Turchia: il caso İmamoğlu e la deriva plebiscitaria del potere esecutivo
- 27 Marzo 2025

Il 18 marzo 2025, l’Università di Istanbul ha annullato la laurea di Ekrem İmamoğlu, sindaco della metropoli sul Bosforo e candidato in pectore alle presidenziali del 2028. Il giorno seguente, İmamoğlu è stato arrestato con accuse di corruzione, terrorismo e collaborazione con il PKK. L’accaduto ha segnato una svolta nel sistema politico turco, al punto che il leader del CHP, Özgür Özel, ha parlato apertamente di “colpo di Stato contro il diritto del popolo di scegliere il proprio presidente”. La coincidenza temporale tra revoca della laurea e arresto ha sollevato preoccupazioni sulla strumentalizzazione delle istituzioni a fini politici, come evidenziato dal politologo turco, Ahmet T. Kuru, su The Conversation.
Laurea annullata, democrazia sospesa?
Secondo la Costituzione turca, per essere eletti alla presidenza è necessaria una laurea. La revoca del titolo accademico a İmamoğlu – ottenuto oltre trent’anni fa – è avvenuta dopo una segnalazione anonima attraverso la piattaforma statale CİMER, gestita dal direttorato delle comunicazioni del governo. Come osservato da Turkey Recap, questo sistema si muove in una zona grigia della legislazione e si è ormai trasformato in uno strumento di controllo sociale e repressione dell’opposizione.
Il giorno successivo alla revoca del titolo, İmamoğlu è stato arrestato insieme a più di cento membri del CHP, accusati di favorire un’organizzazione terroristica. Tuttavia, mentre il governo cercava di legare l’opposizione al PKK, la stessa amministrazione promuoveva Abdullah Öcalan come figura pacificatrice: una contraddizione palese, secondo Kuru, che suggerisce un uso tattico e selettivo della questione curda.
Verso la presidenza perpetua?
Recep Tayyip Erdoğan, al potere da oltre vent’anni, ha già usufruito di tre mandati presidenziali. L’art. 101 della Costituzione turca ne prevede solo due. Tuttavia, la riforma costituzionale del 2017 è stata utilizzata per azzerare il primo mandato e permettere la terza candidatura. Ora, con l’arresto di İmamoğlu, si paventa una nuova modifica della Carta per rimuovere il limite dei mandati, eventualmente con il sostegno del partito filo-curdo.
La sequenza degli eventi fa pensare a un piano coordinato per eliminare lo sfidante più temuto. Come ribadito da Ahmet T. Kuru, “Erdoğan teme davvero che l’attuale sindaco di Istanbul sia una minaccia seria al suo dominio lungo 22 anni”. La prospettiva di una “presidenza a vita” preoccupa giuristi e osservatori internazionali, in quanto metterebbe definitivamente fine alla competizione democratica in Turchia, trasformando il sistema in una dittatura elettiva sul modello russo.
La parabola di İmamoğlu: tra legalità e legittimità
Già nel 2023, İmamoğlu era stato condannato in primo grado per aver insultato membri del Consiglio Supremo Elettorale. La condanna, se confermata in appello, lo renderebbe ineleggibile. Tuttavia, a differenza di altri oppositori incarcerati, come Selahattin Demirtaş o Ümit Özdağ, İmamoğlu rappresenta una minaccia reale perché riesce a coalizzare diversi blocchi elettorali: laici, religiosi, curdi e nazionalisti. Il suo linguaggio inclusivo e la capacità di attrarre elettori trasversali ricordano proprio l’ascesa di Erdoğan negli anni Novanta. Lo fa notare un altro grande analista esperto di Turchia, Soner Captagay, al Washington Post.
Prospettive geopolitiche e reazioni internazionali
Secondo Al-Monitor, l’arresto di İmamoğlu ha avuto un impatto immediato anche sull’economia: la lira turca è crollata a 42 per un dollaro prima di stabilizzarsi a 38, mentre l’indice Bist 100 ha perso quasi il 9%. Più che le reazioni immediate, però, preoccupano le tendenze strutturali. Il Financial Times osserva che la recente apertura di Erdoğan verso politiche più ortodosse, grazie al ministro Mehmet Şimşek, potrebbe essere vanificata da una nuova svolta autoritaria. La Turchia resta infatti altamente dipendente dagli investimenti esteri, e un sistema percepito come instabile rischia di allontanare i capitali internazionali.
Dal punto di vista della sicurezza, Al Jazeera ha evidenziato come il rafforzamento dell’industria della difesa turca rappresenti un punto di forza geopolitico che mette Ankara in una posizione di relativa autonomia. Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, e la tradizionale prudenza europea nel criticare la Turchia, sembrano aver rafforzato la sensazione di impunità del presidente turco. Come fa notare Gönül Tol – direttrice del Centro per gli studi turchi del Middle East Institute – al Foreign Affairs, Erdoğan ha “oltrepassato la linea che separa il sistema autoritario competitivo della Turchia da una vera e propria autocrazia in stile russo”.
Un sistema sotto stress
Il blocco dei social media, le limitazioni alle manifestazioni, la repressione delle opposizioni, l’uso politico dell’apparato giudiziario e accademico: questi sono i segnali di un sistema che ha smesso di essere una democrazia, pur mantenendone la forma. La forza del consenso popolare non sembra più sufficiente: per governare, in Turchia, bisogna prima sopravvivere politicamente alla macchina statale.
Il caso İmamoğlu dimostra che la Turchia non è entrata solo in una nuova fase politica, ma in un processo di mutazione costituzionale de facto, in cui il diritto diventa arma e non garanzia. In tale contesto, le prossime mosse di Erdoğan segneranno il futuro non solo del paese, ma anche degli equilibri regionali e transatlantici.
Alessio Zattolo, PhD Student


