Yemen, la guerra che Riad voleva lasciarsi alle spalle è arrivata in casa
- 16 Ottobre 2026
L’aeroporto King Khalid di Riad resterà chiuso almeno fino al 17 ottobre. Sabato 10 un missile Houthi ha ucciso tredici persone nel terminal, fra cui un cittadino americano, e ne ha ferite più di trecento. Domenica un secondo colpo ha fatto un’altra vittima. Lo stesso giorno è stato colpito anche l’aeroporto di Abha, con due morti. Martedì la coalizione a guida saudita ha bombardato i depositi di carburante di Sana’a, Hodeidah e Ras Isa. Poche ore dopo un drone ha incendiato un edificio di Aramco a Dhahran. Il portavoce militare Houthi Yahya Saree ha dichiarato «obiettivi legittimi» tutti gli impianti della compagnia e ha intimato ai civili di allontanarsene.
Quella coalizione non è più quella del 2015. Nella primavera di quell’anno l’operazione «Tempesta decisiva» riuniva attorno a Riad Emirati, Bahrein, Kuwait, Qatar, Egitto, Giordania, Marocco e Sudan. Il Qatar è stato espulso nel 2017. Nel 2019 il Marocco ha sospeso la partecipazione e gli Emirati hanno chiuso la loro presenza militare. La rottura con Abu Dhabi si è consumata lo scorso inverno. Alla fine del 2025 il Consiglio di transizione meridionale, il movimento secessionista sostenuto dagli Emirati, ha preso l’Hadramaut e al-Mahra. Il 30 dicembre un raid saudita a Mukalla ha colpito un carico di mezzi arrivato dagli Emirati, e Abu Dhabi ha ritirato le ultime squadre rimaste in Yemen. A gennaio le forze filosaudite hanno ripreso le due province e il palazzo presidenziale di Aden. Oggi a combattere gli Houthi sono l’aviazione saudita e le truppe del governo riconosciuto, con droni turchi, consiglieri pakistani e intelligence americana.
È la settimana in cui la guerra yemenita ha smesso di stare in Yemen. Dentro il Paese i numeri dicono il resto. Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni gli sfollati sono passati da 76.000 a metà settembre a oltre 200.000 il 7 ottobre, con Taiz come governatorato più colpito e più di 3.700 persone partite via mare verso Gibuti (Al Jazeera). A settembre gli Houthi hanno preso l’intera costa del Mar Rosso, da Hodeidah a Bab al-Mandab. Il 4 ottobre Rashad al-Alimi, presidente del Consiglio direttivo presidenziale, ha annunciato l’offensiva per riprendere tutto il territorio controllato dal movimento, Sana’a compresa. È la crisi più grave dalla tregua del 2022.
Il lungo sonno dell’osservazione
Di questo esito c’erano stati segnali per anni. Laura Silvia Battaglia, che ha vissuto a Sana’a dal 2012, ha ricordato il giorno della caduta di Mokha un caporedattore italiano. Nel 2014 le assicurava che gli Houthi, in quanto sciiti, non avrebbero mai minacciato l’integrità dello Yemen. All’epoca si guardava il Paese con le lenti dell’11 settembre, per le quali il terrorismo aveva solo il volto sunnita. Era, scrive Battaglia, «il sonno dell’osservazione».
In quel sonno è cresciuto uno Stato di fatto. Vivian Nereim, capo dell’ufficio del Golfo del New York Times, lo descrive come un potere repressivo che rivendica un mandato divino. In dieci anni di guerra con la coalizione saudita ha ottenuto un «quasi pareggio» e oggi presenta il conto: ritiro dei sauditi, una quota della rendita petrolifera, riparazioni. Ha un’industria di droni assemblati in casa e reti di contrabbando che arrivano fino alla Somalia degli al-Shabaab. Negli anni questo movimento è stato descritto come una milizia, una tribù armata, un’appendice di Teheran. Nessuna di queste etichette basta più.
Da clienti a parenti
Il 20 settembre, in piazza Tajrish a Teheran, il figlio di un dirigente Houthi ha sposato una ragazza di famiglia pasdaran, durante una cerimonia collettiva documentata da numerosi video circolati in rete. Battaglia ne ha dato notizia. Il fatto merita più attenzione di un capitolo di cronaca mondana.
Nel Nord dello Yemen il matrimonio non è una scelta privata ma un atto politico fra famiglie. Le unioni con stranieri sono rare e mal viste, e il movimento di Badreddin al-Houthi è cresciuto proprio intrecciando parentele, prima fra le famiglie dei sada, i discendenti del Profeta, poi con le tribù. Portare quel metodo a Teheran cambia la natura del rapporto. Il patrono che fornisce armi e addestramento diventa una famiglia acquisita. E lo fa scavalcando una distanza dottrinale reale, perché lo zaidismo yemenita e lo sciismo duodecimano iraniano sono tradizioni distinte, con dottrine diverse sull’imamato.
Il vincolo di sangue serve a rendere costosa una rottura che finora era solo politica. È lo stesso calcolo che regge le alleanze fra le monarchie del Golfo, e gli Houthi lo applicano al loro rapporto con l’Iran. Questa settimana Teheran ha chiamato le capitali della regione e si è offerta di avviare un negoziato fra sauditi e Houthi, scrive Amwaj. Chi sta imparentandosi con una delle due parti si propone come mediatore. L’Iran teme la ripresa dei raid americani e israeliani. Rendersi indispensabile in Yemen è anche un modo per proteggersi.
Senza Aden la porta non si chiude
La geografia spiega perché la guerra sia arrivata a Riad proprio adesso. Con Hormuz di fatto chiuso dal conflitto con l’Iran, l’Arabia Saudita ha spostato l’export sul Mar Rosso, attraverso l’oleodotto Est-Ovest e il terminale di Yanbu. Bab al-Mandab è diventato la sua uscita di sicurezza, e gli Houthi ci si sono seduti sopra. Gli attacchi di questa settimana a Dhahran, e quelli sauditi sui depositi di Sana’a e Hodeidah, dicono che lo scontro ora riguarda l’energia, da entrambe le parti.
Lo scrittore yemenita Mohamed Jamih, su Al-Quds al-Arabi, ha ricordato i portoghesi del Cinquecento. Volevano lo stretto per sbarrare i commerci ottomani, non per commerciare. Bab al-Mandab, osserva, serve a chi lo controlla soprattutto per danneggiare gli altri, e il suo controllo resta incompleto senza Aden. Lo sa bene il governo riconosciuto, che ha innalzato l’allerta nella città e lungo le retrovie del fronte. Per Nawaf Obaid, del King’s College di Londra, «la vera guerra di terra non è ancora cominciata». Quando comincerà, la posta sarà Aden prima ancora di Sana’a.
Lo choc di Riad
Mohammed bin Salman ha chiesto a Washington di combattere al suo fianco. Il 20 settembre il New York Times ha rivelato che Trump aveva deciso di non partecipare ai raid sauditi «per ora». L’altalena di questa settimana conferma che la decisione non è stata presa. Sabato Trump ha detto «potremmo, valuteremo». Martedì, dopo una telefonata con il principe ereditario, ha risposto «non posso dirvelo» e ha scritto che gli Houthi sono riemersi «probabilmente su richiesta dell’Iran». Ha anche ipotizzato di chiedere a Erdoğan di intervenire. Intanto Mohammed al-Bukhaiti, del politburo Houthi, ha minacciato una risposta contro gli Stati Uniti e «tutti i loro interessi nella regione» se Washington si unirà agli attacchi.
Per ora gli americani forniscono intelligence, indicazioni sugli obiettivi e consiglieri, secondo la Reuters. Nereim parla di un Regno in «choc strategico», per il quale gli Stati Uniti sono diventati «tanto un peso quanto un aiuto». Il paradosso è evidente. Washington chiede a Riad di collaborare nella guerra all’Iran e le nega l’aiuto nella guerra contro l’alleato dell’Iran. A pochi anni dall’Expo 2030 e dai Mondiali del 2034, il Regno scopre che la sua sicurezza dipende da un patrono che parla di Yemen al condizionale.
Un patto senza soglie
Così Riad ha guardato altrove. Il 24 settembre, a margine dell’Assemblea generale, i ministri degli Esteri di Arabia Saudita, Pakistan e Turchia hanno invocato l’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite nel quadro dell’Accordo di difesa della Mecca. Pochi giorni dopo i tre Paesi hanno attivato le «misure di deterrenza» previste dall’Accordo. L’Egitto di al-Sisi ha dichiarato la sicurezza saudita parte della propria. La Siria di al-Sharaa valuta l’invio di contingenti.
Qui il diritto conta più della retorica. L’articolo 51 copre la legittima difesa collettiva, cioè la protezione del territorio, dello spazio aereo e degli impianti sauditi. Non copre con lo stesso titolo un’offensiva su Sana’a. In Yemen l’intervento straniero si fonda su un altro istituto, l’invito del governo legittimo. E il governo che invita, quello che Nereim chiama il «governo d’albergo», risiede in buona parte a Riad e controlla una porzione sempre più piccola del Paese che rappresenta. La base giuridica dell’offensiva coincide con la debolezza del suo committente.
L’Accordo della Mecca, del resto, non fissa pubblicamente soglie d’intervento né regole d’ingaggio. Islamabad tiene in Arabia Saudita fra trenta e quarantamila soldati, ma per difendere il confine, non per entrare in Yemen. È un’alleanza costruita per dissuadere senza dover combattere. Quando Trump immagina di girare il problema a Erdoğan, chiede a un patto senza soglie di fare ciò che gli Stati Uniti non vogliono fare.
Nei due sensi
Bab al-Mandab si traduce di solito «porta delle lacrime». Il nome viene dalle correnti che facevano naufragare le navi, e dalla tratta degli schiavi che per secoli ha portato uomini dal Corno d’Africa verso l’Arabia. In questi giorni lo stretto si attraversa nei due sensi. Verso Gibuti partono gli yemeniti in fuga da Taiz. Verso lo Yemen continuano ad arrivare i migranti africani diretti al Golfo: nei giorni scorsi una barca si è rovesciata prima della costa, e i morti sono stati almeno centotrentanove, fra cui quindici bambini. Due correnti di disperati si incrociano nello stesso tratto di mare, sotto i missili diretti a Riad.
Alessio Zattolo – PhD Student