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IA e potere globale: la geopolitica del calcolo tra energia, acqua e clima

L’illusione della “nuvola” informatica, il cosiddetto cloud, ha per decenni nascosto all’opinione pubblica una verità profondamente fisica e materiale. La nostra vita digitale, l’addestramento dell’intelligenza artificiale e la gestione dei big data non fluttuano in un etere invisibile, ma sono saldamente ancorati a enormi capannoni di cemento e acciaio, attraversati da migliaia di chilometri di cavi e costantemente raffreddati da milioni di litri d’acqua. La tematica sollevata da Politico, relativa all’assenza del problema climatico dei data center dall’agenda delle Nazioni Unite, rappresenta uno dei nodi geopolitici più complessi, insidiosi e meno discussi del nostro tempo. Questa lacuna diplomatica e istituzionale è il riflesso di una precisa architettura di potere globale in cui la corsa alla supremazia tecnologica si scontra violentemente con i limiti fisici e ambientali del nostro pianeta.

L’illusione della “nuvola” informatica, il cosiddetto cloud, ha per decenni nascosto all’opinione pubblica una verità profondamente fisica e materiale. La nostra vita digitale, l’addestramento dell’intelligenza artificiale e la gestione dei big data non fluttuano in un etere invisibile, ma sono saldamente ancorati a enormi capannoni di cemento e acciaio, attraversati da migliaia di chilometri di cavi e costantemente raffreddati da milioni di litri d’acqua. La tematica sollevata da Politico, relativa all’assenza del problema climatico dei data center dall’agenda delle Nazioni Unite, rappresenta uno dei nodi geopolitici più complessi, insidiosi e meno discussi del nostro tempo. Questa lacuna diplomatica e istituzionale è il riflesso di una precisa architettura di potere globale in cui la corsa alla supremazia tecnologica si scontra violentemente con i limiti fisici e ambientali del nostro pianeta.

Per analizzare questo fenomeno è necessario prima di tutto abbandonare l’idea che la tecnologia sia un settore neutrale e dematerializzato. I data center sono a tutti gli effetti le nuove fabbriche pesanti del ventunesimo secolo (come Colossus 1, che Elon Musk ha affittato ad Anthropic per 1,25 miliardi di dollari al mese), le moderne fonderie dove si forgia l’intelligenza artificiale e si processa la materia prima più preziosa della nostra era; i dati. Le superpotenze mondiali, in primis Stati Uniti e Cina, sono attualmente ingaggiate in una spietata competizione per il dominio sull’intelligenza artificiale generativa e sul calcolo quantistico. Questa vera e propria corsa al predominio digitali richiede una potenza di calcolo senza precedenti, la quale si traduce in maniera diretta in una fame energetica insaziabile. Chi controlla le infrastrutture dei data center e possiede l’accesso ininterrotto all’energia per alimentarli detiene le chiavi dell’egemonia economica e militare futura. Tuttavia, questa necessità strategica è in netta rotta di collisione con gli Accordi di Parigi sul clima e con le promesse di riduzione delle emissioni globali.

Il paradosso geopolitico risiede nel fatto che le stesse nazioni che si ergono a paladine della transizione ecologica nei consessi internazionali sono anche quelle che ospitano, o le cui aziende finanziano, la stragrande maggioranza di queste infrastrutture ad altissimo impatto. La mancanza di questo tema nelle plenarie della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici e nelle Conferenze delle Parti è sintomatica dell’enorme potere di influenza esercitato dai giganti tecnologici sui governi sovrani. Multinazionali con capitalizzazioni di mercato nettamente superiori al prodotto interno lordo di intere nazioni siedono ai tavoli negoziali non come entità da regolamentare, ma come partner privilegiati, promuovendo una narrazione rassicurante. Promettono di raggiungere la neutralità carbonica in pochi anni e acquistano massicci certificati di energia rinnovabile.

Eppure, la realtà è ben diversa e molto più spietata. Accaparrandosi enormi quote di energia verde per alimentare i propri server ventiquattro ore su ventiquattro, i giganti del web spesso sottraggono energia pulita al resto della rete elettrica civile e industriale. Questo fenomeno di cannibalizzazione energetica fa sì che interi stati e municipalità debbano fare maggiore affidamento sui combustibili fossili per compensare i picchi di domanda domestica. Non è un caso che, per far fronte a questa voracità, le grandi corporazioni americane stiano oggi spingendo per la riapertura di centrali nucleari dismesse, riattivando un intero settore geopolitico e industriale che solleva complessi interrogativi sulla sicurezza, sullo smaltimento delle scorie e sulla dipendenza dall’uranio.

Oltre al nodo energetico, la geografia dei data center sta ridisegnando le mappe dello sfruttamento delle risorse primarie, configurando nei fatti una nuova forma di colonialismo digitale. Per funzionare senza fondere i propri circuiti, i server necessitano di temperature costantemente basse e richiedono quantità immense di acqua dolce per i sistemi di evaporazione e raffreddamento. Sempre più spesso, le multinazionali del Nord globale, per abbattere i costi operativi, installano le loro infrastrutture in nazioni in via di sviluppo o in regioni dove le risorse idriche sono già sotto fortissimo stress ambientale e climatico. Le popolazioni locali si trovano così a dover letteralmente competere per l’accesso all’acqua potabile e all’irrigazione agricola con le infrastrutture che servono ad addestrare i modelli linguistici usati nei grattacieli di New York o di Londra. I benefici economici, i brevetti e il vantaggio strategico si concentrano nella Silicon Valley, mentre i costi ambientali, l’esaurimento delle falde acquifere e il rischio siccità vengono esternalizzati e spinti ai margini dell’impero digitale (includendo le aree rurali degli stessi USA). Basti pensare a quello che nel settore viene chiamato “Data Center Alley”, nella contea di Loudoun, in Virginia. Questa singola area alle porte di Washington D.C. ospita la più alta concentrazione di server al mondo e si stima che attraverso i suoi impianti transiti circa il settanta per cento del traffico web planetario. La scelta storica di concentrare queste strutture negli Stati Uniti è stata dettata da fattori logistici ed economici irrinunciabili per i colossi della Silicon Valley, come la vicinanza ai principali snodi di cavi sottomarini in fibra ottica, i generosi sgravi fiscali statali e, soprattutto, l’accesso a reti elettriche storicamente stabili e a basso costo.

L’impronta ecologica di queste infrastrutture emerge con maggiore chiarezza quando si osservano i numeri stimati dalle principali agenzie internazionali. Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia, i data center hanno consumato circa 460 terawattora di elettricità a livello globale già nel 2022, una cifra destinata a superare i 1.000 terawattora entro la fine del 2026, eguagliando l’intero fabbisogno energetico annuo di una potenza industriale come il Giappone o la Germania. In alcuni snodi strategici l’impatto è ancora più drastico: in Irlanda, ad esempio, i server assorbono ormai oltre il venti per cento dell’intera fornitura elettrica nazionale, minacciando la stabilità della rete e i target di decarbonizzazione. A trainare questa esponenziale voracità è proprio l’intelligenza artificiale generativa: una singola interrogazione a un modello linguistico richiede in media circa 2,9 wattora di elettricità, ossia quasi dieci volte l’energia necessaria per una tradizionale ricerca su un motore convenzionale. Parallelamente, il tributo idrico è impressionante. Un grande centro di calcolo può arrivare a consumare tra gli undici e i diciannove milioni di litri di acqua potabile ogni singolo giorno per il solo raffreddamento, una quantità paragonabile al consumo quotidiano di una città di quarantamila abitanti. 

Di fronte a questa dinamica polarizzante, l’assenza dei data center dalle priorità climatiche delle Nazioni Unite rivela una fragilità strutturale della diplomazia contemporanea. Le attuali metriche di misurazione delle emissioni e gli accordi internazionali per la decarbonizzazione sono stati pensati nel secolo scorso per un’economia industriale tradizionale, basata sulle ciminiere d’acciaieria, sui trasporti pesanti e sulla deforestazione. L’inquinamento digitale, al contrario, appare invisibile, delocalizzato e abilmente mascherato da complessi accordi di compensazione aziendale che spostano le emissioni nei bilanci indiretti, rendendo quasi impossibile per gli Stati nazionali imputare la reale impronta ecologica alle aziende tecnologiche. Fintanto che le Nazioni Unite non aggiorneranno i propri paradigmi, riconoscendo la potenza di calcolo come una risorsa strategica ad alto potenziale inquinante, i summit globali sul clima continueranno a ignorare il problema principale del nostro decennio.

In questo scacchiere, l’Unione Europea sta faticosamente cercando di posizionarsi come un attore normativo nel tentativo di colmare questo vuoto di potere. Attraverso direttive sull’efficienza energetica e sull’intelligenza artificiale, Bruxelles cerca di imporre standard più stringenti per i data center situati sul proprio suolo, obbligando al recupero del calore in eccesso e a una maggiore trasparenza sui consumi idrici. Tuttavia, questa diplomazia normativa europea si scontra duramente con il pragmatismo deregolamentato di Stati Uniti e Cina. Per Washington e Pechino, lo sviluppo tecnologico rapido e la sicurezza nazionale legata all’intelligenza artificiale prevalgono nettamente sulla cautela ambientale. Nessuna delle due superpotenze è disposta a rallentare la propria espansione infrastrutturale imponendo limiti ecologici ai propri campioni nazionali, temendo di cedere un vantaggio incolmabile all’avversario geopolitico.

La vera sfida diplomatica e geopolitica dei prossimi decenni non si limiterà quindi unicamente a trovare l’energia necessaria per alimentare il progresso umano, ma consisterà nel decidere come allocare risorse sempre più scarse, come l’acqua potabile e l’elettricità, in un mondo in cui l’intelligenza artificiale e le infrastrutture cloud rischiano di diventare il più formidabile e vorace consumatore di risorse naturali della storia. Portare gli Stati a negoziare sui limiti e le responsabilità del settore tecnologico non è più una semplice questione di contabilità ambientale. Al contrario, rappresenta un’urgenza assoluta per garantire la stabilità globale, prevenire futuri e inevitabili conflitti per le risorse primarie e smascherare l’insostenibilità di un modello di sviluppo che sacrifica la biosfera sull’altare dell’egemonia digitale.

 

Stefano Lovi – PhD Candidate

Coordinamento a cura di Ciro Sbailò

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