Il potere delle mappe: l’ONU e la decolonizzazione dello sguardo sull’Africa
- 11 Settembre 2026
Il 4 settembre 2026, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato a New York una risoluzione destinata a segnare un punto di svolta nella storia della cartografia moderna e delle relazioni internazionali. Promossa dal Togo a nome dell’Unione Africana, la delibera ha visto il voto favorevole di 164 Paesi, l’isolata opposizione degli Stati Uniti e l’astensione di sole sei nazioni. Con questo atto, l’ONU ha sancito l’abbandono formale della celebre proiezione di Mercatore – lo standard cartografico risalente al XVI secolo – a favore di rappresentazioni geografiche a superfici equivalenti (equal-area), raccomandando in particolare il modello Equal Earth sviluppato nel 2018.
L’iniziativa non rappresenta una semplice controversia geometrica o accademica, ma tocca il cuore del dibattito culturale, geopolitico ed educativo contemporaneo. La mappa, infatti, non è mai un reticolo neutrale, bensì una costruzione dell’immaginario politico e sociale.
- 1. L’illusione di Mercatore e la distorsione geografica
Come ricostruito nell’articolo del Guardian del 4 settembre 2026 a firma di Eromo Egbejule, la proiezione ideata nel 1569 dal cartografo fiammingo Gerardus Mercator nacque per esigenze di natura marittima. Mantenendo inalterati gli angoli di rotta, il modello consentiva ai navigatori dell’epoca di tracciare linee rette sulla carta per attraversare gli oceani. Tuttavia, la trasposizione di una sfera su una superficie piana richiede inevitabilmente un compromesso matematico: Mercator sceglieva di preservare la forma delle terre emerse a scapito della fedeltà delle loro superfici.
Il prezzo di questo artifizio geometrico è una macroscopica distorsione progressiva: man mano che ci si allontana dall’equatore verso i poli, le masse terrestri appaiono sproporzionatamente ingrandite, mentre le regioni equatoriali subiscono una drastica contrazione. Da quasi cinque secoli, le aule scolastiche e i sistemi di navigazione di tutto il mondo mostrano così un’Africa di dimensioni paragonabili a quelle della Groenlandia. In realtà, con i suoi 30,3 milioni di chilometri quadrati, il continente africano è circa 14 volte più esteso del territorio danese.
A questo proposito, l’approfondimento del Times of India – intitolato “A bigger Africa and a smaller Europe: What changes in new UN-backed world map” – mette in luce con efficacia la portata di questa distorsione visiva: all’interno del perimetro reale dell’Africa potrebbero trovare spazio contemporaneamente la superficie degli Stati Uniti, della Cina, dell’India, del Giappone, del Messico e della gran parte dell’Europa continentale, lasciando ancora margine territoriale a disposizione.
- Dal “colonialismo cartografico” alla decolonizzazione del sapere
La persistenza di questo modello nel corso dei secoli ha prodotto implicazioni profonde. Il recente articolo di Internazionale, “UN approves resolution in support of map that shows Africa’s true size”, analizza come la distorsione visiva abbia alimentato ciò che diversi geografi e attivisti definiscono “colonialismo cartografico”. Ridurre le proporzioni fisiche del Sud globale e ingigantire le nazioni dell’emisfero settentrionale ha contribuito a consolidare nell’immaginario collettivo una percezione gerarchica del mondo, influenzando per generazioni la concezione del peso demografico, economico e politico dei diversi continenti.
Il testo della risoluzione adottata dall’ONU chiarisce esplicitamente questo legame, affermando che le rappresentazioni sproporzionate «hanno avuto duraturi effetti cognitivi, educativi, culturali, geopolitici e socioeconomici, contribuendo a una drastica riduzione delle dimensioni percepite dell’Africa nell’immaginario collettivo globale».
Intervenendo prima della votazione a New York, il ministro degli Esteri del Togo, Robert Dussey, ha sottolineato come l’iniziativa si muova su un piano rigorosamente scientifico ancor prima che ideologico: «Questa discussione non è una discussione politica, ma una discussione scientifica, perché ci sono prove scientifiche, quindi dobbiamo tutti accettare la realtà». Dussey ha poi aggiunto un richiamo al principio dell’autodeterminazione culturale del continente: «È tempo per noi in Africa di assumerci la responsabilità di cambiare ciò che possiamo cambiare da noi stessi».
- Resistenze diplomatiche e convergenze internazionali
Il dibattito in sede ONU ha messo in evidenza dinamiche geopolitiche frastagliate, come rilevato sempre nell’analisi del Guardian di cui sopra.
Da un lato, la posizione degli Stati Uniti, unico Paese ad aver espresso voto contrario, si è basata sulla presunta superfluità dell’atto, evidenziando come le risoluzioni dell’Assemblea Generale non abbiano valore giuridicamente vincolante per gli Stati membri. Dall’altro lato, la Francia ha espresso un convinto sostegno all’iniziativa. Il ministro degli Esteri transalpino, Jean-Noël Barrot, ha annunciato alla Sorbona di Parigi che le istituzioni francesi abbandoneranno la proiezione di Mercatore a favore del modello Eckert IV (molto vicino alle proporzioni di Equal Earth). Una decisione letta dagli osservatori internazionali come un tassello della strategia diplomatica di Parigi per provare a ricucire i rapporti e a rafforzare il consenso con le sue ex colonie nel continente africano.
- Dalla mappa di Peters al modello Equal Earth: la sfida del digitale
La ricerca di un’alternativa a Mercatore non è nuova. Già nel 1973 lo storico tedesco Arno Peters diffuse il mappamondo basato sulla proiezione di Gall-Peters. Sebbene quella mappa restituisse le corrette proporzioni delle superfici, fu criticata da molti cartografi per la forte deformazione verticale dei continenti, che apparivano visivamente “allungati”.
La campagna #CorrectTheMap, lanciata dal movimento Africa No Filter e fatta propria dall’Unione Africana prima di essere portata all’ONU dal Togo, propone invece l’adozione del modello Equal Earth. Sviluppata da un team internazionale di esperti, questa proiezione riesce a garantire l’uguaglianza delle aree territoriali mantenendo un’estetica bilanciata ed ergonomica per la didattica e la stampa.
La vera partita si giocherà ora sul terreno operativo e tecnologico. Non essendo la risoluzione vincolante, la sostituzione dei vecchi modelli dipenderà dall’adeguamento volontario dei programmi scolastici nazionali e delle grandi piattaforme informatiche. Per questo motivo, il governo del Togo ha già programmato per il primo trimestre del prossimo anno un vertice a Lomé, in collaborazione con l’UNESCO, l’Unione Africana e colossi tecnologici come Google Maps, per definire le linee guida per l’integrazione del nuovo standard cartografico nell’ecosistema digitale.
Ridisegnare il mappamondo non significa compiere un semplice atto formale, ma restituire dignità prospettica alla geografia del pianeta. In un secolo in cui il peso demografico, le risorse strategiche e le transizioni economiche del continente africano saranno decisivi per gli equilibri globali, liberare l’istruzione e la tecnologia da un’eredità cartografica del XVI secolo rappresenta un passaggio fondamentale per una visione del mondo più equa, rigorosa e consapevole.
Lorenzo Romagnoli – PhD Candidate