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Il Patto europeo su Migrazione e Asilo e la solidarietà a contributo

Venerdì 12 giugno 2026 è entrato in vigore in tutti i ventisette Stati dell'Unione il Patto su Migrazione e Asilo, riforma adottata nel 2024 dopo anni di stallo e presentata dal Commissario per la Migrazione, Magnus Brunner, come “pietra miliare” della politica migratoria europea. Dieci atti legislativi, un sistema unificato di controlli identificativi alle frontiere esterne, procedure accelerate per i richiedenti provenienti da paesi considerati sicuri, la banca dati biometrica Eurodac per registrare le impronte digitali e tracciare i movimenti degli asilanti, e un meccanismo annuale di solidarietà tra Stati membri. Sulla carta, la fine della logica di Dublino che per oltre vent'anni ha scaricato l'onere dell'accoglienza sui paesi di primo approdo. Nei fatti, l'esito di una negoziazione che ha tradotto la solidarietà in cifre, e che proprio in quelle cifre rivela la propria natura.

Venerdì 12 giugno 2026 è entrato in vigore in tutti i ventisette Stati dell’Unione il Patto su Migrazione e Asilo, riforma adottata nel 2024 dopo anni di stallo e presentata dal Commissario per la Migrazione, Magnus Brunner, come “pietra miliare” della politica migratoria europea. Dieci atti legislativi, un sistema unificato di controlli identificativi alle frontiere esterne, procedure accelerate per i richiedenti provenienti da paesi considerati sicuri, la banca dati biometrica Eurodac per registrare le impronte digitali e tracciare i movimenti degli asilanti, e un meccanismo annuale di solidarietà tra Stati membri. Sulla carta, la fine della logica di Dublino che per oltre vent’anni ha scaricato l’onere dell’accoglienza sui paesi di primo approdo. Nei fatti, l’esito di una negoziazione che ha tradotto la solidarietà in cifre, e che proprio in quelle cifre rivela la propria natura.

 

Il meccanismo, la cifra, l’inadempimento

 

Il meccanismo di solidarietà introdotto dal Patto prevede un ciclo annuale di ricollocazioni di richiedenti asilo dai paesi sotto pressione migratoria, oppure di contributi finanziari versati da quegli Stati membri che non intendono accogliere. Per il primo ciclo 2026, gli obiettivi sono stati fissati a 21.000 ricollocazioni o 420 milioni di euro a beneficio dei quattro Stati esposti — Italia, Spagna, Grecia e Cipro. La cifra esatta del contributo è di ventimila euro per ogni persona che lo Stato membro avrebbe dovuto accogliere e che invece sceglie di non ospitare. Al momento dell’entrata in vigore, gli Stati membri si sono impegnati a coprire poco più della metà del target di ricollocazione. Sul versante orientale, Ungheria e Slovacchia non hanno offerto né posti di ricollocazione né contributi finanziari.

 

Ventimila euro per ogni persona non accolta. È la prima volta che la solidarietà europea ha un prezzo.

 

Italia e Spagna, due posture mediterranee

 

Tra i quattro Stati destinatari della solidarietà, Italia e Spagna occupano posizioni distinte. Roma ha varato il 4 giugno un decreto attuativo del Patto, che istituisce centri di frontiera per le procedure accelerate e prevede il trattenimento amministrativo dei richiedenti fino a dodici settimane. La Commissione, nel rapporto del maggio 2026, ha tuttavia segnalato che l’Italia figurava tra gli Stati chiamati ad accelerare il percorso di adeguamento. Il sistema italiano si attrezza per trattenere, ma arriva al 12 giugno in ritardo sulla preparazione. Madrid, “puerta sur de la UE” — porta meridionale dell’Unione, in quanto frontiera marittima con il Nord Africa — destinerà la propria quota di contributo finanziario in larga parte alla formazione di magistrati incaricati delle procedure accelerate. Il sistema spagnolo si attrezza per processare.

 

Due paesi della stessa eurozona, entrambi sul Mediterraneo, entrambi destinatari della solidarietà altrui, scelgono due posture diverse di fronte alla stessa cornice europea. Roma trattiene, Madrid processa.

 

Il rischio politico interno

 

Sul versante interno il calcolo politico è delicato. Quando il Patto fu negoziato, l’opposizione più rumorosa veniva dai governi dell’Europa centrale e orientale, e oggi il rifiuto di Ungheria e Slovacchia di partecipare al primo ciclo conferma la difficoltà di portare quei paesi dentro la cornice comune. Ma il punto critico si sposta a ovest. Nei prossimi mesi la riforma diventerà materia di campagna elettorale in diversi paesi europei, in particolare in Francia, dove le presidenziali del 2027 sono già nel mirino di Marine Le Pen e Jordan Bardella. Il Patto era stato pensato per togliere ossigeno alle destre nazionaliste, riducendo gli arrivi attraverso accordi con paesi terzi, procedure accelerate ai confini esterni e centralizzazione dei dati biometrici. Un meccanismo che converte la solidarietà in transazione monetaria rischia di restituirglielo.

 

Lukas Gehrke, direttore dell’ufficio di Bruxelles dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni, intervistato da Politico ha definito quello del Patto un equilibrio fragile, in cui ogni componente deve incastrarsi con l’altra perché il meccanismo respiri. Se la procedura di frontiera funziona, la pressione si riduce. Se non funziona, si torna al 2015. In entrambi i casi, la cifra resta. Ed è la prima cosa che l’Europa, dieci anni dopo il “Wir schaffen das” di Angela Merkel — quel “ce la faremo” divenuto formula della crisi dei rifugiati in Europa— dichiara apertamente di se stessa.

 

Alessio Zattolo, PhD Student

Coordinamento a cura di Ciro Sbailò

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