormuz, la ripresa dei negoziati sul programma nucleare iraniano. L'accordo prevederebbe anche un potenziale allentamento delle sanzioni contro l’Iran. Mentre si attende l’approvazione di Donald Trump e della leadership iraniana, gli ultimi due giorni hanno raccontato qualcosa di più della solita oscillazione tra spiragli e arretramenti. Le autorità omanite hanno segnalato la presenza di una mina sospetta nello Stretto, nell’area che Teheran si è impegnata a sminare come parte dell’accordo. Lo stesso giorno l’esercito israeliano ha esteso l’offensiva in Libano meridionale, evacuando nuovi distretti tra Nabatiye e Tiro. E sui marciapiedi di Gaza, in tende montate sulle macerie, si è aperto Eid al-Adha, ossia la “festa del sacrificio” — la seconda celebrazione, per importanza, dopo quella di fine Ramadan — senza che le famiglie potessero permettersi un agnello: il prezzo di una pecora, riferisce il New York Times, è arrivato a seimila dollari.

Tre mesi e due giorni dopo l’inizio della guerra, l’accordo tra Stati Uniti e Iran prosegue senza firme. Il 28 maggio, Axios ha rivelato che i negoziatori dei due Paesi hanno definito un protocollo, noto come Memorandum of Understanding (MoU), che include un’estensione della tregua a 60 giorni, la riapertura graduale dello Stretto di Hormuz, la ripresa dei negoziati sul programma nucleare iraniano. L’accordo prevederebbe anche un potenziale allentamento delle sanzioni contro l’Iran. Mentre si attende l’approvazione di Donald Trump e della leadership iraniana, gli ultimi due giorni hanno raccontato qualcosa di più della solita oscillazione tra spiragli e arretramenti. Le autorità omanite hanno segnalato la presenza di una mina sospetta nello Stretto, nell’area che Teheran si è impegnata a sminare come parte dell’accordo. Lo stesso giorno l’esercito israeliano ha esteso l’offensiva in Libano meridionale, evacuando nuovi distretti tra Nabatiye e Tiro. E sui marciapiedi di Gaza, in tende montate sulle macerie, si è aperto Eid al-Adha, ossia la “festa del sacrificio”  — la seconda celebrazione, per importanza, dopo quella di fine Ramadan — senza che le famiglie potessero permettersi un agnello: il prezzo di una pecora, riferisce il New York Times, è arrivato a seimila dollari.

Tre fatti contemporanei: una mina che riapre il dubbio sulla volontà iraniana di rispettarne i termini, una guerra che continua sul fronte libanese e una festa religiosa celebrata senza nulla da celebrare. Il pezzo che segue prova a leggerli insieme, non come elenco di crisi ma come segno di un’intesa che, anche qualora venisse firmata, lascerebbe in piedi altrettante asimmetrie destinate a sopravvivergli.

Lo Stato senza vertice

La prima asimmetria è quella meno visibile seppure pesi di più. La Repubblica Islamica che oggi negozia con Washington non è quella che ha governato l’Iran per oltre trent’anni. Ali Khamenei, Guida Suprema dal 1989, è stato ucciso da un attacco israelo-americano il 28 febbraio, primo giorno della guerra. La struttura istituzionale ha tenuto, le posizioni di principio anche — il presidente Masoud Pezeshkian ha ripetuto ad Al Jazeera che l’Iran «non cerca armi nucleari», richiamando la fatwa di Khamenei contro le armi di distruzione di massa — ma l’atto religioso che legittima quella linea continua a parlare in nome di un fondatore che non c’è più. Si è prodotta una distanza che nessuno dei due tavoli ammette, perché l’ammissione aprirebbe un vuoto di legittimità che a Teheran nessuno può permettersi di esporre, e a Washington nessuno conviene nominare.

L’asimmetria, sul piano negoziale, è evidente. Trump tratta con uno Stato di cui ha rimosso il vertice, e a cui chiede di accettare un quadro — sminamento, sanzioni, nucleare — che esige proprio quel grado di tenuta interna che la decapitazione ha incrinato. La conseguenza paradossale la coglie l’analista israeliano Danny Citrinowicz: la principale leva di deterrenza nei confronti dell’Iran era il timore di una campagna militare su larga scala, volta non solo a colpire le capacità nucleari, bensì a minacciare il regime stesso. Quel confronto è stato superato. «Dal punto di vista di Teheran — scrive Citrinowicz — il regime è sopravvissuto.» L’accordo che si negozia oggi disinnesca dunque la guerra ma indebolisce, paradossalmente, la deterrenza che l’aveva fin qui contenuta. È il primo paradosso di un memorandum che, se firmato, riporterebbe la regione allo status quo del 27 febbraio — la vigilia della guerra — ma senza chi quella linea l’aveva tenuta in vita per un trentennio.

Echi dal Golfo

La seconda asimmetria riguarda coloro che si sono ritrovati a sostenere le conseguenze di una guerra indesiderata. I Paesi del Golfo si erano espressi, nella primavera del 2025, contro l’attacco israelo-americano all’Iran. Lo hanno fatto per ragioni concrete: condividono con Teheran giacimenti offshore, dipendono dai flussi che attraversano Hormuz, ospitano sui propri territori basi americane che diventano bersagli automatici nel momento in cui Washington apre un fronte con la Repubblica Islamica. Il bombardamento israeliano sul Qatar e gli attacchi iraniani contro Emirati e Oman nei mesi della guerra hanno chiuso il cerchio di un avvertimento che a Riyad, Doha e Abu Dhabi si era cercato di far valere senza essere ascoltati.

Adesso che il conflitto si avvia a una conclusione negoziale, le capitali del Mondo islamico si vedono addebitare un prezzo politico ancora maggiore. In una telefonata del 24 maggio rivelata da Axios, Trump ha proposto ai leader di Arabia Saudita, Qatar, Pakistan, Egitto, Giordania e Turchia di aderire agli Accordi di Abramo, subordinando un eventuale accordo di pace con l’Iran alla normalizzazione delle relazioni con Israele. Dall’altro capo del filo ha fatto eco una serie di “no”. L’Arabia Saudita ha riaffermato che la normalizzazione resta subordinata a un percorso irreversibile verso lo Stato palestinese; il Pakistan, che dal 1947 — anno della sua fondazione — non riconosce lo Stato ebraico, ha respinto con maggiore nettezza; il Qatar, ancora ferito dal raid israeliano non ha lasciato aperture. Costretta a smentire la linea presidenziale — resa pubblica su Truth social domenica scorsa — la Casa Bianca ha precisato che gli Accordi sarebbero un «complemento» dell’intesa, non una sua precondizione. È un cedimento che misura la distanza tra ciò che Trump vuole portare a casa e ciò che il Golfo è disposto a concedergli.

Per Ziad Daoud di Bloomberg, il bilancio del secondo mandato di Trump si riassume in una contabilità secca. Un anno fa le monarchie sunnite avevano garantito al presidente prezzi del petrolio ribassati, la prima visita all’estero della sua agenda, impegni economici per trilioni di dollari — ottenendo un primo conflitto di dodici giorni contro l’Iran, raid israeliani sulla penisola e un’altra guerra, estesa su tutta la regione, che avevano cercato con tutte le loro forze di evitare. L’aritmetica della pressione di Trump ne esce rovesciata: a dovere un favore oggi, semmai, sono gli Stati Uniti.

La frattura, peraltro, non si è limitata al piano diplomatico. Il 27 maggio, dopo che la stampa iraniana aveva ipotizzato una gestione condivisa di Hormuz tra Teheran e Mascate — con un pedaggio per i servizi al transito — Trump ha dichiarato, in una riunione di gabinetto a Washington, che “l’Oman si comporterà come tutti gli altri, altrimenti saremo costretti a farlo saltare in aria”. Meno di ventiquattro ore dopo, il segretario al Tesoro Scott Bessent ha pubblicato un post di poche righe su X. Il dipartimento avrebbe colpito “aggressivamente” chiunque facilitasse pedaggi nello Stretto di Hormuz, e l’Oman “in particolare” era avvertito. Un alleato che ha mediato per decenni i contatti tra Stati Uniti e Iran, vitale su una vasta gamma di questioni di sicurezza regionale, che con Washington gode di un accordo di libero scambio, in poche ore si è visto minacciare il bombardamento e prospettare sanzioni, danneggiando ulteriormente la credibilità americana nel Golfo.

I fronti scoperti

La terza asimmetria è quella che il calendario rende impossibile ignorare. Il MoU, volto a porre fine alle tensioni tra Washington e Teheran, è destinato a lasciare fuori tutto il resto. Mentre i negoziatori stanno limando le ultime formulazioni, proseguono le offensive israeliane su Libano e Gaza. Il 30 maggio, le IDF hanno avvertito di “fuoco prolungato” e ordinato l’evacuazione della popolazione libanese nell’intera area a circa 40 chilometri dal confine Sud con lo Stato ebraico, nell’ambito delle operazioni contro Hezbollah. Per gli analisti del Soufan Center, la prospettiva di un accordo Iran–Stati Uniti che lascia Israele fuori dal tavolo è esattamente ciò che spinge Tel Aviv all’escalation su Libano e Gaza: occupare territorio prima che la diplomazia chiuda la finestra.

Un funzionario dell’intelligence israeliana, citato da Al-Monitor, lo dice senza giri di parole: “Se questo accordo verrà firmato, l’Iran uscirà vittorioso dalla guerra e otterrà carta bianca per uccidere”. Aaron David Miller, ex negoziatore per il Medio Oriente, sentito da Middle East Eye, riporta il punto sul versante americano: “Trump sa di stipulare un accordo che vanifica tutti gli obiettivi di guerra che aveva sostenuto dopo il 28 febbraio”, e proprio per questo cerca di allargarne il perimetro — da qui l’insistenza sugli Accordi di Abramo, da qui anche l’annuncio della Casa Bianca (lo stesso 28 maggio in cui Axios ha rivelato il MoU ) di nuove sanzioni del Tesoro contro la struttura militare iraniana per la vendita del petrolio. Si firma un’intesa e, nello stesso giorno, si sanziona l’altra parte. Si negozia mentre si bombarda a Bandar Abbas. La pressione resta alta sul fronte che si vorrebbe chiudere, mentre quelli che resterebbero aperti si allargano da soli.

Quel che resta sul tavolo

Restano sul tavolo, oltre la pagina del memorandum, quattrocentoquaranta chili di uranio arricchito al 60%, un sistema missilistico che il testo non sfiora, due fronti in espansione e una credibilità americana che ogni minaccia di Trump assottiglia. È la prima volta — ha scritto ad aprile il New Yorker, interpellando Ali Vaez, dell’International Crisis Group — che un’operazione americana tanto costosa si chiude con un foglio solo, privo di dettaglio tecnico. Vaez l’ha definita un «Epic Disaster», in parodia del nome dell’offensiva, Epic Fury. 

A Gaza, intanto, l’Eid è trascorso senza il rito che gli dà nome: niente bestiame, prezzi fuori scala, famiglie ridotte al surrogato della carne congelata importata che cercano di convincersi che la vita conservi ancora qualcosa di normale. È la stessa convinzione che il protocollo chiede di accettare. La firma, se arriverà, non chiuderà quel disastro. Lo metterà in pausa. E quando gli stessi tavoli si riapriranno, fra sessanta giorni, sarà sopra macerie più alte di adesso. 

 

Alessio Zattolo – PhD Student

Coordinamento a cura di Ciro Sbailò

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