Germania: il terremoto in Sassonia-Anhalt
- 11 Settembre 2026
Le elezioni regionali di domenica 6 settembre in Sassonia-Anhalt rappresentano l’ufficializzazione di una metamorfosi strutturale nella politica tedesca. Il Land dell’Est, con un’affluenza massiccia alle urne che ha sfiorato il 78%, ha visto il trionfo del partito di estrema destra Alternative für Deutschland (AfD), che ha superato il 43% dei consensi. Questo risultato clamoroso, il quale raddoppia le percentuali di cinque anni fa, consolida una tendenza che ha visto l’AfD duplicare i propri voti anche a livello nazionale, posizionandosi come seconda forza politica del Paese e principale partito di opposizione al Bundestag.
Il significato di questo voto va ben oltre i confini del Land. La vittoria schiacciante dell’AfD certifica il fallimento delle forze politiche tradizionali, in primis della Cdu del Cancelliere Friedrich Merz. Il partito conservatore, che governava ininterrottamente la Sassonia-Anhalt da 24 anni, è crollato al 17,2%, dimezzando di fatto il proprio elettorato. Questo tracollo, unito ai risultati disastrosi dei partiti di centrosinistra (Spd, Verdi e Die Linke, tutti relegati sotto la soglia del 10%) evidenzia una profonda disconnessione tra l’establishment berlinese e le istanze di ampie fasce della popolazione.
La frammentazione del panorama politico è ulteriormente accentuata dall’emergere di nuove formazioni come il BSW (Bündnis Sahra Wagenknecht), guidato dall’ex esponente della Linke Sahra Wagenknecht. Questa neonata alleanza, che unisce posizioni economiche di sinistra a una forte critica alle politiche migratorie e ambientali, ha ottenuto un significativo 5,3% in Sassonia-Anhalt, intercettando quel malcontento che non si riconosce più nelle ricette tradizionali né della sinistra storica né del centrodestra. Il BSW, così come l’AfD, si pone in aperta rottura con il “cordone sanitario” che finora ha impedito all’estrema destra di accedere alle stanze del potere, rivendicando un ruolo contro quello che percepisce come un establishment sordo alle reali preoccupazioni dei cittadini.
Per comprendere appieno la portata di questo sisma politico, è necessario analizzare la composizione del voto e le sue motivazioni profonde. Il dato più dirompente è il massiccio spostamento della classe operaia e dei ceti popolari verso l’AfD. Questo fenomeno, che ha assunto proporzioni inedite in Sassonia-Anhalt con il 61% degli operai che ha votato AfD, non può essere derubricato a un semplice voto di protesta, ma rappresenta l’esito di un lungo processo di alienazione e disillusione della classe operaia. La sinistra tedesca, storicamente riferimento per i lavoratori, ha pagato a caro prezzo la sua mutazione genetica; l’abbandono delle battaglie tradizionali per la tutela dei salari, dei diritti sul lavoro e del welfare state, a favore di un’agenda incentrata quasi esclusivamente sui diritti civili, sul cosmopolitismo e sulle tematiche ambientali, ha creato un vuoto di rappresentanza che l’AfD ha saputo colmare con estrema efficacia. I lavoratori si sono sentiti traditi da partiti che percepiscono come espressione di un’élite urbana, privilegiata e distante dalle loro reali condizioni di vita, simboleggiato dal crollo della Volkswagen.
La transizione ecologica, in particolare, si è trasformata in un potente acceleratore di questo malessere. Le politiche ambientali promosse dal governo centrale e dall’Unione Europea, pur necessarie per contrastare i cambiamenti climatici, vengono spesso percepite come imposizioni dall’alto che minacciano direttamente la sicurezza economica di chi lavora in settori industriali cruciali. In regioni come la Sassonia-Anhalt, dove l’economia è ancora fortemente legata alla manifattura e all’industria pesante, la prospettiva di una deindustrializzazione forzata in nome del green suscita paure e resistenze profonde. L’AfD, opponendosi nettamente a queste politiche e rivendicando la difesa dei lavoratori, si è eretta a scudo protettivo per questi settori sociali, promettendo di preservare posti di lavoro e benessere economico a fronte di quella che viene definita un’ideologia climatica.
A ciò si aggiunge la delicata questione dell’immigrazione. La politica migratoria, adottata in passato e mai del tutto rinnegata dalle forze moderate, ha generato tensioni crescenti, soprattutto in aree dove le risorse pubbliche sono già scarse e i servizi sociali sotto pressione. L’AfD ha saputo capitalizzare queste paure, trasformando il tema dell’immigrazione nel fulcro della sua retorica elettorale e presentandosi come l’unico baluardo contro una presunta “sostituzione etnica” e un declino irreversibile della cultura e dell’identità tedesca. Il partito, sostanzialmente, ha saputo intercettare le ansie di chi si sente minacciato dalla concorrenza di manodopera a basso costo e dalla percezione di un peggioramento della sicurezza nei propri quartieri.
La frattura tra Est e Ovest, che molti speravano si fosse rimarginata a trent’anni dalla riunificazione, si ripropone oggi in tutta la sua drammaticità. Le differenze economiche e strutturali tra le due Germanie persistono, e i Länder orientali continuano a soffrire di un tasso di disoccupazione più elevato, stipendi inferiori e un generale senso di abbandono da parte delle istituzioni centrali. Questo terreno fertile ha permesso all’AfD di radicarsi profondamente in questi territori, dove il risentimento verso le élite occidentali si mescola a un nostalgico richiamo a un passato idealizzato di sicurezza e stabilità.
Le conseguenze di questo voto si riverberano ben oltre i confini della politica interna tedesca, investendo l’intera architettura geopolitica europea e internazionale. La debolezza del Cancelliere Merz, la cui leadership appare gravemente compromessa dalla disfatta della Cdu, rischia di paralizzare l’azione del governo centrale; un governo federale delegittimato e paralizzato dalle tensioni interne faticherà a mantenere un ruolo guida all’interno dell’Unione Europea, indebolendo la coesione del continente di fronte alle sfide globali.
La questione più spinosa riguarda la politica estera, in particolare l’atteggiamento verso la Russia e il conflitto in Ucraina. L’AfD, così come il BSW, ha fatto della normalizzazione dei rapporti con Mosca uno dei suoi cavalli di battaglia, criticando aspramente le sanzioni e l’invio di armi a Kiev. Questa posizione, che trova terreno fertile in un pacifismo molto radicato nell’Est del Paese e in un crescente sentimento antiamericano, rischia di incrinare irrimediabilmente il fronte occidentale. Se la Germania, motore economico e politico dell’Europa, dovesse rimettere in discussione il suo fermo sostegno all’Ucraina e il suo posizionamento all’interno della NATO, le conseguenze per l’Alleanza Atlantica sarebbero notevoli. L’Europa si troverebbe orfana della sua leadership più solida, incapace di opporre un ruolo rilevante sullo scacchiere internazionale. La prospettiva di un’Europa divisa, debole e succube delle proprie paure interne è esattamente ciò che l’AfD e forze affini auspicano, puntando a una rinazionalizzazione delle politiche e a uno smantellamento dell’impianto sovranazionale europeo.
Il risultato della Sassonia-Anhalt è un monito inequivocabile: la tenuta delle democrazie liberali europee è oggi messa a dura prova da un malcontento profondo e radicato. Ignorare le ragioni di questo disagio, limitandosi a condannare moralmente chi sceglie di votare per le forze estremiste, non farà che alimentare ulteriormente la loro ascesa. È una crisi interna alla democrazia che non può essere ignorata. L’Europa ha urgente bisogno di risposte concrete e materiali alle sfide poste dalla globalizzazione, dalla transizione ecologica e dai cambiamenti demografici, per evitare di scivolare verso un periodo di instabilità e frammentazione.
Stefano Lovi – PhD Candidate