Oltre Netanyahu: il futuro dell’alleanza tra Stati Uniti e Israele
- 30 Ottobre 2026
Un recente editoriale del New York Times, firmato da Jon Finer, già principale vice consigliere per la sicurezza nazionale durante la presidenza Biden e oggi ricercatore senior presso la Yale Law School e il Center for American Progress, si interroga su ciò che le recenti elezioni israeliane potrebbero lasciare in eredità al rapporto tra Gerusalemme e Washington. Il suo sguardo si posa sulla politica che gli Stati Uniti saranno chiamati a condurre verso il governo di Israele, in una stagione in cui l’antica alleanza regge ancora sul terreno della sicurezza ma mostra crepe sempre più visibili sul piano politico.
Un riorientamento della politica americana verso Israele è possibile?
L’esito delle elezioni israeliane del 27 ottobre delinea un quadro parlamentare frammentato, nel quale nessuno dei principali blocchi politici dispone della maggioranza assoluta necessaria per governare. L’impossibilità per la coalizione guidata da Benjamin Netanyahu di raggiungere la soglia dei 61 seggi apre una fase di incertezza sulla formazione del prossimo esecutivo e sulle prospettive di permanenza del premier al potere. Nel corso degli anni, il rapporto tra Netanyahu e la politica americana è diventato progressivamente più controverso, contribuendo a trasformare il sostegno a Israele in un tema di confronto interno negli Stati Uniti.
Un cambio di governo, tuttavia, non comporterebbe necessariamente una revisione sostanziale degli orientamenti strategici israeliani. Tra le figure che potrebbero assumere un ruolo centrale nello schieramento alternativo a Netanyahu vi è Gadi Eisenkot, già capo di Stato maggiore delle Forze di difesa israeliane, che nel corso della campagna elettorale ha sostenuto l’ampliamento degli insediamenti israeliani in Cisgiordania. Alcuni dei suoi potenziali alleati di governo hanno avanzato proposte radicali nei confronti dell’Autorità nazionale palestinese.
Anche il confronto sull’Iran e sulle prospettive di una soluzione fondata sulla creazione di uno Stato palestinese evidenzia divergenze che attraversano lo scenario politico israeliano. Questi elementi suggeriscono che un’alternanza alla guida del governo non coinciderebbe necessariamente con un cambiamento degli orientamenti politici su tutte le principali questioni regionali.
Gli israeliani, a prescindere dalle tendenze politiche, possono essere profondamente divisi sulla leadership e sull’integrità di Netanyahu e del Likud, ma in linea di massima ne sostengono le politiche principali. Infatti, alle elezioni dello scorso 27 ottobre, il blocco Netanyahu, oltre ogni aspettativa, è riuscito comunque ad incassare un sostegno tutto sommato relativamente buono.
Parallelamente, negli Stati Uniti si registra un deterioramento dell’immagine di Israele presso ampi segmenti dell’opinione pubblica, particolarmente evidente tra gli elettori democratici e le generazioni più giovani. I dati del Pew Research Center richiamati nell’editoriale indicano una crescente distanza tra le percezioni prevalenti nei due Paesi, una dinamica che potrebbe avere conseguenze sulla sostenibilità politica del tradizionale rapporto bilaterale. In questo contesto, il dibattito democratico si concentra sulla possibilità di affiancare al sostegno alla sicurezza israeliana una maggiore disponibilità a esercitare pressioni diplomatiche e politiche.
La sfida per Washington consisterebbe quindi nel preservare la cooperazione strategica, tenendo al contempo conto delle differenze politiche e dell’evoluzione dell’opinione pubblica americana.
Un precedente significativo è rappresentato dal governo guidato da Naftali Bennett e Yair Lapid, in carica tra il 2021 e il 2022. La loro esperienza evidenzia le difficoltà di ottenere cambiamenti significativi attraverso il solo dialogo diplomatico. Nonostante i rapporti più distesi con l’amministrazione Biden (di cui l’autore ha fatto parte), gli insediamenti in Cisgiordania continuarono a espandersi e il progetto di riaprire il consolato statunitense a Gerusalemme Est non fu realizzato. Anche alla luce di questa esperienza, si è sviluppata l’ipotesi di un approccio più incisivo da parte di Washington. Tra le opzioni proposte figurano la revisione degli aiuti militari, l’introduzione di condizioni più rigorose per la vendita di armamenti e un diverso orientamento diplomatico alle Nazioni Unite. Gli Stati Uniti potrebbero inoltre differenziare maggiormente il trattamento riservato a Israele da quello applicato agli insediamenti in Cisgiordania, anche sul piano commerciale, e valutare misure nei confronti di persone e organizzazioni coinvolte nella loro espansione. Un simile riorientamento avrebbe costi politici e diplomatici, sia nei rapporti con Israele sia all’interno degli Stati Uniti. Il suo obiettivo sarebbe legare più direttamente la cooperazione bilaterale alle scelte del governo israeliano, senza interrompere necessariamente il rapporto strategico tra i due Paesi.
Un cambio di governo basterebbe a modificare la politica israeliana?
Come già anticipato, un’eventuale uscita di scena di Benjamin Netanyahu potrebbe migliorare i rapporti tra Israele e Stati Uniti, ma non comporterebbe necessariamente un cambiamento sostanziale sulle questioni più controverse. Eisenkot ha promesso di indagare sulle carenze di sicurezza che precedettero gli attacchi del 7 ottobre 2023 e di ripristinare l’indipendenza della magistratura e delle istituzioni democratiche. Ha inoltre criticato la gestione dei negoziati con Hamas da parte di Netanyahu, sostenendo che il suo approccio abbia probabilmente ritardato il cessate il fuoco e il rilascio degli ostaggi israeliani e americani. In Cisgiordania, Eisenkot ha prospettato lo smantellamento di alcuni avamposti israeliani illegali e criticato il progetto di insediamento nell’area E1, che attraverserebbe la Cisgiordania compromettendo ulteriormente la possibilità di creare uno Stato palestinese territorialmente contiguo. Lui e alcuni suoi alleati si sono inoltre espressi contro le violenze commesse dai coloni, chiedendo che i responsabili siano chiamati a risponderne. Un eventuale nuovo governo potrebbe anche ridurre il ricorso alle trattenute punitive sulle entrate doganali spettanti all’Autorità nazionale palestinese, che contribuiscono a ritardare il pagamento degli stipendi pubblici e a limitare il funzionamento dei servizi nei territori palestinesi.
Queste misure rappresenterebbero una discontinuità rispetto ad alcune delle politiche più controverse del governo Netanyahu. Non sarebbero tuttavia sufficienti, secondo Finer, a giustificare un sostanziale allentamento della pressione americana. I cambiamenti più profondi restano improbabili nel breve periodo. La fine del blocco della Striscia di Gaza, l’arresto dell’espansione degli insediamenti e l’accertamento delle responsabilità per le violenze illegali commesse da coloni e militari restano obiettivi difficili da raggiungere. Per l’autore, un cambiamento sostanziale nella condotta del governo israeliano richiederebbe quindi un maggiore ricorso agli strumenti di pressione da parte degli Stati Uniti.
La sfida consiste nel superare l’idea che la stabilità del rapporto con Israele richieda necessariamente la continuità delle sue attuali modalità di sostegno. Una maggiore condizionalità degli aiuti, una distinzione più netta tra Israele e i territori occupati e una posizione diplomatica più coerente potrebbero contribuire a modificare gli incentivi che orientano le decisioni del governo israeliano. Non si tratta di presupporre che la pressione americana produca automaticamente un cambiamento, ma di riconoscere che anche l’assenza di condizioni costituisce una scelta politica, con conseguenze concrete.
Il futuro dell’alleanza dipenderà, secondo l’autore, dalla capacità di Washington di conciliare la cooperazione strategica con la tutela dei propri interessi e dei principi che dichiara di sostenere. Se la politica tradizionale non è riuscita a frenare le dinamiche più controverse del conflitto, riproporla senza correttivi rischia di perpetuarne i limiti. Un nuovo approccio potrebbe favorire un cambiamento nelle scelte israeliane; qualora ciò non avvenisse, dovrebbe almeno consentire agli Stati Uniti di stabilire con maggiore chiarezza quali politiche siano compatibili con il proprio sostegno.
È su questo equilibrio, più che sull’identità del prossimo premier israeliano, che si misurerà la possibilità di ridefinire il rapporto tra Washington e Gerusalemme.
Traduzione non ufficiale a cura di Manuel Francesco Agnello – Tirocinante GEODI