Taiwan, Pechino cambia strategia senza firmare accordi
- 22 Maggio 2026
Dei due giorni di Pechino, a Taipei se ne ricorderà soprattutto una frase, e non è stata pronunciata al tavolo dei colloqui. Trump l’ha detta a vertice ormai chiuso, sull’aereo che lo riportava a Washington e l’ha ribadita in un’intervista nei giorni successivi: il pacchetto di armi da quattordici miliardi di dollari che Taiwan attende da mesi è «una buona merce di scambio» con la Cina. Un’isola che gli Stati Uniti si erano impegnati ad armare per la propria difesa diventa, nel lessico del suo presidente, un gettone da spendere. La scorsa settimana, su queste pagine, avevamo scritto che il vertice non si sarebbe deciso sulla forza americana, ma sul margine entro cui quella forza può ancora esercitarsi, e che la posta in gioco non era né l’Iran né le terre rare, bensì Taiwan. Quella stessa frase, pronunciata a motori spenti, dà alla previsione una conferma più netta di quanto a Pechino ci si attendesse di ottenere al tavolo.
La cornice di Xi: la trappola di Tucidide
Una chiave di lettura del vertice l’ha offerta Xi Jinping in apertura dei colloqui. Davanti a Trump, il presidente cinese ha evocato la «trappola di Tucidide»: l’idea, ricavata dallo storico ateniese, secondo cui l’ascesa di una potenza nuova spinge quasi inevitabilmente alla guerra con la potenza già stabilita. Atene contro Sparta, venticinque secoli fa; la Cina contro gli Stati Uniti, oggi. Non è un’erudizione di cortesia. Ma il modo in cui Pechino inquadra il proprio rapporto con Washington, e annunciarlo in apertura significa fissare i termini della partita prima ancora di giocarla. Il richiamo, come osserva il Financial Times in un editoriale all’indomani dei colloqui, non nasce tanto dalla paura quanto dalla sicurezza: è la potenza in ascesa a evocare la trappola, e lo fa con la calma di chi si sente dalla parte giusta della storia. Trump, dal canto suo, ha risposto con i toni dell’ammirazione personale — «un grande leader», «un onore» — che a Pechino vengono registrati per quello che sono: le aperture di chi siede al tavolo con la mano più debole.
La resa mancata
Conviene sgomberare il campo da una lettura affrettata. Nei giorni che hanno preceduto il vertice, il timore ricorrente tra gli alleati asiatici di Washington era che Trump potesse svendere Taiwan — accettando, in cambio di concessioni economiche, di cancellare le vendite di armi o di modificare la formula tradizionale con cui gli Stati Uniti definiscono la propria posizione sull’isola. Quel cedimento clamoroso non c’è stato. Il segretario di Stato Marco Rubio ha ribadito che la linea americana su Taipei resta immutata; il pacchetto di armi da quattordici miliardi non è stato cancellato, ma sospeso; nessun comunicato congiunto ha registrato una rinuncia. Sul punto più temuto — il passaggio dal «non sostegno» all’indipendenza taiwanese a una sua «opposizione» esplicita — la formula ufficiale non è stata toccata. Chi si aspettava una resa al tavolo dei colloqui ha trovato, nella lettera dei documenti, la continuità.
Lo slittamento sommerso
Eppure qualcosa si è mosso. Se gli atti ufficiali registrano la continuità, il movimento è rinvenibile altrove: nel lessico e nella prassi, dove nessun testo formale arriva a misurarlo. Chiamando il pacchetto destinato a Taipei «una buona merce di scambio», Trump ha compiuto due gesti in uno. Da una parte, ha trasformato un impegno di sicurezza in una posta negoziale — una fornitura militare che la sua stessa amministrazione aveva spinto Taiwan ad acquistare diventa, ora, leva contro Pechino. Dall’altra, ha di fatto subordinato quella fornitura alla volontà cinese, dichiarando di tenerla «in sospeso» a seconda di come si comporterà la Cina. È un gesto che sfiora una delle sei assicurazioni che Reagan fornì a Taiwan nel 1982, secondo cui Washington non concorda con la Repubblica Popolare Cinese le proprie vendite di armi all’isola. Interrogato proprio su quegli impegni, l’Inquilino della Casa Bianca li ha liquidati come acqua passata — gli anni Ottanta, ha detto, sono «una grande, lunga distanza».
Quanto basti questo a Pechino lo dice la lettura che ne dà Minxin Pei sul New York Times: Xi è convinto di avere ottenuto dal vertice un risultato preciso: aver «istruito» Trump su Taiwan. E che non si tratti di una previsione ma di un fatto già operante lo conferma la macchina della propaganda: il Global Times, quotidiano nazionalista controllato dal Partito Comunista Cinese, ha presentato le parole di Trump come «un duro colpo» per il presidente taiwanese Lai Ching-te e per il suo partito al governo — la prova, agli occhi di Pechino, che su Washington Taipei non può più contare. Non una rinuncia scritta, dunque, ma un cedimento di fatto che vale, nella percezione cinese, più di qualunque documento. La scorsa settimana lo abbiamo definito uno «slittamento semantico», indicandolo come il vero rischio del vertice, che si è verificato, sì, ma in una forma più sottile della concessione che in molti temevano: non un atto, ma una formula; non una firma, ma una consultazione.
Il secondo ospite: Putin a Pechino
Quanto Pechino abbia ottenuto si misura meglio accostando al vertice sino-americano un secondo incontro, che lo segue di pochi giorni. Il 20 maggio Xi ha ricevuto Vladimir Putin con la stessa coreografia riservata a Trump: banda militare, bambini con le bandiere, guardia d’onore. Ma sotto la simmetria delle cerimonie la dirigenza cinese ha lasciato cadere i segnali della differenza. Trump era stato accolto all’aeroporto dal vicepresidente, una figura di rappresentanza; Putin da un membro del Politburo, il nucleo del potere reale. Con Washington, nessun documento congiunto e nessun accordo firmato in pubblico; con Mosca, una quarantina di intese e una dichiarazione comune che descrive Russia e Cina come «centri di potere in un mondo multipolare». Sarebbe però fuorviante leggere il vertice russo come un trionfo simmetrico e contrario: Putin è arrivato a Pechino da una posizione di debolezza — l’economia di guerra logorata, il fronte ucraino fermo — e non ha ottenuto la firma che cercava sul gasdotto Power of Siberia 2, rinviata a un’intesa di principio senza calendario. È proprio questo a rendere la sequenza eloquente. Come argomenta The Conversation, nessun leader cinese aveva mai ospitato nello stesso mese un presidente americano e uno russo in carica, e la geometria che per decenni aveva avuto il suo centro a Washington — l’America in mezzo, a bilanciare Mosca e Pechino — si è rovesciata. Uno arriva a contrattare da pari, l’altro a chiedere una sponda; entrambi, però, giungono da ospiti. Oggi, dunque, è Pechino il punto attraverso cui la diplomazia delle grandi potenze deve passare.
Il terreno della prossima disputa
Il vertice di Pechino non ha cambiato la grammatica dei rapporti di forza. L’ha resa visibile. Trump è arrivato cercando un grande risultato economico e ne è ripartito con un ordine di aerei e la promessa di acquisti agricoli; Xi non cercava annunci, ma il riconoscimento della Cina come potenza pari, e quel riconoscimento lo ha portato a casa — pronunciato, fra l’altro, da Trump stesso, che dei due paesi ha parlato come di un «G-2». È anche un divario di tempi: Washington insegue il colpo da annunciare al ritorno, Pechino lavora per accumulo di posizione, sicura che il vantaggio maturi da sé se nessun accordo lo interrompe. La posta vera, però, restava Taiwan, e su Taiwan il vertice ha confermato la previsione della settimana scorsa: la sovranità, oggi, non si misura più sul controllo di un territorio, ma sulla capacità di trattarlo come merce. Un impegno di difesa è diventato un gettone da spendere, come uno stretto di mare può diventare un rubinetto da chiudere. Sono due facce della stessa trasformazione. E se davvero, come ha ricordato Xi citando Tucidide, la storia consegna alle potenze una scelta tra la rivalità governata e la guerra, allora il vertice di Pechino è stato meno un negoziato che un atto di ricognizione: il momento in cui le due parti hanno preso le misure del terreno di competizione geopolitica su cui, negli anni a venire, si giocherà tutto.
Alessio Zattolo – PhD Student