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USA e Iran, la dottrina rovesciata

Il 14 luglio 2026, in un’intervista a Fox News, Donald Trump ha promesso di colpire una per una le centrali elettriche iraniane e di far cadere i ponti del Paese, se Teheran non si sarà seduta al tavolo dei negoziati. Il 16 luglio il Comando centrale statunitense ha condotto la settima ondata consecutiva di raid, colpendo ponti, una stazione ferroviaria, un aeroporto e la rete elettrica del sud dell’Iran. Il Ministero dell’energia iraniano ha segnalato danni alle linee elettriche di Bandar Abbas invitando i residenti al risparmio; i media di Stato hanno riferito almeno sette morti nell’attacco al ponte di Bandar-e Khamir, in provincia di Hormozgan.

Il 14 luglio 2026, in un’intervista a Fox News, Donald Trump ha promesso di colpire una per una le centrali elettriche iraniane e di far cadere i ponti del Paese, se Teheran non si sarà seduta al tavolo dei negoziati. Il 16 luglio il Comando centrale statunitense ha condotto la settima ondata consecutiva di raid, colpendo ponti, una stazione ferroviaria, un aeroporto e la rete elettrica del sud dell’Iran. Il Ministero dell’energia iraniano ha segnalato danni alle linee elettriche di Bandar Abbas invitando i residenti al risparmio; i media di Stato hanno riferito almeno sette morti nell’attacco al ponte di Bandar-e Khamir, in provincia di Hormozgan. 

Sono trascorsi cinque mesi dall’inizio della guerra fra gli Stati Uniti e la Repubblica islamica. La tregua dell’8 aprile – che il memorandum d’intesa del 17 giugno avrebbe dovuto tradurre in un accordo di durata più lunga – è collassata a inizio luglio, e le ostilità sono riprese. Un reportage di Greg Jaffe ed Eric Schmitt sul New York Times, il 17 luglio, prende quelle promesse e quei raid come sintomo di una convinzione più antica — che se il fuoco statunitense colpirà l’Iran abbastanza duramente, i suoi capi cederanno. 

È una convinzione che riguarda un’idea di guerra, non soltanto l’Iran; e che l’esercito americano aveva codificato come fallimentare vent’anni fa.

Le tre voci

Nel pezzo, tre voci scandiscono tre epoche della dottrina strategica statunitense. La prima è del segretario alla Difesa Pete Hegseth, che nelle settimane della tregua aveva promesso una campagna più efficiente e letale una volta ripresa. La pausa, aveva assicurato, era servita a individuare nuove vulnerabilità iraniane. La ripresa non conferma la promessa. Due funzionari di alto livello raccontano al New York Times che l’Iran ha ricostituito buona parte della propria capacità di proiezione di forza — missili, siti di lancio, droni, strutture sotterranee — e che molti degli oltre trecento obiettivi colpiti nel solo mese di luglio erano già stati centrati in febbraio.

La seconda è del generale in pensione David Deptula, autore della strategia della potenza di fuoco emersa dopo la guerra del Golfo del 1991 — paralizzare l’avversario con attacchi simultanei di precisione su più fronti e chiudere in fretta, con perdite limitate. Deptula difende oggi l’estensione della campagna alle infrastrutture elettriche iraniane come manovra che, se calibrata e «reversibile», può piegare la reazione dell’apparato militare senza violare il diritto di guerra; e aggiunge la lezione operativa che Trump, a suo dire, non ha appreso — l’azione militare va legata a obiettivi politici chiaramente definiti, e sostenuta fino al conseguimento dell’effetto.

La terza è del generale in pensione S. Clinton Hinote — pilota, stratega dell’aeronautica statunitense per il Medio Oriente nei primi anni Duemila — che afferma l’esatto contrario. Le campagne di decapitazione, ammette, funzionano, ma non sempre come si vorrebbe — producono confusione e paralisi, non la distruzione della capacità di reagire. Il nemico, aggiunge, potrà anche essere cerebralmente morto, ma il corpo continua a funzionare come è stato addestrato a fare negli ultimi dieci anni.

Dicembre 2006

Tre voci, tre epoche. Quella centrale ha una data e un manuale. Nel dicembre 2006, dopo tre anni di stallo in Iraq e cinque in Afghanistan, l’esercito degli Stati Uniti pubblica il Counterinsurgency Field Manual — FM 3-24 per l’Esercito e MCWP 3-33.5 per i Marines — firmato dai generali David Petraeus e James Amos con una redazione mista di ufficiali, studiosi ed esperti di sicurezza. Il manuale, revisionato nel 2014 sotto la firma di Raymond Odierno e di Amos, codifica la lezione dei due stalli — non si vince un conflitto irregolare con la potenza di fuoco, e la sovrabbondanza produce nemici invece di piegarli. 

Il capitolo settimo, dedicato a Leadership and Ethics for Counterinsurgency, la formula in sei paradossi. Il paragrafo 7-5 la sintetizza così: a volte, più forza si usa, meno essa risulta efficace. Il paragrafo 7-7 è ancora più radicale: a volte non fare nulla è l’azione migliore, perché una reazione sproporzionata è ciò che l’insorto cerca di provocare. Non agire non significa pigrizia, è dottrina.

La convinzione che Jaffe e Schmitt attribuiscono a Trump — «credo non abbiano scelta», «butteremo giù tutte le loro centrali, tutti i loro ponti» — appartiene al modello che il manuale del 2006 aveva codificato come fallimentare. Non è una postura personale del Presidente; è un ritorno di lungo periodo. Lo aveva già segnalato Lawrence Freedman — tra gli altri, storico ufficiale della commissione d’inchiesta britannica sull’invasione dell’Iraq del 2003 — in un’analisi apparsa su Bloomberg il 13 marzo, quando la campagna aveva appena due settimane di vita. Trump, scriveva, vuole proclamare una vittoria sull’Iran trascurando le dure lezioni di decenni di conflitto in Iraq. Rovesciare un regime è una cosa; sostituirlo con successo è un’altra. E l’Afghanistan — vent’anni di sforzi per stabilizzare il Paese, chiusi con un ritiro precipitoso e con il collasso del governo che gli Stati Uniti avevano sostenuto — resta l’altro precedente. Freedman è tornato sul punto su Comment is Freed il 18 luglio, praticamente lo stesso giorno del reportage sul New York Times, osservando che la guerra è ripresa senza che nessuna delle due parti disponga di uno strumento militare capace di risolverla — la conferma coeva della diagnosi che aveva anticipato in marzo. 

Il manuale del 2006 e le analisi di Freedman convergono. Sono la spina dorsale del sapere strategico che gli Stati Uniti hanno accumulato sui propri fallimenti. Lo stesso capitolo che l’amministrazione attuale ha rimosso.

L’interlocutore mancante

Trump, nell’intervista a Fox del 14 luglio, descrive la propria esperienza al tavolo con Teheran: «conoscevo un po’ il primo gruppo, ed erano cattivi, e non sono più tra noi. Conoscevo un po’ meglio il secondo gruppo, ed erano cattivi, e non sono più tra noi». La formula, buttata lì in un’intervista televisiva, è la prima ammissione presidenziale che la decapitazione militare ha eliminato — insieme ai comandanti ostili — anche la classe di interlocutori con cui la propria amministrazione avrebbe dovuto chiudere la guerra. Le prime settimane di operazioni congiunte con Israele, secondo il reportage, hanno ucciso circa quaranta alti dirigenti militari e dei servizi, oltre allo stesso Ayatollah Ali Khamenei, guida suprema per quasi trentasette anni. Hinote arriva alla stessa conclusione ma dall’altra direzione. 

L’amministrazione, come dice Trump stesso, si è ora seduta al tavolo con una classe dirigente iraniana con «alcuni davvero brutti dentro»; e sono loro, aggiunge, «quelli che stanno impedendo un accordo». Non un giudizio sull’avversario, ma la ricognizione involontaria del proprio problema.

Ne rendono conto Narges Bajoghli e Vali Nasr, su Foreign Affairs del luglio-agosto. La decapitazione, scrivono  i due analisti iraniano-americani, non ha prodotto il collasso del regime; ha aperto la porta a una nuova generazione. 

I nomi visibili — Mojtaba Khamenei come nuovo Leader supremo, Mohammad Bagher Ghalibaf come presidente del parlamento, Ahmad Vahidi come comandante del Corpo dei guardiani della rivoluzione — rappresentano i vertici. La trasformazione decisiva, per i due autori, avviene ai livelli sottostanti — una nuova generazione di ufficiali del Corpo e di funzionari civili della sicurezza che ha separato rivoluzione e arte di governo, non parla la lingua ideologica della generazione fondatrice, tratta le vulnerabilità dello Stato come problemi tecnici da risolvere e non li nasconde. La classe dirigente con cui Trump lamenta di non poter chiudere l’accordo non è il residuo di un regime rigido — è una classe nuova, che si presenta al tavolo con una postura diversa da quella che Washington aveva conosciuto, e contribuito a eliminare.

La rete e il Consiglio

Il cuore della tesi di Bajoghli e Nasr riguarda la trasformazione operativa dell’apparato militare iraniano tra la guerra dei dodici giorni del giugno 2025 e quella iniziata a febbraio 2026. Le forze armate iraniane, scrivono, sono state riorganizzate in una rete di comandi operativi che assomiglia più a una forza di guerriglia che a un esercito convenzionale, con l’autorità concentrata in gruppi di ufficiali di orientamento omogeneo, non distribuita tra fazioni diverse.

I lanciatori di missili, prima concentrati nelle «città missilistiche» che Israele aveva sigillato alle imboccature nel 2025, sono stati dispersi lungo la vasta geografia del Paese; e squadre di ingegneri incorporate all’interno delle stesse strutture, per riparare in tempo reale i danni ai lanciatori e alle vie di uscita. Sciami di droni Shahed sono impiegati per saturare i radar delle basi statunitensi nel Golfo, degradarne le difese aeree e aprire corridoi ai missili di precisione. Il Consiglio Supremo di Difesa è stato costituito attorno ai generali Abdolrahim Mousavi, Mohammad Pakpour e Ali Shamkhani, con l’obiettivo dichiarato che la catena di comando sopravvivesse alla perdita di ogni singolo leader — obiettivo raggiunto, quando Israele ha ucciso in successione i tre generali e, insieme a loro, il segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale, Ali Larijani.

Lo Stato, certificano i due autori al quinto mese di guerra, è sopravvissuto alla decapitazione, ha retto al bombardamento congiunto, ha stabilito il controllo sullo Stretto di Hormuz, ha fronteggiato il blocco navale americano.

La riorganizzazione descritta applica, dalla sponda iraniana e con la posizione di uno Stato assediato, i principi che il capitolo settimo del manuale del 2006 aveva codificato descrivendo l’avversario irregolare — decentramento del comando, ridondanza operativa, dispersione dei nodi, sopravvivenza alla perdita del singolo capo, disciplina strategica al posto della sovrabbondanza tattica. Non è coincidenza. È la ragione per cui la campagna di Trump non riesce a chiudere. L’esercito iraniano ha adottato l’assetto che il manuale definiva strutturalmente resistente proprio a quel modello. Con una differenza sostanziale. Il manuale lavorava sull’ipotesi implicita che l’avversario così resistente fosse un insorto, non uno Stato. La Repubblica islamica di Bajoghli e Nasr è la variante statuale di quel modello — una struttura di guerriglia che dispone anche della sovranità internazionale, del seggio all’ONU, della macchina propagandistica di Stato, di un’alleanza con la Cina.

La reversibilità come vuoto 

Sul piano del diritto internazionale umanitario, la promessa di Trump sfiora l’articolo 54 del I Protocollo aggiuntivo del 1977 alle Convenzioni di Ginevra, che vieta di attaccare «beni indispensabili alla sopravvivenza della popolazione civile». La categoria della «reversibilità» che Deptula introduce — un attacco elettrico che degrada temporaneamente ma non distrugge — è la formula normativa con cui il Pentagono tenta di rientrare nel perimetro giuridico. Ma la reversibilità dell’infrastruttura non è la reversibilità del cittadino colpito.

C’è però un problema che precede il diritto e ne assorbe le categorie. L’operazione statunitense colpisce infrastrutture che l’avversario ha smesso di trattare come centri di gravità del proprio ordinamento militare. Un ponte che il Corpo dei guardiani della rivoluzione, nella rete di comandi decentrati descritta da Bajoghli e Nasr, ha già cessato di considerare snodo unico della propria catena logistica. Una centrale che la nuova macchina tecnocratica è stata la prima a preparare a essere colpita. Il fuoco statunitense continua a cercare il centro dell’avversario. L’avversario ha smesso di averne uno. E se il centro non c’è, la reversibilità di Deptula non è più categoria giuridica —  è un vuoto. 

Vent’anni fa, un manuale scritto dai propri generali codificava per l’esercito americano che, contro un avversario così organizzato, la sovrabbondanza di potenza produce nemici invece di piegarli. Era la lezione dell’Iraq e dell’Afghanistan. Quel manuale non è stato dimenticato per caso. È stato deposto, e sta ancora al suo posto, riconfermato nella revisione del 2014. Il generale Hinote, stratega dell’aeronautica per il Medio Oriente negli anni di stesura del manuale, chiude il pezzo del New York Times con la propria voce — «è stato un motivo di costante delusione lungo tutta la mia carriera».

 

Alessio Zattolo – PhD Student

Articolo elaborato a partire dal reportage di Greg Jaffe ed Eric Schmitt, «Trump Faces the Limits of U.S. Firepower and the Lessons of Past Wars», New York Times, 17 luglio 2026.

Coordinamento a cura di Ciro Sbailò

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