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Il vaccino e l'algoritmo. Sovranità sanitaria nell'era della progettazione computazionale

Il 5 giugno 2026 l'Università di Cambridge ha comunicato il completamento del primo trial di fase I per un vaccino contro la famiglia Sarbeco dei coronavirus. Il dato che ha attirato i titoli non riguarda l'efficacia — l'impatto immunitario rilevato è descritto come modesto dagli stessi ricercatori — ma il metodo di progettazione. L'antigene del vaccino, ovvero il componente che il sistema immunitario impara a riconoscere, è stato disegnato interamente da un'intelligenza artificiale. È la prima volta che accade nei trial umani. Lord Patrick Vallance, ministro per la Scienza, ha registrato il risultato come “another British science success story”, iscrivendolo in una narrazione di sovranità tecnologica nazionale. Tuttavia, la geografia reale di questo vaccino — chi lo ha finanziato, chi ne fornisce la tecnologia di somministrazione, da dove provengono i dati che hanno addestrato l'intelligenza artificiale — è meno britannica di quanto la nota governativa lasci intendere.

Il 5 giugno 2026 l’Università di Cambridge ha comunicato il completamento del primo trial di fase I per un vaccino contro la famiglia Sarbeco dei coronavirus. Il dato che ha attirato i titoli non riguarda l’efficacia — l’impatto immunitario rilevato è descritto come modesto dagli stessi ricercatori — ma il metodo di progettazione. L’antigene del vaccino, ovvero il componente che il sistema immunitario impara a riconoscere, è stato disegnato interamente da un’intelligenza artificiale. È la prima volta che accade nei trial umani. Lord Patrick Vallance, ministro per la Scienza, ha registrato il risultato come “another British science success story”, iscrivendolo in una narrazione di sovranità tecnologica nazionale. Tuttavia, la geografia reale di questo vaccino — chi lo ha finanziato, chi ne fornisce la tecnologia di somministrazione, da dove provengono i dati che hanno addestrato l’intelligenza artificiale — è meno britannica di quanto la nota governativa lasci intendere.

La geografia del prodotto

La società che ha sviluppato il vaccino è DIOSynVax, spin-out dell’Università di Cambridge attivata nel 2017 con il sostegno di Cambridge Enterprise, il braccio di valorizzazione commerciale dell’ateneo. Il finanziamento decisivo, però, non è britannico: nel 2022 la Coalition for Epidemic Preparedness Innovations (CEPI), coalizione globale pubblico-privato-filantropica con sede a Oslo, ha stanziato fino a quarantadue milioni di dollari per il progetto, nell’ambito di un programma da duecento milioni dedicato a vaccini ad ampio spettro contro la famiglia dei betacoronavirus. La tecnologia di somministrazione — un sistema senza ago che inietta il vaccino attraverso un getto d’aria — è prodotta da PharmaJet, società del Colorado. La piattaforma di produzione è mRNA, sviluppata da partner industriali esterni allo spin-out di Cambridge. I dati genetici che hanno addestrato l’intelligenza artificiale provengono da reti di sorveglianza virologica internazionale, che raccolgono sequenze di coronavirus in pipistrelli e altri mammiferi su più continenti.

Quel che il governo britannico rivendica come successo nazionale è, nei fatti, l’output di un’infrastruttura distribuita in cui Cambridge detiene il nodo accademico e imprenditoriale, ma non l’architettura finanziaria, né la stack tecnologica — la catena di somministrazione — né la materia prima informazionale. La rivendicazione politica funziona qui come appropriazione narrativa.

Il precedente della Balmis

Tra il 1803 e il 1806 la Corona spagnola organizzò la Real Expedición Filantrópica de la Vacuna, guidata dal medico Francisco Javier de Balmis e considerata la prima spedizione sanitaria internazionale della storia. Allora il problema da risolvere era logistico. Il virus vaccinico utilizzato contro il vaiolo non sopravviveva alla traversata atlantica nei contenitori dell’epoca, e la profilassi non poteva quindi essere estesa ai possedimenti americani della monarchia. La soluzione adottata fu una catena umana di ventidue bambini orfani imbarcati a La Coruña, inoculati in sequenza durante il viaggio in modo che ciascuno trasportasse il virus vaccinico nel proprio corpo fino all’inoculazione del successivo. La spedizione raggiunse il Messico, il Perù, le Filippine. Fu un atto di sovranità sanitaria imperiale che vinse un vincolo geografico attraverso un’infrastruttura biopolitica di corpi infantili sotto autorità della Corona —  il primo viaggio del rimedio attraverso lo spazio.

Il vaccino di Cambridge affronta oggi un vincolo strutturalmente analogo, trasposto su un altro asse: il viaggio non si svolge più nello spazio ma nel tempo. Non si tratta di portare il vaccino oltre oceano, ma di anticiparlo prima che il virus contro cui dovrà funzionare emerga e muti. È quanto Jonathan Heeney, che ha guidato la ricerca, ha dichiarato alla BBC con la formula del «cane che si rincorre la coda»: la vaccinologia classica è sempre in ritardo sulla mutazione del virus. L’intelligenza artificiale serve a colmare quel ritardo. Cambia quindi la geometria del vincolo, e con essa cambia il significato stesso di “sovranità sanitaria”.

Il Sud e il Nord del dato

Resta una dimensione che il framing britannico oscura, e che riguarda la provenienza geografica della materia prima informazionale. I coronavirus della famiglia Sarbeco — quelli contro cui l’antigene è stato progettato — sono virus zoonotici. Circolano, cioè, in pipistrelli e altri mammiferi delle aree di interfaccia tra uomo e fauna selvatica dell’Asia sud-orientale, della Cina meridionale, dell’Africa subsahariana. Le sequenze genetiche che hanno addestrato l’intelligenza artificiale sono state raccolte attraverso programmi di sorveglianza virologica internazionale che operano prevalentemente in quelle aree. Si configura così una geometria asimmetrica che la letteratura sulla salute globale ha già nominato, in altra forma, vent’anni fa, quando nel 2006 l’Indonesia si rifiutò di condividere con l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) i campioni del virus H5N1 raccolti sul proprio territorio, sostenendo che i dati virali fossero soggetti alla sovranità nazionale dello Stato che li raccoglieva. Da quel conflitto è nata la categoria di “viral sovereignty” — la sovranità nazionale sui virus raccolti sul proprio territorio, formulata da David Fidler nel 2008 — che l’Accordo Pandemico approvato dall’OMS nel maggio 2025 cerca tuttora di disciplinare attraverso il sistema PABS (Pathogen Access and Benefit-Sharing).

I virus emergono nel Sud globale, i dati che essi forniscono fluiscono verso le infrastrutture computazionali del Nord, e i vaccini progettati a partire da quei dati ritornano come prodotti proprietari — coperti cioè da brevetto, soggetti a licenza commerciale, di proprietà del soggetto che li ha sviluppati. 

L’accordo del 2022 tra CEPI e DIOSynVax contiene formalmente una clausola di accesso equo, ovvero l’impegno a rendere il vaccino disponibile ai paesi a basso e medio reddito a condizioni sostenibili. La traduzione operativa di quell’impegno, però, dipende da decisioni successive sui prezzi, sulle licenze di produzione, sulle priorità di fornitura. Il rapporto con la spedizione Balmis è qui speculare. Laddove, oltre due secoli fa, la Corona spagnola proiettava il vaccino dal centro imperiale alle periferie americane attraverso una catena di corpi sotto la disposizione sovrana della Corona, oggi sono le periferie zoonotiche a fornire la materia prima informazionale che il centro computazionale trasforma in proprietà intellettuale. 

La direzione del flusso si è rovesciata, ma l’asimmetria della sovranità sanitaria è strutturalmente sopravvissuta.

Il ritorno dello Stato

Il trial di fase I appena concluso non autorizza, da solo, a parlare di una svolta. Trentanove volontari, una risposta immunitaria descritta come modesta, una seconda fase su circa duecento partecipanti ancora da svolgere. I fatti restano quelli, e nessuno dei ricercatori coinvolti li sovradimensiona. Quel che il trial autorizza a registrare è tuttavia l’ingresso, nei test clinici sull’uomo, di un metodo di progettazione vaccinale che si sovrappone al modello precedente senza sostituirlo. La logistica materiale — produzione, conservazione, distribuzione — resta intatta nelle sue strutture e nelle sue asimmetrie note. Ciò che si aggiunge è una fase anteriore, quella della progettazione stessa, in cui un’intelligenza artificiale alimentata da sequenze virali globali disegna l’antigene prima che il virus contro cui dovrà funzionare emerga e muti. Su questo terreno il governo multilaterale non è ancora pervenuto. Lo stesso Accordo Pandemico, infatti, rinvia ad annessi futuri la parte sostanziale del sistema PABS — quella che dovrebbe definire chi accede ai dati genetici virali e chi beneficia dei prodotti che ne nascono.

L’eredità lasciata dalla pandemia da Covid-19, in questo senso, è ambivalente. Ha esposto la fragilità delle catene globali, ma ha anche dimostrato che nell’emergenza è ancora lo Stato a decidere chi accede al rimedio e chi, invece, deve attendere. In questo vuoto regolatorio gli Stati nazionali non sono spariti, al contrario, dopo l’esperienza del Covid molti governi — in particolare occidentali — hanno raddoppiato l’investimento sulle proprie capacità domestiche di ricerca, produzione e fornitura, in quella che la letteratura comincia a chiamare “sovranità biofarmaceutica”.

A questa postura difensiva, prevalentemente europea, si affianca dall’altra parte una declinazione attiva, emersa nella stessa fase pandemica e nominata dalla categoria di “vaccine diplomacy”, espressione con cui si suole indicare la fornitura medica come strumento di proiezione geopolitica, esercitata in modo sistematico da Russia e Cina nei confronti dei paesi a basso e medio reddito. Quando la progettazione del vaccino entra nella sfera dell’intelligenza artificiale, il ritorno dello Stato mostra la propria condizione: non l’anticipazione normativa che pretende, ma inseguimento della tecnica. Quest’ultima si sviluppa esponenzialmente, il diritto linearmente. Il gap tra le due velocità è strutturale, e il sistema giuridico-costituzionale non riesce a colmarlo in tempo utile. 

La pretesa di anticipazione, però, non è solo illusione: è funzione che lo Stato deve continuare a esercitare anche sapendo di arrancare, perché rinunciarvi significherebbe lasciare il campo a paradigmi che esercitano la pretesa secondo altre logiche.

I dispositivi normativi esistono: l’AI Act europeo entrato in vigore nell’agosto 2024, le misure cinesi del 2022-2023 che integrano regolazione e direzione industriale dello Stato, l’approccio statunitense più frammentario tra livello federale e iniziative statali. Sono tre posizioni che si definiscono in larga parte le une rispetto alle altre, e che intervengono su una materia che si è già mossa. Lo Stato dunque non ridefinisce le condizioni della progettazione, ma insegue ex post un flusso che non riesce a deviare.

Dentro questa geometria, il paradigma europeo occupa una collocazione peculiare. Il vaccino di Cambridge nasce fuori dal perimetro dell’Unione, in un Regno Unito post-Brexit; CEPI, suo principale finanziatore, è a Oslo, che ha rifiutato l’adesione norvegese all’UE tramite due referendum popolari (nel 1972 e nel 1994). L’AI Act, dispositivo normativo più ambizioso al mondo per disciplinare l’intelligenza artificiale, è europeo, ma regola una materia che l’Europa non produce. I grandi modelli computazionali sono americani o cinesi, l’iniziativa industriale-biotecnologica è altrove. L’Europa esercita una sovranità via diritto su un campo dove altri esercitano sovranità via infrastruttura. È una posizione strutturalmente differente, e particolarmente esposta al gap esponenziale che le altre potenze attenuano in parte attraverso il controllo dell’oggetto regolato. Quell’esposizione non è solo debolezza. È la forma in cui l’Europa continua a esercitare una pretesa ordinatrice dove gli oggetti materiali le sfuggono.

Il framing britannico sul vaccino di Cambridge è dunque qualcosa di più di una formula retorica, perché iscrive un prodotto a catena distribuita dentro una griglia di competizione tra Stati, liberali e non, per il controllo dell’infrastruttura della preparazione pandemica. La domanda non è più se la sovranità sanitaria esista, ma su quale base materiale si esercita, secondo quali logiche, e a vantaggio di chi.

 

Alessio Zattolo – PhD Student

Coordinamento a cura di Ciro Sbailò

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