Iran-Stati Uniti, dopo la bomba lo Stretto
- 26 Giugno 2026
Tre giorni separano la firma del memorandum tra Stati Uniti e Iran, mercoledì 17 giugno 2026, dall’annuncio iraniano della chiusura dello Stretto di Hormuz, sabato 20. In quei tre giorni l’accordo avrebbe dovuto entrare in vigore. La distanza fra l’atto e la sua entrata in vigore non è un incidente diplomatico, ma il punto in cui si rivela la natura dell’accordo: un testo bilaterale che chiude la guerra sulla bomba e lascia in mano a Teheran un collo di bottiglia che nessuno dei quattordici paragrafi vincola.
Il deterrente migrato
Nei giorni successivi alla firma, sulla stampa internazionale circola una formula doppia: l’Iran ha vinto la guerra ma rischia di perdere la pace. È la lettura di Nate Swanson — Atlantic Council, già direttore per l’Iran al National Security Council fino al 2025 — sul fascicolo di luglio di Foreign Affairs. Dopo quaranta giorni di guerra e due mesi di tregua fragile, scrive Swanson, la Repubblica islamica è uscita «armata di un nuovo deterrente che sembra persino più potente di tutte le armi che i suoi avversari hanno danneggiato con i raid: il suo controllo sullo Stretto di Hormuz». A nominare la cosa, in aprile, era stato il Segretario di Stato Marco Rubio — l’«arma nucleare economica» dell’Iran.
La formula regge perché il testo dell’accordo la conferma. Il paragrafo cinque del memorandum impegna Teheran al transito gratuito delle navi commerciali per sessanta giorni soltanto, e rinvia poi la «futura amministrazione» dello Stretto a un dialogo dell’Iran con il Sultanato dell’Oman, da estendere agli altri Stati rivieraschi. Il negoziatore iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf lo ha tradotto in chiaro: «Lo Stretto di Hormuz non tornerà mai alla condizione precedente; naturalmente, applicheremo tariffe per i servizi che forniamo». La gestione futura, in altri termini, è un punto che il testo bilaterale codifica come prerogativa iraniana. La leva non è una minaccia, è una procedura.
Una voce dissonante, sulla stessa rivista, contesta il punto. Caitlin Talmadge ricorda che oltre il novanta per cento delle esportazioni iraniane di idrocarburi transita di lì, e che l’Iran non dispone di bypass paragonabili a quelli sauditi o emiratini: lo Stretto sarebbe semmai il suo tallone d’Achille. L’osservazione è giusta sui numeri, ma confonde due grammatiche della potenza marittima. Talmadge ragiona in chiave economica — chi dipende da una via è ostaggio di quella via —, Swanson in chiave politica — chi può chiuderla, anche a proprio danno, dispone di una leva sui flussi altrui. Le due grammatiche convivono, e il deterrente iraniano opera nella seconda.
La forma del rinvio
Il memorandum si presenta come l’atto di chiusura di una guerra durata oltre tre mesi. In realtà è l’atto di apertura di una fase due, e i suoi quattordici paragrafi sono il calco preciso di un calcolo: codificare ciò che è stato perso sul terreno e rinviare ciò che resta in contesa. Un’analisi pubblicata dal Wall Street Journal, che ha diffuso il testo integrale dell’accordo con un commento paragrafo per paragrafo, lo mostra senza ambiguità. Quattro degli obiettivi americani di partenza — impedire all’Iran l’arma nucleare, distruggere il programma missilistico, chiudere il sostegno alle milizie alleate, decimare la marina di Teheran — sono stati in larga parte mancati. Il memorandum certifica il primo, accantona gli altri tre.
L’accantonamento è iscritto nel testo. Il paragrafo tredici, che fissa il perimetro del negoziato di fase due, esclude esplicitamente i missili balistici iraniani e la rete di milizie regionali — di queste due materie, nei sessanta giorni successivi, semplicemente non si parla. Il paragrafo cinque, che è il cuore dell’intesa, impegna l’Iran a riaprire lo Stretto ma rinvia la gestione futura del passaggio a un’interlocuzione bilaterale con l’Oman, da estendere poi agli altri rivieraschi. Il commento del WSJ lo annota con precisione: il testo «benedice un piano iraniano di lavorare con Oman sulla futura amministrazione dello Stretto, pur dovendo coinvolgere altri Stati del Golfo nella discussione».
Tra i quattordici paragrafi, ciò che si firma è la rinuncia iraniana all’arma; ciò che si rinvia è l’amministrazione del passaggio; ciò che si tace è tutto il resto. La fragilità dell’intesa non risiede in un eventuale tradimento di una delle parti: risiede in ciò che il memorandum, per essere siglato, ha dovuto lasciare fuori.
Tre giorni di prova
Tra la firma del memorandum e l’annuncio iraniano della chiusura dello Stretto passano tre giorni. La sera del 20 giugno, mentre le forze israeliane colpiscono postazioni libanesi e Hezbollah replica, la marina di Teheran annuncia di aver chiuso Hormuz «in reazione agli attacchi israeliani in Libano e alle violazioni americane» degli impegni del cessate il fuoco. Il comando militare iraniano avverte, secondo Haaretz, che la chiusura è «un primo passo» e che ulteriori misure seguiranno «se l’aggressione continua». Da Washington, Vance replica che non esiste prova della chiusura, che il traffico commerciale è anzi aumentato, e che gli inviati Witkoff e Kushner sono già in Svizzera per i colloqui di fase due. Un diplomatico iraniano, contemporaneamente, fa sapere che l’accordo «potrebbe essere in difficoltà» se Israele non si ferma.
La sequenza dice qualcosa che il testo non può dire. La chiusura dello Stretto non è una rappresaglia contro gli Stati Uniti, è un pegno depositato sul tavolo americano per costringere Washington a fermare Israele. Funziona come pressione laterale: Teheran non rompe il memorandum, lo usa. E poiché l’accordo non lega né l’ostilità israeliana né la condotta dei proxy libanesi, il pegno opera dentro un margine che il testo ha lasciato libero. Il deterrente, qui, non sta nella chiusura. Sta nella capacità credibile di chiudere.
La voce regionale lo certifica. Aylin Junga, su Amwaj.media, ricostruisce il sistema dei colli di bottiglia che lega Hormuz e Bab al-Mandab, ricordando che la pipeline saudita verso Yanbu — bypass classico di Hormuz — non esce dal Mar Rosso senza attraversare il varco yemenita, sotto controllo houthi. La conclusione è netta: «Teheran conserverà questa capacità e potrà usarla ancora; persino la sola minaccia è una potente carta negoziale». Il deterrente migrato non è il controllo di uno Stretto, è la disponibilità di una rete di soglie attivabili per delega. La chiusura del 20 giugno è la prima prova del suo funzionamento, e il memorandum non offre alcuno strumento per disinnescarla.
Sessanta giorni
Il calendario dell’accordo è scritto in sessanta giorni. È il tempo che Stati Uniti e Iran si sono dati per passare dalla cessazione delle ostilità a un’intesa che leghi davvero il programma nucleare, la gestione futura dello Stretto e gli «altri paragrafi» rinviati. La chiusura del 20 giugno ha mostrato che, all’interno di quella finestra, Teheran dispone di uno strumento che il testo non ha potuto disinnescare e che può azionare a costo zero giuridico — ogni volta che le ostilità israeliane in Libano riprendono, o che le condizioni del negoziato non quadrano. Vance, sabato, ha detto che le cose stanno andando bene. La frase si commenta da sola.
Alessio Zattolo – PhD Student