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Le guerre senza Stati. Erik Prince e la privatizzazione della forza

Articolo elaborato a partire da Malcolm Moore, "Blackwater founder Erik Prince: Trump was 'badly advised' on Iran", Lunch with the FT, Financial Times, 26 giugno 2026.

Nell’intervista rilasciata al Financial Times lo scorso 26 giugno, Erik Prince — fondatore di Blackwater, ex-Navy Seal, ex-contractor della CIA, oggi presidente di Vectus Global — ammette per la prima volta ciò che per quindici anni aveva negato, il proprio operato come mercenario, e formula la categoria che riassume la sua attività attuale con Vectus in Haiti e nella Repubblica Democratica del Congo — non più sicurezza privata, ma privatizzazione del governo fallito. Si tratta della stessa trasformazione strutturale che il Golfo, dopo i tre mesi di guerra con l’Iran, sta rendendo operativa. Prince, a suo modo, non segnala la fine dell’Occidente, bensì la sua figura di supplenza, quando lo Stato-esercito insegue la tecnica senza raggiungerla.

 

La cornice del pranzo tra il giornalista del FT ed il magnate dei contractor vicino alla Casa Bianca aiuta a anticipare la diagnosi. Malcolm Moore ha incontrato Prince al 34 di Grosvenor Square, a poche decine di metri dall’ex ambasciata americana a Londra — edificio sulla cui ala si erge ancora un’aquila d’oro, benché ospiti oggi un hotel qatarino da 1.200 sterline a notte. Un simbolo del potere americano trasformato in patrimonio del Golfo, un ex-ufficiale americano di operazioni speciali che vende servizi militari a governi africani e caraibici, un’aquila che non è più il segno dello Stato americano ma la reliquia di un ordine mondiale che perde presa.

La sclerosi dello Stato-esercito

La tesi che Prince trasmette al Financial Times è chiara. La guerra fa periodicamente salti tecnologici che ridefiniscono il mondo — la pallottola, il carro armato, l’aereo da caccia. Il prossimo salto sono i droni a buon mercato ma letali. In Ucraina, secondo il fondatore di Blackwater, il settanta per cento delle perdite del nemico è oggi causato da droni FPV — quelli pilotati con visore immersivo in prima persona. Interi tratti del fronte sono “pattugliati” da sistemi automatici, con le truppe nemiche che devono talvolta arrendersi a un robot. Se dieci anni fa poteva suonare fantascienza, oggi è diventata ordinaria amministrazione del campo di battaglia.

 

Ma il fatto militare, per Prince, è secondario rispetto al fattore organizzativo. L’Ucraina ha decentrato l’acquisto militare, così che i comandanti sul campo possano ordinare online le armi di cui hanno bisogno, mentre l’apparato americano — dice Prince — ha invece lo stesso sistema centralizzato di matrice sovietica, perfezionato negli ultimi ottant’anni fino alla sclerosi. Russi e cinesi stanno superando gli Stati Uniti, mentre in Ucraina lo stesso Esercito popolare cinese osserva, e impara alla velocità che il conflitto consente. La lettura, dietro l’aneddotica, è strutturale — lo Stato-esercito del ventesimo secolo, con il suo apparato centralizzato di acquisto e la sua deterrenza convenzionale, non insegue più la tecnica al ritmo che la tecnica pretende.

 

La categoria di sclerosi non è casuale. Nella monografia Mercenaries and War: Understanding Private Armies Today, pubblicato dalla National Defense University Press nel 2019, Sean McFate — ex-paracadutista dell’esercito statunitense, già contractor DynCorp, oggi Senior Fellow all’Atlantic Council — descrive lo stesso movimento come “marketizzazione della guerra”, dove la forza militare viene comprata e venduta come qualsiasi materia altra prima. La forma antica del mercenariato ritorna, e i militari moderni hanno dimenticato come combatterla. Se questa tendenza si svilupperà, avverte McFate, i super-ricchi potrebbero diventare superpotenze — e in un tempo non molto lontano si potrebbe arrivare a guerre senza Stati.

Il mercenario ammesso

Quando Blackwater fu al centro dello scandalo di Nisour Square nel 2007 — diciassette iracheni uccisi dai contractor americani in una piazza di Baghdad — Prince rifiutò l’etichetta di mercenario, sostenendo che i suoi uomini erano veterani americani che tornavano in Iraq dopo missioni ufficiali. Se allora ammetteva l’operatività privata, negando il mercenariato, oggi la posizione sembra cambiata. “Quello che facciamo in Haiti rientra indubbiamente nella definizione di mercenario” — è la formulazione precisa che Prince offre a Moore, aggiungendo, con lettura storica, che i soldati professionisti fanno parte della guerra da quando le persone hanno cominciato a raccogliere bastoni per lanciarli.

 

L’ammissione conta più della premessa storica. Prince, che per quindici anni ha costruito la propria pubblica difesa contro l’accusa di mercenariato, la accetta oggi come descrizione neutra della propria attività, perché il termine ha perso il proprio stigma. Non nel senso che il mercenariato sia diventato accettabile, ma nel senso che la categoria dello Stato-esercito ha perso il proprio monopolio semantico. Quando lo Stato è l’unico attore legittimo della forza, chi opera al di fuori dello Stato è un fuori-legge. Quando invece la forza si distribuisce fra più attori — Stati che arrancano, contractor privati, gruppi armati transnazionali, aziende tecnologiche che offrono capacità che nessun ministero della difesa possiede — la parola mercenario diventa descrizione di categoria, non più condanna morale.

 

Il modello di Vectus Global offre la formulazione più chiara di questa transizione. In Haiti, Prince opera contro decine di migliaia di membri di gang, e sostiene di aver riconquistato circa metà di Port-au-Prince. Nel Congo ha ottenuto un contratto di riscossione fiscale per contrastare il saccheggio dei ricavi minerari. Non viene pagato dal governo americano né dall’Unione Europea, bensì dai governi locali che hanno un grande problema, e la sua compensazione è una percentuale delle tasse riscosse. È lui stesso a definire esplicitamente la formula — non più sicurezza privata, ma privatizzazione del governo fallito. Il che chiude il cerchio, perché lo Stato non è più il monopolista della forza, ma diventa il committente dell’attore privato che gliela restituisce, in cambio del proprio spazio fiscale.

Il laboratorio e il ciclo

L’Ucraina come laboratorio non è invenzione di Prince. Uno studio del Royal United Services Institute pubblicato nel settembre 2025 documenta la stessa dinamica su un piano ulteriore . Il conflitto ucraino sta diventando commercialmente fagocitato, perché aziende tecnologiche sottoscrivono l’autonomia delle armi, i contractor militari privati vendono pacchetti di forza combinati con dati, e la telemetria del campo di battaglia si trasforma in attivo scambiabile sul mercato. Cyber mercenari — quelli che l’analisi RUSI definisce Private Sector Offensive Actors — sono emersi come strato parallelo di forza operante al di fuori delle catene di comando formali, con responsabilità minima e ambiguità strategica.

 

Ma il passaggio più notevole del rapporto è la formulazione del ciclo che si autoalimenta. Più il conflitto dura, più cresce la domanda di innovazione. Più cresce l’innovazione, più il conflitto diventa investibile e commercialmente sostenibile. Un ciclo che non solo sostiene la guerra ma comincia a modellarne la logica, perché la prima si autorigenera come mercato — cambiamento strutturale che nessun trattato bilaterale, e nessun cessate il fuoco, può disinnescare da solo.

Il Golfo che apre

Al centro del pezzo FT, Prince avanza una previsione operativa che rimanda direttamente allo scenario che, come abbiamo scritto in queste pagine, sta prendendo forma nel Golfo dopo i tre mesi di guerra con l’Iran. 

 

Nel lungo periodo, gli Stati del Golfo cominceranno a ridurre la propria dipendenza dai militari americani, preferendo aprirsi ad altri paesi o a compagnie private — chiunque possa iterare alla velocità necessaria per fornire difesa. È la stessa dinamica letta dalla sponda opposta. Le monarchie del Golfo, che dopo il febbraio 2026 hanno scoperto che le basi americane funzionano come parafulmine invece che come ombrello, cercano capacità militari autonome, patti di non aggressione separati con l’Iran, rotte alternative fuori Hormuz. Prince, dalla sponda dell’offerente, si dichiara disponibile all’occorrenza, ricorda a Moore la propria amicizia personale con Mohammed bin Zayed, presidente degli Emirati, e osserva che il Golfo non ha chiamato — perché, a suo dire, ha già le cose in ordine. Il messaggio è però chiaro. Il mercato della supplenza militare privata è aperto, e Prince si farà trovare pronto.

Il doppio segno

Prince non sembra emergere dunque nemico dello Stato-occidente, bensì come la sua figura più ambigua di supplenza. “Sono un innamorato non pentito della civiltà occidentale, e la difenderò fino alla fine”, dice al Financial Times quando racconta di aver rifiutato l’invito del Cremlino a costruire una Blackwater russa. La coerenza della sua traiettoria — Blackwater in Iraq per lo Stato americano, addestramento di forze per Abu Dhabi, oggi Vectus in Haiti e Congo, domani forse il Golfo — segue un filo che lui stesso rende esplicito. Dove lo Stato-occidente non arriva più con la propria forza convenzionale, Prince arriva con la forza privata. È sintomo della crisi del monopolio statuale della forza, ma non ne festeggia il collasso. La interpreta piuttosto come opportunità di supplenza, perché la civiltà occidentale continua ad aver bisogno di forza operativa, e se lo Stato non la fornisce, il contractor la fornisce al posto suo.

 

Supplenza operativa, non superamento dottrinale. Il che rende la figura di Prince forse più inquietante, perché mostra che la crisi dello Stato-esercito non produce automaticamente il pacifismo, e non produce automaticamente nemmeno il ritorno del monopolio statuale. Piuttosto si inserisce in una zona grigia dove attori privati assumono funzioni fino a ieri statuali, con motivazioni che possono essere convergenti con quelle dell’Occidente, ma che restano private — inaccessibili al controllo democratico e alla contabilità pubblica.

Le guerre senza Stati

McFate chiama questa configurazione neomedievalismo, in un libro dedicato pubblicato dalla Oxford University Press. Il ventunesimo secolo, sostiene, somiglia più al dodicesimo che al ventesimo. Prima della Pace di Westfalia del 1648, gli Stati europei non avevano il monopolio della forza, perché compagnie mercenarie, oligarchi militari e condottieri privati offrivano armi ai signori feudali che potevano permettersele. Il sistema westfaliano fu costruito per porre fine a quella dispersione, dando a ciascuno Stato il proprio esercito e ritirando alla forza privata la propria legittimità. Il ritorno del mercenariato oggi, dunque, non è anomalia, quanto il segno che il quadro westfaliano si sta smontando, e che stiamo entrando in un sistema nuovo dove Stati che arrancano, contractor privati, gruppi armati transnazionali e aziende tecnologiche condividono l’autorità sulla forza.

 

Prince, nel salone del 34 Mayfair, non descrive dunque un fenomeno marginale, ma un modello operativo che si sta generalizzando. Le previsioni di McFate sui super-ricchi che diventano superpotenze non sono più fantascienza, perché quando lo Stato non insegue più la tecnica, chi la insegue diventa il vero decisore dello spazio della forza. Che il pranzo si svolga a Mayfair, a poche decine di metri dall’aquila dorata dell’ex ambasciata americana oggi hotel del Qatar, è la scenografia adeguata. Il potere non ha più bisogno dell’ambasciata per esercitarsi. Basta il cellulare di Erik Prince, e chi ha bisogno di eserciti privati chiama.

 

Alessio Zattolo – PhD Student

Coordinamento a cura di Ciro Sbailò

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