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Hormuz oltre la guerra. Infrastrutture, rotte e nuovi equilibri geopolitici nel Golfo

Per oltre quarant'anni i cittadini delle ricche monarchie del Golfo hanno guardato le guerre della regione da uno schermo televisivo. La guerra ha colpito i vicini negli ultimi decenni — Yemen, Siria, Gaza — ma non il proprio territorio. L'illusione è finita nei tre mesi tra fine febbraio e fine maggio del 2026, quando la guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran ha portato per la prima volta dal 1990 i missili dentro Dubai e Doha. Migliaia di missili e droni iraniani contro le installazioni americane sul suolo del Golfo. Genitori che si rifugiavano nei corridoi con i figli mentre suonavano gli allarmi sui telefoni. Scuole chiuse per settimane negli Emirati. Più di trenta morti, decine di feriti.

Per oltre quarant’anni i cittadini delle ricche monarchie del Golfo hanno guardato le guerre della regione da uno schermo televisivo. La guerra ha colpito i vicini negli ultimi decenni — Yemen, Siria, Gaza — ma non il proprio territorio. L’illusione è finita nei tre mesi tra fine febbraio e fine maggio del 2026, quando la guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran ha portato per la prima volta dal 1990 i missili dentro Dubai e Doha. Migliaia di missili e droni iraniani contro le installazioni americane sul suolo del Golfo. Genitori che si rifugiavano nei corridoi con i figli mentre suonavano gli allarmi sui telefoni. Scuole chiuse per settimane negli Emirati. Più di trenta morti, decine di feriti.

Per decenni le basi americane sul suolo del Golfo sono state pensate come ombrello di protezione. Tre mesi di guerra le hanno trasformate in magnete del fuoco iraniano. Le basi non hanno protetto, hanno reso bersaglio.

L’illusione caduta

Sembra il Far West, ha detto Mohammed Baharoon, direttore del centro di ricerca emiratino B’huth, a proposito del comportamento di Stati Uniti, Israele e Iran nei mesi di guerra. Cessate il fuoco violati più volte senza che nessuno alzasse un sopracciglio. Khalid Al-Jaber, direttore esecutivo del Middle East Council on Global Affairs di Doha, parla di ferita profonda. La sicurezza convenzionale del Golfo si reggeva su due premesse, la garanzia americana e la deterrenza nei confronti di Teheran. Entrambe sono state trafitte: la prima ha funzionato come parafulmine; la seconda non ha impedito ai missili iraniani di varcare i confini del Golfo, e non ha impedito alla Repubblica islamica di sopravvivere come regime e di scoprire una leva nuova — il controllo dello Stretto di Hormuz.

Quattro posture per una stessa esposizione

La guerra ha allargato, non ridotto, le distanze interne al Golfo. Gli Emirati hanno raddoppiato l’alleanza con Washington e Tel Aviv. Lo sceicco Mohammed bin Zayed ha portato a Trump, al G7 di giugno in Francia, un messaggio diretto di gratitudine. Il Qatar ha lavorato come mediatore principale del negoziato Stati Uniti-Iran. L’Arabia Saudita ha tenuto aperti i canali in entrambe le direzioni, cercando di influenzare l’amministrazione Trump e di mantenere il dialogo con Teheran. L’Oman, infine, ha aperto una trattativa diretta con l’Iran sulle possibili tariffe di transito nello Stretto di Hormuz, attirando l’irritazione di Trump.

Sono quattro posture diverse di fronte a una stessa esposizione strutturale, e proprio la loro divergenza segnala che il Consiglio di Cooperazione del Golfo non è più, se mai lo è stato, un attore unitario. La fragilità si è manifestata, scrive la giornalista libanese Malak Jaafar ‘Abbas su Asas Media, in un momento in cui il Consiglio non era nella condizione migliore . Il rapporto tra Riyad e Abu Dhabi, vero centro di gravità di qualsiasi sicurezza regionale collettiva, aveva accumulato disaccordi sul petrolio, sullo Yemen, sul Mar Rosso e sul Sudan. La minaccia iraniana ha imposto un riavvicinamento, senza però riuscire a cancellare le divergenze.

L’ombrello che non basta

Mahdi Ghuloom, ricercatore bahreinita, dice il punto con precisione. Nel dopo-guerra c’è una percezione nel Golfo che la deterrenza contro l’Iran si sia ridotta. Le minacce americane e israeliane funzionano meno. L’Iran è stato colpito dalla campagna di bombardamento ma il suo governo è sopravvissuto, e ha imparato che strumenti come il controllo di Hormuz sono potenti almeno quanto un arsenale nucleare. La conseguenza che Ghuloom estrae non è marginale — è ora che i Paesi del Golfo aprano negoziati propri e separati con Teheran, eventualmente verso un patto di non aggressione regionale.

Il punto è raccolto in modo rivendicativo dalla stampa saudita. Sulle pagine di Asharq al-Awsat, il giornalista Mashari Althaidi scrive che Iran e Stati Uniti non possono decidere in autonomia le sorti di Hormuz, perché anche i Paesi del Golfo si affacciano sullo Stretto, parte integrante della storia marittima araba. La libera navigazione, scrive Althaidi, è oggi necessità pratica prima che slogan calcistico della Coppa del Golfo. La frase, seppur programmaticamente sbrigativa, indica però una cosa precisa: la sicurezza marittima del Golfo non è più delegabile.

La frustrazione tocca anche il piano finanziario. L’amministrazione Trump ha avanzato l’idea che il Golfo contribuisca a un fondo di ricostruzione iraniana da trecento miliardi di dollari. La proposta è stata accolta con freddezza nella regione, e Al-Jaber riassume il sentimento: “sembra che l’amministrazione guardi al Golfo come a un bancomat, e questo dà fastidio a molti”. Marco Rubio è andato la settimana scorsa negli Emirati, in Kuwait e in Bahrein per cucire. Ha incontrato i ministri degli Esteri del Consiglio di Cooperazione, ha promesso che le preoccupazioni regionali saranno tenute in conto in ogni fase del negoziato, e ha precisato di non aver chiesto contributi al fondo iraniano. Il dopo-incontro racconta però un’altra cosa. Come riassume Jaafar ‘Abbas, è finito senza conferenza stampa, senza sorrisi, senza dichiarazioni — il malcontento apparente è solo la punta di un iceberg.

Riorganizzare le rotte

Sul piano materiale, la riorganizzazione è già cominciata. Gli Emirati hanno annunciato una strategia di zero dipendenza da Hormuz, ampliando porti fuori dallo Stretto, costruendo oleodotti e linee ferroviarie alternative. L’Oman, finora considerato una “nazione addormentata” sull’Arabia, è diventato hub logistico cruciale per i vicini grazie ai suoi porti sul Mar Arabico, fuori Hormuz, da cui le merci transitano via terra fino al Golfo. La diplomazia segue la geografia. Martedì scorso, a Mascate, il sultano Haytham bin Tariq ha incontrato il primo ministro del Qatar Mohammed bin Abdulrahman Al Thani. Oggetto della discussione, Hormuz — e l’inaccettabilità, nelle parole qatarine, di una situazione in cui la porta d’accesso al mondo è sotto il controllo di una singola parte. Sempre l’Oman ha annunciato l’apertura di due rotte di navigazione temporanee, una a nord e una a sud del corridoio principale. I Guardiani della Rivoluzione iraniani hanno smentito immediatamente, avvertendo che Teheran adotterà le misure necessarie contro le navi che violano le regole iraniane.

Anche l’Arabia Saudita estrae profitto dalla crisi. Le esportazioni complessive di aprile sono cresciute del 9,3% rispetto a dodici mesi prima, raggiungendo i 101 miliardi di riyal, grazie soprattutto ai porti di Gedda e Yanbu sul Mar Rosso — fuori Hormuz. Le vulnerabilità geopolitiche si fanno opportunità economiche dove le infrastrutture esistono. Dove non esistono, si costruiscono.

La mappa che si ridisegna

Nelle prossime settimane si valuterà la tenuta della tregua. Le voci ufficiali del Golfo hanno accolto pubblicamente l’accordo, perché la guerra è stata troppo costosa. Dietro le quinte, dicono gli analisti, la frustrazione è più diffusa. L’accordo bilaterale Stati Uniti-Iran non menziona quasi le preoccupazioni regionali — l’arsenale missilistico iraniano, il sostegno alle milizie regionali, il futuro di Hormuz. La rimozione temporanea delle sanzioni petrolifere contro Teheran, decretata lunedì scorso, potrebbe portare alla Repubblica islamica un sollievo economico significativo. Abdulrahman al-Rashed, columnist saudita vicino alla leadership del Regno, ha scritto su Asharq al-Awsat che l’accordo riabilita il regime di Teheran come potenza regionale, e i benefici finanziari ne faranno un mostro più grande di prima. È la lettura più dura, ma circola.

C’è anche una contro-lettura, e la propone Ghuloom — la guerra ha spinto i Paesi del Golfo a diventare più resilienti di quanto pensassero, e ha aperto la possibilità di un negoziato regionale separato con l’Iran. Tra le due letture, la mappa che si ridisegna ha un dato condiviso. Il Golfo non torna allo status quo del febbraio scorso. La sicurezza del Golfo non passa più solo dalle basi americane, ma da rotte alternative, da negoziati propri, da capacità militari autonome, da una difficile ridefinizione di chi ordina lo spazio del passaggio.



Alessio Zattolo – PhD Student

 

Articolo elaborato a partire dal reportage di Vivian Nereim, “How Three Months of War Changed the Gulf Forever”, New York Times, 26 giugno 2026.

Coordinamento a cura di Ciro Sbailò

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