GEODI – UNINT

«Il gigante zoppo»: cosa Pechino impara dalla guerra in Iran

Il Global Times, quotidiano nazionalista controllato dal Partito Comunista Cinese, lo ha chiamato «gigante zoppo». La formula, ripresa dal New York Times, condensa la lettura che a Pechino si è imposta della guerra americana in Iran: dieci settimane di operazioni hanno consumato circa metà delle scorte statunitensi di missili cruise stealth a lungo raggio e una quantità di Tomahawk pari a dieci volte la produzione annuale, secondo stime interne del Dipartimento della Difesa. Il dato, però, eccede la contabilità militare, e diventa materia prima di un esercizio strategico più ampio. Mentre Donald Trump si prepara a incontrare Xi Jinping a Pechino il 14 e 15 maggio, per gli analisti militari cinesi il conflitto iraniano non interroga la forza americana, ma i suoi limiti, da Hormuz a Taiwan.

Il Global Times, quotidiano nazionalista controllato dal Partito Comunista Cinese, lo ha chiamato «gigante zoppo». La formula, ripresa dal New York Times, condensa la lettura che a Pechino si è imposta della guerra americana in Iran: dieci settimane di operazioni hanno consumato circa metà delle scorte statunitensi di missili cruise stealth a lungo raggio e una quantità di Tomahawk pari a dieci volte la produzione annuale, secondo stime interne del Dipartimento della Difesa. Il dato, però, eccede la contabilità militare, e diventa materia prima di un esercizio strategico più ampio. Mentre Donald Trump si prepara a incontrare Xi Jinping a Pechino il 14 e 15 maggio, per gli analisti militari cinesi il conflitto iraniano non interroga la forza americana, ma i suoi limiti, da Hormuz a Taiwan.

Una guerra che insegna

La lezione che Pechino ricava dal conflitto poggia su un’asimmetria. L’Iran non poteva vincere militarmente, e non lo ha mai preteso. Ha fatto altro. Ha chiuso selettivamente lo Stretto di Hormuz — lasciando passare il proprio greggio diretto verso la Cina e bloccando quello destinato al resto dei mercati globali — ha fatto impennare i premi assicurativi marittimi, ha destabilizzato i mercati energetici, ha trasformato il tempo in arma. Come spiega un’analisi collettiva del Brookings Institution dedicata all’approccio cinese al conflitto in corso, Teheran ha opposto alla scala militare americana una propria escalation economica, e ne ha gestito i tempi con maggiore lucidità di Washington. Per i pianificatori cinesi, si tratta della dimostrazione che la leva strategica non risiede più nella battaglia, ma nella capacità di alterare le condizioni sistemiche dell’economia mondiale.

La scorsa settimana avevamo discusso, su queste pagine, i venticinque miliardi del Pentagono e il vuoto di autorizzazione costituzionale entro cui questa guerra si combatte. Quei numeri restituivano il costo americano nella sua dimensione visibile, fiscale e politica. Il dato che ora emerge apre un fronte ulteriore. Un’analisi del CSIS firmata da Mark Cancian — colonnello dei Marines in pensione — stima che in sette settimane le forze americane abbiano consumato almeno il 45% delle proprie scorte di missili di precisione a lungo raggio, circa metà degli intercettori per la difesa antimissile ad alta quota e quasi metà di quelli del sistema Patriot. La conclusione di Cancian è netta: «si è aperta una finestra di accresciuta vulnerabilità nel Pacifico occidentale». Per richiuderla, ricostituendo gli arsenali al livello necessario per fronteggiare un competitor di pari grado, la stima è ancora di parecchi anni.

Al tavolo, dal lato lungo

Il vertice di Pechino del 14 e 15 maggio non si apre tra pari. Trump arriva nella capitale cinese con due fragilità che la guerra alla Repubblica islamica ha reso visibili: la prima è materiale, ed è quella dell’arsenale che abbiamo appena descritto; la seconda è dottrinale, e tocca il cuore della pianificazione strategica americana degli ultimi anni. Come argomenta la rivista francese di analisi strategica Le Rubicon, il Pentagono aveva fissato Taiwan come scenario guida della propria pianificazione delle forze, ridotto le ambizioni in altri teatri, e chiesto agli alleati europei di assumersi maggiori oneri sull’Ucraina. Aprire un fronte in Medio Oriente, in quella cornice, non costituisce una distrazione passeggera. È una smentita.

Xi Jinping arriva al vertice dal lato opposto di questo squilibrio. Lo spazio strategico che la Cina ricava dal logoramento americano non è una vittoria ottenuta da Pechino, quanto una conseguenza di mosse altrui che produce effetti concreti al tavolo. Xi non ha bisogno di portare a casa risultati spettacolari: gli basta che il vertice si chiuda senza concessioni unilaterali da parte cinese, perché ogni giornata che passa senza un accordo lavora a favore della postura di Pechino sul mondo. Trump, all’opposto, deve tornare a Washington con qualcosa che possa essere venduto come vittoria — e ne ha urgenza, con un’approvazione netta a -21 punti rilevata dall’Economist, un’inflazione spinta dai prezzi della benzina (passati da meno di tre dollari al gallone agli attuali 4,48,) e le elezioni di metà mandato dietro l’angolo.

Taiwan, la vera posta

L’agenda dichiarata del vertice copre dazi, soia, Boeing, terre rare, e l’Iran come dossier al margine. Ma il fronte su cui lo squilibrio del tavolo può convertirsi in concessione vera è un altro, e si chiama Taiwan. Da mesi Pechino ribadisce, attraverso i propri canali diplomatici, che la questione dell’isola è il principale fattore di rischio nelle relazioni con Washington. La richiesta cinese viaggia su due binari paralleli: meno armi a Taipei, e uno slittamento semantico americano sull’indipendenza dell’isola, dal non sostegno all’opposizione — un passo lessicale avvertito come un salto politico a Pechino. Che la richiesta sia stata recepita, almeno in parte, lo testimonia un gesto concreto. Come ha rivelato il New York Times, funzionari dell’amministrazione hanno riferito a chi era coinvolto nella revisione della transazione, che la Casa Bianca ha congelato la notifica al Congresso di un nuovo pacchetto di armi a Taiwan, superiore ai quattordici miliardi di dollari, per non disturbare il vertice. Anche prima di sedersi al tavolo, Washington ha già accettato di giocare in difesa su Taiwan.

La postura cinese, dal canto suo, non punta all’accelerazione. Ryan Hass del Brookings Institution osserva che se mai ci fosse stato un momento in cui la Cina avrebbe potuto sfruttare la distrazione americana per stringere militarmente l’isola, sarebbe stato questo — eppure Pechino non lo sta facendo, e segue invece il proprio adagio sull’unificazione: quando il melone è maturo, cade dal ramo. La strategia procede per pressione cumulativa — quarantena marittima, guerra cibernetica, isolamento diplomatico, costruzione di isole artificiali nelle acque contese del Mar Cinese Meridionale — e per consolidamento dell’influenza interna a Taiwan, fino al recente incontro tra Xi e Cheng Li-wun, presidente del Kuomintang, partito storico della destra nazionalista taiwanese oggi favorevole al dialogo con Pechino. Il South China Morning Post ha raccolto le parole di Zhou Bo, ex colonnello dell’Esercito popolare di liberazione — nome ufficiale delle forze armate della Repubblica Popolare Cinese: la guerra in Iran offre alla pianificazione di Pechino un repertorio di tattiche e di limiti operativi americani che fino a ieri si potevano solo simulare. Hu Xijin, ex direttore del Global Times e voce ancora ascoltata negli ambienti nazionalisti, lo dice con minor pudore — se la partita sullo Stretto è una scacchiera, gli americani sono prossimi a perdere tutti i pezzi. Sono voci di parte, e vanno lette per quello che sono.

Una nuova grammatica della deterrenza

Il dato che Pechino porta al vertice non riposa nei pronostici dei suoi commentatori, bensì in un fatto già accaduto: il pacchetto di armi a Taiwan è stato congelato prima ancora che Trump atterrasse. Dallo Stretto all’Isola, la deterrenza americana non viene messa in discussione sulla forza, ma sul margine entro cui Washington può ancora esercitarla. Quel margine è il vero oggetto del vertice di questa settimana, e dei vertici che verranno. Si gioca lì un capitolo della lenta erosione di un ordine internazionale costruito sulla presunzione che la sovranità coincidesse con il controllo del territorio, e che oggi cede terreno a una grammatica nella quale ciò che conta è la capacità di chiudere o aprire flussi. Hormuz e Taiwan sono due nodi della stessa corrente.

 

Alessio Zattolo – PhD Student

Coordinamento a cura di Ciro Sbailò

Università degli Studi Internazionali di Roma - UNINT

Via Cristoforo Colombo, 200 - 00147 Roma | C.F. 97136680580 | P.I. 05639791002 | Codice SDI: M5UXCR1 | Mail: geodi@unint.eu