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La caduta di Bashar al-Assad, avvenuta l’8 dicembre 2024, avrebbe dovuto segnare un punto di svolta per la Siria. Tuttavia, le tensioni settarie e le divisioni politiche rimangono profonde, minacciando la stabilità del fragile governo di transizione guidato da Ahmed al-Sharaa. Gli scontri tra le forze governative e i lealisti del vecchio regime hanno causato oltre 70 morti nelle aree costiere, ma il vero dramma si è consumato tra il 7 e l'8 marzo 2025, quando un massacro ha colpito la comunità alawita con oltre 740 vittime civili nella regione costiera e nell'entroterra occidentale di Hama. Questi eventi dimostrano che la fase post-Assad è ben lontana dall'essere pacificata.

La caduta di Bashar al-Assad, avvenuta l’8 dicembre 2024, avrebbe dovuto segnare un punto di svolta per la Siria. Tuttavia, le tensioni settarie e le divisioni politiche rimangono profonde, minacciando la stabilità del fragile governo di transizione guidato da Ahmed al-Sharaa. Gli scontri tra le forze governative e i lealisti del vecchio regime hanno causato oltre 70 morti nelle aree costiere, ma il vero dramma si è consumato tra il 7 e l’8 marzo 2025, quando un massacro ha colpito la comunità alawita con oltre 740 vittime civili nella regione costiera e nell’entroterra occidentale di Hama. Questi eventi dimostrano che la fase post-Assad è ben lontana dall’essere pacificata.

Uno Stato islamista in bilico

Secondo il New York Times, gli scontri a Latakia e Tartous hanno rappresentato un test cruciale per la nuova leadership, mentre la resistenza dei lealisti di Assad indica che il consolidamento del potere da parte di Hayat Tahrir al-Sham (HTS) è tutt’altro che completo. L’organizzazione, in passato affiliata ad al-Qaeda sotto il nome di Jabhat al-Nusra, ha imposto ai membri delle forze di sicurezza del vecchio regime di consegnare armi e veicoli ai nuovi centri di riconciliazione, senza però concedere alcuna amnistia, una condizione che ha alimentato il clima di sfiducia tra gli ex sostenitori di Assad.

Parallelamente, il nuovo governo sta cercando di legittimarsi attraverso una riforma costituzionale, affidata a una commissione di sette membri. Secondo L’Orient-Le Jour, il documento, atteso per fine marzo, dovrebbe prevedere l’elezione di un’Assemblea popolare e potrebbe avvicinarsi a un modello istituzionale più occidentale, segnando una rottura con l’ideologia di governance islamista adottata in passato da HTS a Idlib. Tuttavia, la presenza di un articolo che impone l’appartenenza all’Islam per il presidente sta già alimentando tensioni tra le minoranze.

Massacro alawita: vendetta o strategia politica?

La violenza è esplosa il 6 marzo, quando un gruppo di miliziani alawiti legati all’ex regime ha teso un’imboscata a una pattuglia governativa nei pressi di Jabla, uccidendo 14 soldati. La rappresaglia è stata immediata: ex combattenti jihadisti di HTS, ora integrati nelle forze governative, hanno lanciato attacchi contro civili alawiti in oltre 30 villaggi lungo la costa siriana e l’Oronte. Le testimonianze raccolte confermano un eccidio su larga scala: più di 740 civili alawiti, tra cui donne e bambini, sono stati uccisi con modalità che ricordano operazioni di sterminio sistematico, con incendi di abitazioni, esecuzioni mirate e saccheggi.

Il governo di Sharaa non ha preso posizioni nette. In un discorso del 7 marzo, il leader ha evitato di condannare esplicitamente i massacri, lasciando intendere che tali azioni non rientrano nei parametri della legge, ma senza un intervento deciso. L’assenza di condanne chiare e l’uso della retorica della “caccia ai membri dell’ex regime” (fulul an-nizam) suggeriscono che la vendetta contro gli alawiti sia stata tollerata, se non addirittura incoraggiata, in certi ambienti governativi.

“Idlibizzazione” e instabilità settaria

Secondo The Economist, la Siria sta subendo un processo di “idlibizzazione improvvisa” – termine che si riferisce alla progressiva radicalizzazione e frammentazione del potere, prendendo a modello la governance instaurata a Idlib da HTS,  nell’ambito della più ampia rivoluzione siriana contro Assad – con l’emarginazione degli imam più moderati e l’accentramento del potere nelle mani dei familiari di al-Sharaa. Questo approccio solleva preoccupazioni sulla capacità del governo di transizione di integrare le numerose minoranze del Paese, tra cui drusi, curdi e alawiti.

Gli scontri a Qardaha, città natale di Assad, e a Jaramana, roccaforte drusa, evidenziano una polarizzazione crescente. Anche i drusi di Suwayida sono finiti nel caos siriano. La bandiera israeliana affissa per alcune ore nella città è stata interpretata come un messaggio simbolico, un tentativo di Tel Aviv di avvicinare la comunità drusa locale. Tuttavia, la leadership spirituale drusa ha respinto ogni tentativo di coinvolgimento israeliano, sebbene persistono divisioni interne sulla questione del disarmo delle milizie locali.

Israele e il rischio di una nuova balcanizzazione siriana

L’instabilità siriana non è solo un problema interno. Israele ha intensificato le operazioni militari nel sud della Siria, con attacchi aerei e incursioni terrestri nelle regioni di Latakia e Suwayida. Secondo Al Monitor, Tel Aviv sta cercando di costruire una rete di alleanze tra minoranze etniche e religiose per contrastare l’influenza dell’Iran, che continua a espandere la propria presenza attraverso Hezbollah e altre milizie sciite. Questa strategia, descritta da alcuni analisti israeliani come “la piovra israeliana”, mira a stabilire una sfera di influenza nelle aree druse e curde, in risposta alle dinamiche regionali sempre più complesse.

Verso un equilibrio instabile?

Il nuovo governo ha promesso di distruggere tutte le armi chimiche ereditate dal regime di Assad, un tentativo di ottenere la rimozione delle sanzioni occidentali. Secondo The Economist, si potrebbe ipotizzare una revoca temporanea delle sanzioni per un anno, con la possibilità di ripristinarle qualora al-Sharaa dovesse trasformare il suo governo in una dittatura islamista.

Il Financial Times traccia un profilo di al-Sharaa come un leader pragmatico ma diffidente, con un processo decisionale altamente centralizzato e una gestione del potere ispirata al modello di Idlib sotto HTS. Se da un lato il nuovo governo cerca di distanziarsi dall’ideologia estremista del passato, dall’altro non ha ancora fornito segnali chiari di inclusività e pluralismo.

Se il governo transitorio dovesse adottare un approccio esclusivamente islamista, il rischio è che la Siria si avvii verso un nuovo ciclo di instabilità e conflitto settario, allontanandosi ulteriormente da una vera ricostruzione politica ed economica. I massacri di questi giorni evidenziano l’assenza di un reale controllo sulle milizie, mentre il silenzio della comunità internazionale, con la sola eccezione della Francia, conferma che la Siria non è una priorità per i grandi attori globali. La transizione post-Assad rischia di trasformarsi in una nuova fase di frammentazione e instabilità cronica piuttosto che in un percorso verso una riconciliazione nazionale.

Alessio Zattolo, PhD Student

Coordinamento a cura di Ciro Sbailò

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