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Etiopia-Eritrea, oltre il Tigrai: le dinamiche di una crisi regionale

Etiopia ed Eritrea tornano al centro delle tensioni nel Corno d’Africa. La ripresa dei combattimenti nel Tigrai si inserisce in una fase di crescente deterioramento dei rapporti tra i due Paesi, culminata nelle ultime settimane con la chiusura dell’ambasciata etiope ad Asmara e la successiva interruzione delle relazioni diplomatiche. Un’escalation che riporta in superficie contrasti mai completamente risolti.

Etiopia ed Eritrea tornano al centro delle tensioni nel Corno d’Africa. La ripresa dei combattimenti nel Tigrai si inserisce in una fase di crescente deterioramento dei rapporti tra i due Paesi, culminata nelle ultime settimane con la chiusura dell’ambasciata etiope ad Asmara e la successiva interruzione delle relazioni diplomatiche. Un’escalation che riporta in superficie contrasti mai completamente risolti.

 

La crisi attuale affonda le proprie radici in una serie di questioni strettamente intrecciate. Da un lato restano irrisolti gli equilibri emersi dall’Accordo di Pretoria del 2022 e il rapporto ancora complesso tra il governo federale etiope e il Fronte Popolare di Liberazione del Tigrai (TPLF); dall’altro, vi è l’interesse dell’Eritrea a preservare gli equilibri maturati durante la guerra del Tigrai (2020-2022) e nel periodo successivo all’Accordo di Pretoria. A queste dinamiche si aggiunge una questione sempre più centrale nella strategia di Addis Abeba: l’accesso al Mar Rosso.

 

Il Tigrai rappresenta quindi solo una parte di una crisi ben più ampia. Il nuovo confronto tra Addis Abeba e Asmara porta infatti a interrogarsi su questioni che vanno oltre l’evoluzione della situazione nella regione: quali interessi stanno realmente guidando i due governi? Quanto spazio rimane per un compromesso? E soprattutto, fino a che punto l’attuale deterioramento dei rapporti può trasformarsi in una nuova crisi regionale?

 

Dal Tigrai alla rottura con Asmara

Il conflitto è entrato nella sua fase attuale il 23 settembre 2026, quando le forze tigrine hanno lanciato una nuova offensiva contro le forze federali etiopi. Gli scontri si concentrano inizialmente nel Tigrai, estendendosi rapidamente anche alle vicine regioni di Amhara e Afar.

Nello stesso frangente, le forze tigrine hanno assunto il controllo di tre aeroporti della regione, prima che quelle governative avviassero una controffensiva.

Secondo fonti citate da Reuters, tra il 3 ed il 4 ottobre, le truppe federali e i loro alleati hanno prima ripreso il controllo dell’aeroporto di Mekelle e successivamente della capitale regionale, dopo il ritiro delle forze tigrine.

La riconquista di Mekelle rappresenta un importante successo militare per Addis Abeba, ma non ha posto fine ai combattimenti: il 5 ottobre sono stati segnalati nuovi scontri e attacchi aerei nel nord-ovest della regione.

Le forze governative hanno accusato l’Eritrea di sostenere l’alleanza di opposizione guidata dal TPLF, che Asmara ha respinto categoricamente.

 

Vale la pena ricordare che i rapporti tra i due Paesi sono stati complessi e ondivaghi negli ultimi decenni. I due Stati sono stati coinvolti in due diversi conflitti di natura differente: la guerra tra Etiopia ed Eritrea del 1998-2000 e, più recentemente, la guerra del Tigrai del 2020-2022, durante la quale l’Eritrea intervenne al fianco delle forze federali etiopi contro il TPLF. Il conflitto nel Tigrai si concluse con l’Accordo di Pretoria del 2 novembre 2022, firmato dal governo etiope e dal TPLF, senza il coinvolgimento diretto dell’Eritrea.

Il più recente deterioramento dei rapporti tra i due Paesi, ha subito un a nuova accelerazione nel 2025: quella che sembrava una distensione al confine non si è mai tradotta in una normalizzazione delle relazioni, mentre sono emersi segnali di un riavvicinamento tra il TPLF e l’Eritrea. Secondo ACLED, nel maggio 2025 la leadership del TPLF ha inviato un messaggio di congratulazioni al governo eritreo per l’anniversario dell’indipendenza, dichiarando l’intenzione di rafforzare i rapporti, mentre attivisti di rilievo del TPLF hanno partecipato alle celebrazioni in Eritrea e hanno tenuto incontri con attivisti governativi eritrei nelle aree di confine contese sotto controllo eritreo.

Un’analisi del Peace Research Facility del Rift Valley Institute, pubblicata nel marzo 2026, descrive questa dinamica come un riavvicinamento tra TPLF ed Eritrea, definito “Tsimdo”, che assume particolare rilievo perché, come già anticipato, tra il 2020 e il 2022 le truppe eritree avevano combattuto a fianco dell’esercito federale contro le forze tigrine.

Nell’ottobre 2025, il governo etiope iniziò a denunciare pubblicamente i rapporti tra il TPLF e Asmara, accusando i due attori di preparare una nuova guerra.

Il riavvicinamento tra i due ex avversari potrebbe quindi aver contribuito ad alimentare le percezioni di minaccia di Addis Abeba, trasformando una convergenza tra attori precedentemente contrapposti in un ulteriore elemento di instabilità. Più che rappresentare di per sé la causa della crisi attuale, questa dinamica può essere letta come uno dei fattori che hanno contribuito a irrigidire le posizioni e a rendere più fragile l’equilibrio raggiunto con l’Accordo di Pretoria.

 

Il mare che manca all’Etiopia

È sufficiente guardare la carta geografica del Corno d’Africa per comprendere il motivo per cui il Mar Rosso abbia assunto un valore strategico per Addis Abeba: l’Etiopia, con una superficie di oltre 1,1 milioni di km ² e una popolazione stimata in quasi 140 milioni di abitanti nel 2026, è ad oggi uno dei più grandi e popolosi Paesi al mondo privi di sbocco sul mare. Il caso etiope rappresenta uno degli esempi più interessanti di come la geografia possa incidere sulle scelte strategiche di uno Stato. La posizione geografica non particolarmente agevole fa sì che l’Etiopia debba affidarsi ai territori e alle infrastrutture degli Stati vicini per mantenere i collegamenti con i mercati internazionali. Secondo la Banca Mondiale, oltre il 95% del commercio estero etiope, in volume, transita attraverso il corridoio che collega Addis Abeba al porto di Gibuti. Questa forte dipendenza da una direttrice logistica principale permette di comprendere perché l’accesso al Mar Rosso abbia assunto un’importanza crescente nella strategia del governo etiope.

Nel gennaio 2024, l’Etiopia ha sottoscritto con il Somaliland un memorandum d’intesa che prevedeva l’accesso a una porzione di 20 chilometri di costa sul Golfo di Aden. Parallelamente, Addis Abeba ha continuato a manifestare interesse per un accesso diretto al Mar Rosso, alimentando le tensioni con l’Eritrea: nel marzo 2025, il primo ministro Abiy Ahmed lo ha definito una «questione esistenziale» per l’Etiopia, ribadendo l’intenzione di perseguire tale obiettivo attraverso il dialogo e i negoziati.

In questa prospettiva la crisi tigrina smette di essere soltanto una questione interna. Gli sviluppi nel nord dell’Etiopia toccano un nodo che Addis Abeba non può trascurare: la sicurezza della principale via terrestre verso i porti, che dipende anche dalla stabilità delle regioni attraversate. Ciò che accade tra il Tigrai e l’Afar riguarda anche la capacità del governo di tutelare i propri interessi strategici. Ne risentono inoltre i rapporti con gli Stati che esercitano una qualche influenza sulle vie verso il Mar Rosso, per i quali la tenuta di quest’area non è un fatto marginale.

 

La via stretta tra escalation e negoziato

Uno spazio per la de-escalation continua a esistere, ma le condizioni per attivarlo appaiono oggi più difficili. Già prima dell’attuale crisi, un’analisi di Chatham House aveva sottolineato come né Addis Abeba né Asmara apparissero intenzionate a sostenere i costi di una nuova guerra su larga scala, evidenziando la necessità di una diplomazia preventiva. 

La dinamica militare degli ultimi giorni modifica però il quadro.

Dopo la riconquista di Mekelle da parte delle forze federali, la capacità del TPLF di imporre il ritmo degli eventi potrebbe ridursi, almeno temporaneamente, senza tuttavia risolvere le questioni politiche e territoriali latenti.

Gli incentivi alla pressione indiretta potrebbero, per entrambi, risultare più convenienti di quelli di una guerra aperta. È proprio questa dinamica a rendere possibile una fase di conflitto senza necessariamente arrivare a uno scontro diretto tra i due Stati.

Per l’Etiopia, un conflitto diretto con l’Eritrea presenterebbe un rapporto costi – benefici tutt’altro che scontato. Un eventuale confronto potrebbe offrire ad Addis Abeba l’opportunità di neutralizzare una delle principali minacce lungo il confine settentrionale e di ridurre il sostegno esterno alle forze ostili al governo. Ma una guerra prolungata comporterebbe anche costi militari ed economici elevati, aggravando contemporaneamente le tensioni interne e aprendo un ulteriore fronte mentre il Paese continua a confrontarsi con conflitti in altre regioni.

Per l’Eritrea, un coinvolgimento militare diretto presenterebbe a sua volta una serie di vulnerabilità.

Il vantaggio di mantenere una pressione diretta sul fronte tigrino consiste nella possibilità di contenere una parte della minaccia lontano dal proprio territorio; trasformare questo sostegno in un confronto aperto con l’Etiopia comporterebbe invece il rischio di allargare il conflitto proprio lungo il confine che Asmara mira a proteggere. Chatham House rileva inoltre che la priorità eritrea rimane quella di evitare che la guerra raggiunga direttamente il territorio nazionale.

A complicare il quadro è la progressiva formazione di schieramenti regionali e alleanze locali più fluide rispetto al passato. Se nella guerra del 2020-2022 Etiopia, Eritrea e forze Amhara combattevano sullo stesso fronte contro il TPLF, oggi il quadro si è rovesciato. Addis Abeba e Asmara sono nuovamente contrapposte, mentre il TPLF ha sviluppato una convergenza tattica con l’ex nemico eritreo, accomunati dall’interesse a limitare il potere del governo federale. Secondo ACLED, il quadro attuale è molto diverso da quello della guerra del 2020-2022: mentre allora Etiopia ed Eritrea combattevano sullo stesso fronte contro il TPLF, oggi Asmara è inserita in un più ampio asse regionale con Egitto e Somalia, mentre Addis Abeba mantiene rapporti stretti con Emirati Arabi Uniti, Israele e Somaliland.

Anche il rapporto con il Sudan rende questa configurazione particolarmente delicata.

La guerra sudanese costituisce ormai un teatro strettamente connesso alle dinamiche del nord dell’Etiopia: secondo Reuters, alcuni combattenti tigrini avrebbero combattuto al fianco delle forze armate sudanesi e Khartoum avrebbe ospitato incontri che hanno contribuito alla formazione dell’alleanza dei gruppi armati etiopi. Allo stesso tempo, il Sudan accusa Addis Abeba di sostenere le RSF, mentre l’Etiopia nega di appoggiare il gruppo paramilitare.

Il rischio, quindi, non è soltanto che il singolo conflitto attraversi un confine, ma che fronti diversi finiscano per saldarsi: Tigrai, Sudan orientale, confine eritreo e Mar Rosso appartengono ormai a uno stesso spazio strategico. In questo scenario, anche un coinvolgimento limitato di un singolo attore potrebbe produrre conseguenze difficili da circoscrivere.

È dunque difficile immaginare una soluzione rapida. La riconquista di Mekelle può modificare temporaneamente gli equilibri sul terreno, ma non cancella le ragioni che hanno riportato il Tigrai al centro della crisi. Addis Abeba e Asmara hanno ancora interesse a evitare una guerra aperta, ma allo stesso tempo continuano a muoversi in un contesto nel quale la pressione sull’avversario può diventare difficile da controllare. Il rischio è quindi che il conflitto finisca per sfuggire alla logica del contenimento, non necessariamente attraverso una decisione deliberata di entrare in guerra, ma per effetto dell’intreccio sempre più stretto tra Tigrai, Eritrea, Sudan e Mar Rosso.

A quel punto sarebbe sempre più difficile considerare questi fronti come crisi separate.



Manuel Francesco Agnello – Tirocinante Geodi

Coordinamento a cura di Ciro Sbailò

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