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Dollaro, terre rare e stretto di Hormuz: la geopolitica delle interdipendenze

All’inizio del XXI secolo si era diffusa la convinzione che l’integrazione economica globale fosse vantaggiosa per tutti.

Negli ultimi anni questo paradigma sembra aver lasciato il posto a una visione più conflittuale.

Paesi come gli Stati Uniti sfruttano deliberatamente le interdipendenze economiche come strumenti di pressione reciproca, facendo leva sulle risorse strategiche e sui nodi economici sotto il proprio controllo.

Nell’articolo “The Diminishing Returns of Choke-Point Diplomacy”, pubblicato sul New York Times il 9 ottobre 2026, Michael Froman analizza proprio questa dinamica, soffermandosi sulle opportunità e sui limiti del ricorso ai cosiddetti punti di strozzatura strategici (choke points).

Due casi distinti illustrano questa dinamica. Oltre dieci anni fa, ad Iran e Federazione Russa fu impedito l’accesso alle infrastrutture globali di pagamento e ai sistemi bancari basati sulla valuta statunitense.

Questa decisione produsse due risultati importanti e verificabili: l’Iran accettò di ripresentarsi al tavolo negoziale del 2013 al fine di discutere il proprio programma nucleare, mentre la Russia subì conseguenze economiche in seguito all’annessione della Crimea nel 2014.

 

Dal canto suo Pechino ha più volte dimostrato di poter incidere in modo significativo sulle catene di approvvigionamento globali delle cosiddette «terre rare», minerali critici impiegati in numerosi settori, compreso quello militare. Ha inoltre esteso il proprio dominio anche alla dimensione industriale, trasformandolo in una potente leva economica grazie a un regime di licenze che riguarda sia le conoscenze tecniche sia le tecnologie utilizzate nella lavorazione di tali materiali. La sola minaccia di ricorrere a questa leva strategica ha contribuito a esercitare pressioni sugli Stati Uniti, spingendoli a ridimensionare la strategia dei dazi generalizzati al 145% e ad adottare un approccio commerciale più moderato. 

 

La Repubblica Islamica dell’Iran ricorre ad un’impostazione più tradizionale sfruttando la propria posizione geografica, soprattutto tramite controllo strategico dello Stretto di Hormuz, attraverso il quale, prima della guerra, transitava circa il 20% del petrolio mondiale. Teheran sta cercando di valorizzare la propria capacità di proiezione militare nell’area attraverso la minaccia di chiudere lo stretto o di imporre pedaggi alle navi autorizzate ad attraversarlo. Sul piano negoziale, la strategia iraniana mirava a spostare il fulcro dei colloqui con gli Stati Uniti dal programma nucleare alla riapertura del canale, modificando le priorità del confronto. 

Secondo l’analisi di Froman, tuttavia, il ricorso a una simile leva può produrre conseguenze generalmente contrarie agli interessi di chi la utilizza. La minaccia di interrompere i flussi energetici incentiva infatti gli altri Paesi a ridurre la propria esposizione al rischio ricercando rotte e infrastrutture alternative. È il meccanismo per cui l’impiego di un’interdipendenza come arma può accelerare il processo di superamento della dipendenza stessa, ed è esattamente ciò che sta accadendo nel caso dello Stretto di Hormuz. 

L’autore sostiene, in tal senso, che le conseguenze pratiche sono visibili. 

Sul fronte della domanda, la Cina ha ridotto le proprie importazioni di petrolio parallelamente al processo di elettrificazione della propria economia; sul fronte dell’offerta, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti ed altri Paesi della regione stanno rapidamente ampliando le proprie reti di oleodotti e infrastrutture portuali alternative. Secondo i dati citati nell’articolo e attribuiti alla piattaforma di analisi Kpler, la quota di greggio regionale trasportata senza transitare per Hormuz sarebbe passata dal 17% precedente alla guerra a circa il 40%. 

Queste alternative non eliminano ogni vulnerabilità, poiché oleodotti e porti possono essere esposti ad attacchi missilistici e con droni, mentre attraverso lo stretto transitano anche merci diverse dal petrolio. Tuttavia, l’espansione delle rotte alternative potrebbe ridurre progressivamente l’efficacia della leva iraniana. 

 

Viene posta l’attenzione anche al caso delle leve strategiche cinesi contro le quali si stanno delineando contromisure. Le iniziative adottate da Pechino lo scorso anno hanno infatti spinto numerosi Paesi ad accelerare gli sforzi per ridurre la propria dipendenza dai minerali critici e dai magneti prodotti in Cina. L’amministrazione Trump dichiara di aver approvato, dal gennaio 2025, accordi relativi ai minerali critici per un valore complessivo superiore ai 40 miliardi di dollari. 

Parallelamente, l’amministrazione ha avviato un forum multilaterale con l’obiettivo di costruire una catena di approvvigionamento dei minerali critici solida ed efficiente, al riparo dall’influenza cinese.

Inoltre, gli Stati Uniti stanno compiendo progressi nello sviluppo di magneti ad alte prestazioni che non richiedono l’impiego di terre rare.

La diversificazione riguarda anche il settore farmaceutico, nel quale la produzione cinese di principi attivi utilizzati in numerosi medicinali rappresenta un’ulteriore fonte di dipendenza. La tendenza a ridurre selettivamente queste interdipendenze potrebbe, nel tempo, diminuire la capacità di Pechino di utilizzarle come strumenti di pressione.

 

Dunque, come osserva Froman, l’economia può imparare dalla logica nucleare una lezione essenziale: i punti di strozzatura valgono soprattutto per ciò che impediscono di tentare, più che per ciò che consentono di fare. 

 

In generale l’articolo sostiene una tesi chiara: il dollaro potrebbe rivelarsi una leva strategica più duratura rispetto alle catene di approvvigionamento o al controllo geografico, per diverse motivazioni. La maggior parte delle transazioni internazionali su petrolio, cereali, metalli e altre materie prime essenziali continua infatti a essere regolata in dollari, e i Paesi colpiti dalle sanzioni statunitensi incontrano notevoli difficoltà nel gestire i propri scambi commerciali senza ricorrere alla valuta americana. Ne è un esempio la Russia, che dopo le sanzioni imposte dagli Stati Uniti nel 2014 in seguito all’annessione della Crimea ha sviluppato un proprio sistema nazionale di pagamento, senza tuttavia riuscire a superare gli ostacoli alle transazioni internazionali derivanti dalle restrizioni all’accesso alle infrastrutture finanziarie basate sul dollaro. 

Anche Paesi che intrattengono relazioni positive con Washington stanno cercando di diversificare le proprie riserve, riducendo la quota detenuta in dollari. Il peso della valuta statunitense sulle riserve valutarie mondiali è infatti in graduale diminuzione, passando da oltre il 70% nel 2000 al 57% attuale. Parallelamente, la Cina sta incrementando gli acquisti di oro e ricorrendo sempre più al renminbi per regolare gli scambi commerciali bilaterali, la cui quota è passata dall’11% del 2017 a circa il 28% nel 2025. 

 

Inoltre, secondo Froman, allo stato attuale non esiste una credibile alternativa al dollaro. A sostegno di questa lettura, viene evidenziata la frammentazione dei mercati finanziari europei che ostacola l’affermazione dell’euro come valuta di riserva, mentre, per quanto riguarda il renminbi, l’autore sostiene che difficilmente potrà soppiantare la controparte americana senza riforme come la rimozione dei controlli sui movimenti di capitale. Un cambiamento di tale portata, comunque, si scontrerebbe con la tradizionale propensione della leadership cinese a mantenere un controllo stringente sull’economia.

Di conseguenza, mentre l’Iran e la Cina rischiano di vedere progressivamente ridursi la propria capacità di pressione, il dollaro potrebbe conservare la propria centralità nel sistema finanziario internazionale.

 

Anche le scelte degli stessi Stati Uniti peseranno su questo scenario.

L’amministrazione Trump, ricorrendo alla politica dei dazi doganali, ha di fatto utilizzato l’accesso al mercato americano come strumento di pressione, spingendo i propri partner commerciali come il Canada a rivedere i propri rapporti economici con Washington e a cercare mercati alternativi.

Un progressivo ridimensionamento del ruolo del dollaro nelle riserve internazionali e negli scambi commerciali potrebbe tradursi in maggiori costi di finanziamento per gli Stati Uniti. Una minore domanda di titoli del Tesoro, infatti, rischierebbe di spingere verso l’alto i rendimenti richiesti dagli investitori, aggravando ulteriormente il costo del debito pubblico.

 

Inoltre, il crescente ricorso ai disavanzi di bilancio e l’aumento del debito pubblico, ormai superiore al 120% del prodotto interno lordo, rischiano di compromettere la centralità internazionale del dollaro e di indebolire la capacità di Washington di utilizzarlo come leva geopolitica.

 

Gli Stati Uniti rimangono tuttavia la principale economia mondiale, caratterizzata da una notevole resilienza e capacità d’innovazione. Per preservare il vantaggio strategico garantito dal dollaro e dalle proprie infrastrutture finanziarie, sostiene Froman, Washington deve soprattutto evitare di compromettere autonomamente i fattori che sostengono la propria centralità internazionale.

 

Manuel Francesco Agnello – Tirocinante Geodi

Coordinamento a cura di Ciro Sbailò

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