Londra prepara i cittadini alla guerra, ma non ha ancora preparato lo Stato
- 30 Ottobre 2026
Giovedì 22 ottobre Wes Streeting ha inaugurato una nuova fabbrica di munizioni nello Shropshire – una contea dell’Inghilterra nella regione delle Midlands Occidentali – e ha scelto quel palco per chiedere ai britannici di riempire la dispensa. La campagna governativa si chiama «Be Ready». Chiede a ogni famiglia di tenere in casa scorte per tre giorni: tre litri d’acqua a persona al giorno, cibo che non vada cucinato né refrigerato, una torcia con batterie di ricambio, una radio a pile o a manovella, contanti, copie dei documenti, i farmaci essenziali (ITV). Il ministro della Difesa ha detto di volere cittadini «allerta ma non allarmati». Ha escluso che il governo abbia in mente una minaccia precisa e ha parlato di «resilienza nazionale quotidiana».
Due giorni dopo, sul Telegraph, Streeting ha dato una scadenza. Il Paese ha «poco più di mille giorni» per prepararsi a «combattere e vincere» insieme agli alleati. Il traguardo è il 2030, l’anno in cui potenze ostili, scrive, potrebbero avere i mezzi militari ed economici per minacciare il Regno Unito. Nella stessa settimana una falla informatica ha mandato offline trentadue servizi pubblici digitali. La resilienza quotidiana, insomma, ha già un banco di prova.
Il bilancio della paura
Il governo chiama la campagna una «conversazione nazionale sulla resilienza». Stefan Boscia, che cura la newsletter politica del Times, riporta che una fonte di governo gli ha indicato la Danimarca come esempio da seguire. Nei Paesi baltici, aggiunge, la popolazione è preparata da anni all’ipotesi di un attacco, per storia e geografia ma anche per scelta dei governi. Secondo Boscia, nel governo c’è chi considera il livello di minaccia il più alto dalla Seconda guerra mondiale. Ma il giornalista aggiunge un dettaglio meno solenne. Chi ha disegnato la campagna spera di costruire consenso per una spesa militare molto più alta. Se l’opinione pubblica avverte il pericolo, sarà più disposta ad accettare tagli altrove.
Il calendario rende il calcolo evidente. La prossima settimana il governo di Andy Burnham presenta il bilancio, il primo del cancelliere John Healey. Londra si è impegnata a portare la difesa al 2,5 per cento del prodotto interno lordo entro il 2027 e al 3 per cento nella prossima legislatura, «quando le condizioni fiscali lo permetteranno». La lista delle scorte arriva prima delle cifre. Serve a preparare le famiglie all’emergenza, ma anche a una scelta di bilancio che un governo laburista non ha mai fatto volentieri.
Il continente è più avanti
«Su queste cose sono molto più avanti di noi», ha ammesso Streeting parlando degli altri europei. Dal 2024 Francia, Germania, Paesi Bassi, Polonia, Belgio e i baltici hanno pubblicato guide per la popolazione. La Svezia ha spedito a tutte le famiglie l’opuscolo Om krisen eller kriget kommer, «Se arriva la crisi o la guerra». Nel marzo 2025 la Commissione europea ha chiesto ai cittadini dell’Unione di essere autosufficienti per almeno settantadue ore. Londra arriva alla stessa soglia, i tre giorni, con due anni di ritardo.
La differenza vera, però, non è nei tempi. È nel diritto che sta dietro le liste. In Finlandia la Costituzione stabilisce, all’articolo 127, che ogni cittadino è tenuto a partecipare o a contribuire alla difesa nazionale. In Svezia una legge del 1994 sull’obbligo di difesa totale vincola i residenti fra i sedici e i settant’anni. Anche la Costituzione italiana, all’articolo 52, definisce la difesa della Patria un «sacro dovere del cittadino». In questi ordinamenti l’opuscolo informa su un dovere che la norma ha già fissato.
Il Regno Unito non ha una costituzione codificata, e nel suo ordinamento quel dovere non esiste. Il Civil Contingencies Act del 2004 assegna compiti agli enti locali e ai servizi di emergenza. Consente al governo di adottare regolamenti d’urgenza, ma a crisi in corso e per periodi limitati. In tempi ordinari non prevede alcun dovere del cittadino. Per questo Londra può solo persuadere. La «conversazione» è lo strumento di uno Stato che non ha una norma con cui obbligare.
La legge che slitta
La norma, in realtà, era stata promessa. La revisione strategica della difesa del 2025 raccomandava un Defence Readiness Bill per obbligare le industrie chiave a preparare la forza lavoro alla mobilitazione e per adeguare le infrastrutture critiche a un conflitto. Il governo l’aveva annunciato per il 2026. In aprile, scrive l’Independent, fonti di governo davano per certo che il testo non sarebbe entrato nel discorso del Re di maggio. Il 1° giugno, ai Comuni, il ministro per la Prontezza difensiva e l’industria, Luke Pollard, ha confermato l’impegno ma non una data: «Faremo le cose per bene e lo porteremo in quest’Aula», si legge nel resoconto della seduta. Tan Dhesi, laburista e presidente della commissione Difesa dei Comuni, ha avvertito che i rinvii mandano «segnali dannosi agli avversari e agli alleati».
Nel frattempo è tornato in Aula l’Armed Forces Bill, che corregge la disciplina dei riservisti. Il richiamo potrà scattare anche per «operazioni di natura bellica», non solo in caso di attacco al territorio britannico, e l’età massima sale da 55 a 65 anni. Secondo Vincent Connelly e Hamish Mundell del RUSI, è un «cerotto» dove servirebbe tenuta.
Il risultato è un ordine rovesciato. Alle famiglie si chiede di attrezzarsi subito. Gli obblighi per l’industria e per le infrastrutture restano in un disegno di legge che nessuno ha ancora letto. Le prime settantadue ore di una crisi passano ai privati, mentre la catena giuridica fra Stato e apparato produttivo resta da scrivere. Nel sistema di Westminster nessuna clausola costituzionale impone al governo di prepararsi. Tutto dipende dalla volontà dell’esecutivo e dalla maggioranza ai Comuni, e quella volontà finora si è espressa con un sito internet e una lista della spesa.
Mille giorni e una radio a pile
L’opposizione conservatrice si è divisa. Tom Tugendhat ha definito «perfettamente ragionevole» chiedere ai cittadini qualche giorno di provviste. Alicia Kearns ha replicato che il governo dovrebbe «mettere in ordine la propria casa prima di fare la predica al pubblico» (Brit Brief). A sinistra Ash Sarkar, su Novara Media, ha colto il punto più scomodo, la scelta del luogo. Annunciare la resilienza civile davanti a una fabbrica di munizioni, osserva, lega la dispensa delle famiglie alla produzione di armi. E chiude con una frase che a Downing Street non piacerà: «Si possono fabbricare solo un certo numero di armi prima che vengano usate».
I mille giorni di Streeting si possono leggere in due modi. Sono un avvertimento, se servono a dare tempo all’industria e alla legge. Diventano una profezia che si autoavvera, se servono soprattutto a spostare risorse e abitudini senza scrivere le regole. Il bilancio della prossima settimana dirà quale lettura prevale, perché lì il governo dovrà mettere in cifre ciò che finora ha messo in una lista.
E in quella lista l’oggetto più eloquente è anche il più antico. Il Regno Unito ha digitalizzato i pagamenti, i servizi pubblici, perfino gli allarmi alla popolazione, che dal 2023 arrivano direttamente sui telefoni. Ora chiede ai cittadini di tenere accanto alla porta una radio a pile, un oggetto che appartiene più al tempo del Blitz che al nostro. La scelta dice due cose. Il governo considera possibile un giorno in cui lo Stato digitale si spegne, come è accaduto in piccolo, questa settimana, ai trentadue servizi andati offline. E quel giorno il rapporto fra potere pubblico e cittadino si ridurrà a una voce che parla e a una famiglia che ascolta. Nel maggio 1940 quella voce aveva alle spalle una legge d’emergenza approvata dal Parlamento in un solo giorno, che consentiva al governo di disporre di persone e beni per la difesa del Regno. Oggi la radio è tornata nella lista. La legge, per ora, no.
Alessio Zattolo – PhD Student