Iran–Stati Uniti, sei mesi per riaprire un mare già aperto
- 11 Settembre 2026
Dopo un mese di tregua , Stati Uniti e Iran hanno ripreso a colpirsi. Il 30 agosto le forze americane hanno distrutto due lanciatori sull’isola di Larak, dove il Centcom sosteneva che i Guardiani della rivoluzione si preparassero a immettere mine nello Stretto di Hormuz; poche ore dopo Teheran ha risposto sulle basi giordane di King Hussein e Al Azraq e con un drone sugli Emirati. La sera del 31 la petroliera saudita Sidr è stata colpita in uscita dallo Stretto, al largo di Khasab, e due dei sedici marittimi filippini imbarcati sono morti. Il 1° settembre un raid americano sulla costa di Bandar Sirik ha centrato una casa in cui si celebrava un matrimonio, uccidendo cinque persone fra cui un bambino. Il 2 l’Iran ha colpito installazioni americane in Kuwait, Giordania, Bahrein e Iraq. Il 3, infine, l’esercito regolare ha attaccato la base di Ahmad al-Jaber in Kuwait e quella di al-Minhad negli Emirati senza che nelle ore precedenti vi fosse stato alcun raid statunitense da vendicare.
Il doppio anello
Hamidreza Azizi, che segue il dossier per l’International Crisis Group, ha indicato due elementi significativi nella reazione iraniana a Larak. Il primo è la rapidità con cui è arrivata, compatibile con l’integrazione del quartier generale Khatam al-Anbiya nello Stato maggiore delle forze armate, riforma pensata per accorciare la distanza fra decisione strategica e condotta operativa. Il secondo è geografico: nel ciclo di luglio il fuoco iraniano batteva soprattutto le installazioni americane in Kuwait e Bahrein, mentre l’alleggerimento del dispositivo statunitense nelle basi più prossime al territorio iraniano ha spinto Teheran a cercare bersagli più lontani, facendo entrare la Giordania nel primo anello. È il movimento che Azizi riconduce alla strategia di «debasificazione»: rendere progressivamente inutilizzabili le basi americane nella regione, e impedire che vengano ricostruite.
L’anello, però, non si allarga soltanto verso ovest. Nei giorni immediatamente precedenti Danny Citrinowicz, già a capo della sezione Iran dell’intelligence militare israeliana, aveva osservato che entrambe le parti continuavano a colpire obiettivi militari e non energetici, e che Teheran non aveva ripreso gli attacchi contro Arabia Saudita ed Emirati: due elementi di prudenza reciproca dentro un confronto per il resto crescente. Nel giro di quarantott’ore la Sidr e la base di al-Minhad hanno reso quella lettura insufficiente.
Il bersaglio non è più soltanto la base americana, ma lo Stato che la ospita — e il calcolo di Teheran sembra essere che il costo di ospitarla debba diventare visibile ai governi del Golfo prima ancora che a Washington.
Riyad ha reagito rompendo il proprio riserbo e attribuendo pubblicamente l’attacco all’Iran, cosa che aveva fin qui evitato di fare in termini così espliciti. Il regno si trova stretto fra due passaggi obbligati: da luglio gli Houthi hanno imposto un embargo sul traffico saudita attraverso Bab el-Mandeb, costringendo a dirottare su Suez le navi dirette in Asia, mentre Hormuz resta interdetto. Un produttore in quella posizione non può più permettersi la terzietà prudente dei primi mesi.
La guerra degli annunci
Sullo Stretto, intanto, si combatte una guerra di dichiarazioni che precede e provoca quella dei fatti. Alla fine di agosto il Centcom ha annunciato la bonifica delle rotte dalle mine e Donald Trump ha affermato che il passaggio è «sotto controllo statunitense», con una trentina di navi scortate ogni notte; il presidente del parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf ha replicato che «il nemico è riuscito a far passare alcune navi», ma che il controllo resta iraniano e che le imbarcazioni che tentino la rotta meridionale saranno bersagliate. I dati di tracciamento marittimo raccontano un traffico di poche unità al giorno, contro il centinaio di navi che attraversavano lo Stretto prima della guerra, e gli avvisi ai naviganti continuano a segnalare mine alla deriva. L’ex ambasciatore statunitense Henry Ensher ha osservato ad Al Jazeera che proprio l’annuncio della bonifica ha con ogni probabilità innescato l’ultimo ciclo di scontri, e che entrambe le parti farebbero bene a parlare molto meno. L’osservazione va presa alla lettera: chi proclama il controllo obbliga l’avversario a smentirlo con le armi, e ogni smentita produce un nuovo annuncio.
Il no che esegue
Il vincolo più serio alla condotta americana della guerra, in questa fase, non viene però dall’avversario. Il Washington Post ha riferito il contenuto di una valutazione riservata trasmessa a metà agosto a Pete Hegseth, nella quale i capi delle forze armate e i comandanti di Europa, Indo-Pacifico e America Latina hanno messo per iscritto che il proseguimento di operazioni su larga scala contro l’Iran è insostenibile e riduce la capacità di fronteggiare minacce altrove. All’ordine di trattenere in Medio Oriente parte delle forze fino al 2027, alcuni di loro hanno risposto con un dissenso formale che non impedisce l’esecuzione ma la mette agli atti. Trita Parsi, del Quincy Institute, descrive la condotta di Washington come uno stato di disordine strategico, in cui sanzioni pensate per rendere superfluo l’intervento militare vengono seguite, nel giro di una settimana, dal ritorno ai bombardamenti. Alla domanda su quando la guerra finirà, il vicepresidente JD Vance ha risposto: «non la chiamerei una guerra».
Due calendari
Su tutto pesano due scadenze elettorali ravvicinate: il 27 ottobre Israele vota in quella che è largamente considerata una consultazione sulla leadership di Benjamin Netanyahu, il 3 novembre gli Stati Uniti rinnovano un Congresso con maggioranze repubblicane strette, mentre i sondaggi registrano una guerra impopolare e un aumento dei prezzi che gli elettori le attribuiscono. La Reuters ha riferito che alti funzionari della Casa Bianca valutano un’intensificazione delle operazioni dopo il voto.
Ma se a Teheran si ritiene, come sostiene Parsi, che Trump intenda riprendere la guerra su scala maggiore una volta passate le urne, il calendario americano smette di funzionare da freno e diventa un incentivo a colpire adesso, quando il costo politico interno per la controparte è massimo: l’attacco del 3 settembre, sganciato da qualsiasi provocazione immediata, è coerente con questa lettura. Né la simmetria regge nell’esito, perché una sconfitta elettorale potrebbe consegnare non un presidente indebolito ma un presidente che non ha più elezioni davanti a sé. Nel frattempo, ha rivelato Barak Ravid su Axios, a Washington si redige una strategia per il dopoguerra fondata sul contenimento regionale dell’Iran e sull’ampliamento degli accordi di Abramo fino a una normalizzazione saudita: si progetta l’ordine successivo a un conflitto che non si riesce a chiudere.
Quel che Mosca insegna
Che il conflitto abbia una coda lunga lo suggerisce anche l’inchiesta con cui il Financial Times ha ricostruito un programma riservato, avviato nel 2023 e ancora in trattativa nel giugno scorso, attraverso il quale Mosca aiuta Teheran a sviluppare un motore statoreattore per missili da crociera supersonici, tecnologia destinata quasi certamente a impieghi antinave. La differenza rispetto alla fornitura di sistemi è sostanziale: qui non si trasferiscono armi ma la competenza per produrle, e nessun cessate il fuoco potrà revocarla. Nicole Grajewski, di Sciences Po, vi legge il tentativo russo di allargare la guerra ucraina trascinando gli Stati Uniti su altri scacchieri.
La misura della distanza
Resta l’ironia che Citrinowicz ha formulato con maggiore chiarezza. Dopo sei mesi, uno degli obiettivi centrali di Washington è tornato a essere la libertà di navigazione attraverso un braccio di mare che funzionava normalmente prima che cadesse la prima bomba. Gli Stati Uniti possono scortare più petroliere, distruggere più assetti, far salire per qualche giorno il numero dei transiti; ma finché l’Iran conserva la capacità e la volontà di disturbare il traffico commerciale non esiste una via militare per ripristinare la situazione anteriore, e il miglioramento tattico non è il successo strategico. La distanza fra i due misura quanto questa guerra si sia allontanata dagli scopi con cui è cominciata.
Alessio Zattolo – PhD Student