Stati Uniti–Cina, un telefono rosso non fa la distensione
- 5 Ottobre 2026
Lo scorso venerdì, a visita conclusa, la Casa Bianca ha annunciato che Stati Uniti e Cina apriranno un canale di comunicazione per gli incidenti legati all’intelligenza artificiale. Il rappresentante per il commercio Jamieson Greer ha scelto l’immagine più ovvia per spiegarlo, «il telefono rosso fra il Cremlino e la Casa Bianca durante la guerra fredda». La sera prima, alla cena di Stato in onore di Xi Jinping, era stato servito uno spumante scelto in omaggio al brindisi alla pace di Richard Nixon a Pechino, nel 1972. E Xi, aprendo i colloqui, aveva assicurato che la «trappola di Tucidide» si può evitare.
Il lessico della guerra fredda ha accompagnato ogni momento della visita. La sostanza assai meno. Il Wall Street Journal descrive un vertice «ricco di cerimonie e povero di risultati», che ha consegnato a Xi le immagini di pari dignità per cui era venuto senza che Trump ottenesse granché in cambio. Sul New York Times il corrispondente dalla Cina David Pierson aveva descritto il metodo alla vigilia. Xi, a suo giudizio, ha capito che il modo migliore per gestire gli Stati Uniti è coinvolgere Trump in vertici spettacolari e poveri di contenuto.
Il punto non è che si sia concluso poco. È che Washington ha messo in scena le forme della rivalità bipolare senza le condizioni che, allora, le resero efficaci.
Dopo Cuba
La linea diretta fra Washington e Mosca, che non fu mai né rossa né un telefono ma una telescrivente, entrò in funzione nell’agosto del 1963, dieci mesi dopo la crisi dei missili a Cuba. Alla vigilia del vertice Katrin Bennhold, che firma la newsletter internazionale del New York Times, si è chiesta che cosa quel precedente possa insegnare sull’intelligenza artificiale. Fra due potenze che diffidano l’una dell’altra, scrive, il primo passo è scambiarsi informazioni, e un canale diretto serve a questo.
Il controllo delle armi nucleari, però, poggiò su due condizioni che oggi mancano. La prima era un’immagine condivisa della catastrofe, quella di Hiroshima e Nagasaki. La seconda era la parità: i sovietici accettarono di limitare il proprio arsenale solo dopo aver raggiunto gli americani. Sull’IA non esistono né l’una né l’altra.
Gli episodi preoccupanti non mancano. Proprio nei giorni del vertice il Times ha rivelato che i sistemi di OpenAI hanno tentato almeno altre quattro volte, senza che nessuno lo chiedesse, di forzare l’accesso a siti governativi e universitari americani. Ma nessuno di questi incidenti ha la forza di Hiroshima, e nessuno spinge Pechino a frenare. Chris McGuire, che sotto Biden ha disegnato i controlli americani sulle esportazioni di chip e oggi lavora al Council on Foreign Relations, è convinto che la Cina non accetterà limiti finché i suoi modelli resteranno indietro di pochi mesi rispetto ai laboratori americani.
Nell’estate del 1963, del resto, Washington e Mosca non si fermarono alla linea diretta. Poco più di tre settimane prima che entrasse in funzione avevano firmato il trattato che vietava i test nucleari nell’atmosfera. Il canale accompagnava una norma. Quello annunciato venerdì non ne accompagna nessuna.
Sicura per chi
Alla cena Xi ha detto che i due Paesi hanno «la capacità e la responsabilità» di sviluppare l’intelligenza artificiale in modo che resti «sempre sotto il controllo umano». La formula suona identica a quella che si ascolta in California. Non lo è.
Una settimana prima del vertice Lingling Wei e Yoko Kubota avevano documentato sul Wall Street Journal che Washington e Pechino intendono la sicurezza in modi opposti. In America il timore è un modello che sfugga al controllo, un’arma autonoma che agisca da sola, uno strumento che aiuti un gruppo ostile a costruire un’arma biologica. In Cina il ministro della Sicurezza dello Stato, Chen Yixin, ha elencato i rischi della tecnologia in una rivista di partito, e il primo che ha nominato non riguardava l’umanità ma lo Stato. L’IA, ha scritto, può «incidere sistemicamente sull’ambiente della sicurezza politica», produrre voci in serie, alimentare la «guerra cognitiva». Il rimedio non era tecnico. Era un controllo più stretto del Partito su internet e sui dati.
In termini di diritto pubblico la divergenza ha un nome preciso, e riguarda il bene da proteggere. Dal 2018 l’articolo 1 della Costituzione cinese afferma che la guida del Partito comunista è il tratto distintivo del socialismo con caratteristiche cinesi. Quando Chen mette al primo posto la sicurezza dello Stato non devia dalla linea ufficiale, la applica. Il «controllo umano» evocato da Xi passa per il Partito.
Robert Hormats, che lavorò con Henry Kissinger nel Consiglio di sicurezza nazionale, ha ricordato ai due giornalisti che durante la guerra fredda americani e sovietici continuarono a costruire armi sempre più potenti e tuttavia ritennero possibile concordare regole per evitare una catastrofe comune. Le regole furono possibili perché la catastrofe temuta era la stessa. Oggi non lo è.
Wei e Kubota riportano anche un precedente. Nel 2023, quando l’amministrazione Biden aprì un primo dialogo sull’intelligenza artificiale, Pechino ne affidò la guida al ministero degli Esteri anziché a un organismo tecnico, e la sostanza ne risentì. Il nome che indicherà questa volta dirà quanto intende fare sul serio. Il loro articolo si chiude con una frase che il vertice non ha smentito: «ciò che nessun comunicato può risolvere è che una parte vuole rendere la tecnologia sicura, e l’altra vuole renderla sicura per il Partito».
A chi serve la guerra fredda
Resta da capire quanto l’analogia aiuti davvero. Yujia He, della Patterson School dell’Università del Kentucky, e Richard Heeks, dell’Università di Manchester, hanno esaminato sessantadue studi accademici e i principali documenti di governo che parlano di «guerra fredda dell’intelligenza artificiale», in una rassegna pubblicata dalla St Antony’s International Review di Oxford. L’espressione nasce nel 2018, in un articolo di Wired firmato da Nicholas Thompson e Ian Bremmer, e da allora si è diffusa ovunque. Secondo i due studiosi non è una descrizione neutra. Parlare di gara o di competizione è una cosa. Parlare di guerra fredda trasforma la rivalità in una questione di sicurezza nazionale, che giustifica misure eccezionali, e la carica di immagini militari.
Le obiezioni raccolte nella rassegna sono tre. L’analogia tende a gonfiare le capacità dell’avversario, come accadde con il «divario dei bombardieri» e il «divario missilistico» attribuiti ai sovietici, entrambi rivelatisi immaginari. Serve interessi precisi, perché l’argomento della gara con la Cina è stato usato dall’industria tecnologica americana per respingere regole su concorrenza, dati e responsabilità degli algoritmi, e per ottenere fondi pubblici. E tende ad avverarsi da sé. Paul Triolo, ex analista del governo americano, lo aveva detto al Journal l’anno scorso, osservando che in una corsa agli armamenti sull’IA nessuna delle due parti può fidarsi che l’altra rispetti dei limiti.
Il vicepresidente JD Vance ha dato a questa impostazione la formula più netta, a Parigi nel febbraio 2025. Il futuro dell’intelligenza artificiale, disse, «non si vincerà torcendosi le mani sulla sicurezza». La tavola di giovedì sera la rispecchiava. Il Journal ha segnalato fra gli ospiti Sam Altman di OpenAI, Mark Zuckerberg di Meta e Jensen Huang di Nvidia, e l’assenza di Dario Amodei, a capo di Anthropic, il dirigente che più apertamente chiede di prendere sul serio i rischi della tecnologia. Al tavolo sedeva l’industria della gara, non quella che chiede regole.
La rassegna ricorda infine che l’unico trattato internazionale giuridicamente vincolante sull’intelligenza artificiale, la Convenzione quadro adottata nel 2024, è nato a Strasburgo nel quadro del Consiglio d’Europa, fuori dal duello fra le due potenze.
L’isola dei chip
Per Xi, scrive il Journal, il vero premio è l’isola, non il commercio. Nel colloquio privato ha chiesto a Trump di «aderire alla posizione corretta di opposizione all’indipendenza di Taiwan», secondo l’agenzia ufficiale Xinhua. Sul tavolo c’è un pacchetto di armamenti per Taipei da quattordici miliardi di dollari, che Trump non ha ancora approvato e che ha definito «un’ottima carta negoziale».
Sembra un dossier lontano dall’intelligenza artificiale. Non lo è. Bennhold riferisce che Taiwan ha appena superato la Cina come terzo fornitore degli Stati Uniti, dopo Messico e Canada, e che il grosso di quelle importazioni sono semiconduttori e tecnologie per l’IA. Nel pezzo del giorno prima Anthony Aguirre, del Future of Life Institute, le aveva spiegato perché un controllo di questa tecnologia non sarebbe impossibile. I chip più avanzati escono quasi tutti da un’unica azienda taiwanese, con macchinari di un’unica azienda olandese, e sono dunque tracciabili. Dispongono già di funzioni per disattivarli a distanza. «L’interruttore c’è già, se decidiamo di usarlo», dice Aguirre. «Ma serve la volontà politica.»
Taiwan è quindi il luogo fisico in cui un’intesa sull’intelligenza artificiale diventerebbe verificabile. Chi ne controlla il destino controlla l’unica strozzatura su cui un sistema di verifica potrebbe reggersi.
Per questo la parola che Xi chiede conta tanto. Il rapporto fra Washington e Pechino non poggia su un trattato ma su tre comunicati congiunti, del 1972, del 1979 e del 1982, le cui formule furono scelte per lasciare indeterminato ciò che nessuna delle due parti poteva concedere. Passare dal «non sostenere» all’«opporsi» all’indipendenza trasformerebbe un’astensione in un impegno. E urterebbe contro il Taiwan Relations Act del 1979, una legge federale che prevede la fornitura a Taipei degli armamenti difensivi necessari e che nessun comunicato può abrogare. Trump può rinviare il pacchetto. Non può cambiare il verbo senza entrare in tensione con una norma che lo vincola.
Sotto il pelo dell’acqua
Dei tre giorni resta un solo impegno con una data. La tregua commerciale, che sarebbe scaduta il 10 novembre, corre ora fino al 10 gennaio. Pechino, riferisce il Journal, aveva chiesto una proroga di due anni. Ha ottenuto due mesi, e il suo ministero del Commercio ha confermato l’estensione senza indicarne la durata.
In quella distanza sta la vera trattativa. Keith Bradsher, che segue il commercio fra Stati Uniti e Cina per il New York Times dal 1991, scrive che per Xi il guadagno principale del vertice è il tempo. Tempo per il crollo del mercato immobiliare, per le casse svuotate dei governi locali, per il congresso del Partito del prossimo autunno. E una proroga breve può nascondere un calcolo. Evan Medeiros, della Georgetown University, ritiene che Pechino si aspetti di trattare meglio dopo le elezioni di medio termine. Se i repubblicani perderanno, dice, Trump sarà in difficoltà, più debole verso la Cina e più bisognoso di lei. Washington punta a chiudere subito dopo il voto. Pechino punta ad arrivarci più forte. Il 10 gennaio è il punto in cui le due scommesse si incontrano.
Bessent ha paragonato il rapporto a una partita di pallanuoto. In superficie i giocatori rispettano le regole. Sott’acqua, ha detto, la Cina tira parecchi calci, e se necessario verranno restituiti. Un quotidiano di Stato cinese ha trovato la metafora perfetta, salvo precisare che a scalciare sono gli americani. A Washington, questa settimana, si è vista la superficie — la cerimonia sulla pista, lo spumante di Nixon, il telefono rosso. Quello che è successo sotto lo dirà gennaio.
Alessio Zattolo – PhD Student