Elezioni in Russia: il Cremlino ha contato due volte
- 25 Settembre 2026
Domenica sera, a seggi appena chiusi, lo Stato russo ha diffuso due misure dello stesso voto. La prima veniva dal VTsIOM, il centro demoscopico pubblico, che nel proprio exit poll attribuiva a Russia Unita il 49,4 per cento. La seconda è arrivata dalla Commissione elettorale centrale, e a spoglio concluso assegna al partito di governo poco più del 58 per cento dei voti di lista e oltre tre quarti dei seggi della Duma: 355 su 450, contro i 324 della legislatura uscente. Comunisti, liberaldemocratici e Nuova Gente si spartiscono quasi tutto il resto; l’affluenza sfiora il 60 per cento, la più alta mai registrata per queste elezioni. Il voto si è chiuso mentre sulla regione di Mosca si abbatteva il più ampio attacco di droni ucraini dall’inizio della guerra.
Fra le due cifre corrono quasi nove punti, e nessuna delle due viene dall’opposizione. Non è una novità: già nel 2016 l’exit poll del VTsIOM fermava Russia Unita al 44,5 per cento mentre il conteggio ufficiale la portava oltre il 54. Uno scarto che si ripete a dieci anni di distanza smette di essere un incidente. È un tratto del sistema, e chiede di essere spiegato.
Sapere e mostrare
Alla vigilia del voto Paul Sonne, che dirige l’ufficio moscovita del New York Times, ha posto la domanda di fondo: perché un regime che può incarcerare gli avversari e riscrivere le regole a piacimento si preoccupa tanto di sondaggi ed elezioni? La risposta che ricava dalla scienza politica è che l’autocrate ha bisogno di sapere che cosa pensano i governati proprio perché la repressione glielo impedisce — il «dilemma del dittatore» di Ronald Wintrobe, aggravato dalla falsificazione delle preferenze che Timur Kuran ha descritto: più la paura cresce, meno le risposte sono sincere. Il servizio federale di protezione, la guardia personale di Vladimir Putin, mantiene per questo una propria divisione sociologica che consegna al Cremlino rilevazioni riservate. Timothy Frye, della Columbia, riassume il problema in una formula: chi falsifica troppo rivela debolezza, chi falsifica troppo poco rischia un risultato che minaccia il proprio potere.
Le due cifre di domenica si leggono meglio alla luce di questo schema. Non si contraddicono per errore: svolgono funzioni diverse. La prima serve a conoscere, la seconda a mostrare.
Che il regime conosca il proprio consenso lo dicono i suoi stessi strumenti. Nella rilevazione conclusa il 6 settembre il VTsIOM assegnava a Russia Unita il 37,4 per cento delle intenzioni di voto, su un campione che comprende gli indecisi e che non va quindi confrontato meccanicamente con i voti validi. Sonne documenta anche le correzioni di rotta: in aprile, dopo che la quota di russi che indicavano spontaneamente Putin fra i politici di cui si fidano era scesa al livello più basso della guerra, il VTsIOM ha smesso di pubblicare quella risposta e ha spostato metà delle interviste dal telefono al porta a porta, dove il dissenso si dichiara meno volentieri.
Un voto che si sospetta osservato
Il conteggio, intanto, passa per strumenti che nessuno può più verificare dall’esterno. Il movimento Golos, l’unico osservatorio elettorale indipendente del Paese, ha chiuso nel 2025 dopo la condanna del suo copresidente, e Mosca non ha invitato osservatori dell’OSCE.
Al centro di questa opacità c’è il voto elettronico, che in questa tornata ha smesso di essere un’opzione marginale: oltre 3,6 milioni di elettori hanno votato online attraverso la piattaforma federale, attiva in trentadue regioni, mentre Mosca continua a servirsi di un proprio sistema. Andrej Pertsev, giornalista di Meduza, osserva su Carnegie Politika che quella piattaforma è diventata uno strumento di pressione: chi dipende dallo Stato per il proprio stipendio teme che le autorità possano vedere come ha votato, e a scanso di equivoci vota per il partito di governo. Pochi giorni prima delle urne il sito investigativo iStories ha analizzato documenti sottratti allo sviluppatore di GAS Vybory 2.0, il sistema di aggregazione impiegato per la prima volta in un’elezione federale: secondo gli esperti interpellati, il sistema non protegge dalla sostituzione dei verbali e accetta i risultati del voto elettronico di Mosca anche senza la firma digitale che dovrebbe garantirli.
Qui i due piani si toccano. Il voto online serve a gonfiare l’affluenza e a rendere docile il conteggio, cioè lavora sulla seconda cifra, quella che il Cremlino mostra. Ma un elettore che sospetta di essere osservato mentre vota si comporta esattamente come l’intervistato che mente al sondaggista. Lo strumento che migliora la rappresentazione del consenso peggiora la conoscenza di quel consenso: il regime si toglie da solo il termometro che pure continua a costruire.
Una questione di diritto d’autore
Sonne ricorda una massima cara ai politologi: soltanto i dilettanti truccano le elezioni il giorno del voto. Il lavoro decisivo si è svolto in agosto, in un’aula della Corte suprema.
Il 10 agosto la Corte ha annullato la registrazione della lista federale di Jabloko, l’unico partito ammesso alla competizione che chiedesse la fine dei combattimenti. Il ricorso era stato depositato da Rodina, piccola formazione ultranazionalista, tre giorni dopo che la Commissione elettorale aveva registrato quella lista; Commissione e procura lo hanno poi sostenuto in udienza. Rodina sosteneva fra l’altro che l’appello di Jabloko a un cessate il fuoco contenesse elementi di estremismo, perché implicava la rinuncia a territori che Mosca considera propri. La Corte non ha seguito questa strada. Ha escluso il partito soprattutto per violazioni del diritto d’autore nei materiali di campagna, oltre che per irregolarità nei finanziamenti; fra le prove figurava un’intervista in cui il fondatore Grigorij Javlinskij citava una canzone sovietica per bambini. Il 17 agosto l’appello è stato respinto. Nelle settimane successive, con argomenti quasi identici, i tribunali regionali hanno cancellato le liste del partito una regione dopo l’altra: delle otto in cui si era presentato, a settembre ne restava soltanto una.
Il dettaglio giuridico conta più di quanto sembri. Una questione eminentemente politica — se in Russia sia lecito chiedere la pace agli elettori — è stata risolta come una controversia sulla proprietà intellettuale. Il giudice ha evitato di pronunciarsi sulla guerra e ha ottenuto lo stesso risultato attraverso categorie civilistiche ordinarie. È la forma che il sistema tiene a preservare, e che il presidente rivendica: nel messaggio agli elettori del 16 settembre Putin ha tenuto a precisare che si votava «in rigoroso rispetto della legge», e al congresso di Russia Unita, cinque giorni dopo l’esclusione di Jabloko, aveva ripetuto che la fonte del potere è il popolo. La frase è quasi una parafrasi dell’articolo 3 della Costituzione, che indica nel popolo multinazionale il titolare della sovranità e l’unica fonte del potere.
Ora John Reuter, dell’Università del Wisconsin, spiega a Sonne perché il Cremlino non possa rinunciare al rito. Un monarca può richiamarsi alla dinastia, un regime marxista-leninista alla lotta di classe; il potere di Putin è nato dalla democrazia postsovietica e non dispone di un’altra fonte di legittimità. Ne discende un vincolo singolare: lo Stato deve continuare a votare, e deve fare in modo che il voto non possa esprimere ciò che non vuole ascoltare.
Il voto che non designa
Il Marocco va alle urne mercoledì, e il confronto aiuta a misurare che cosa sia in gioco a Mosca. Il re del Marocco regna e governa: è capo dello Stato e comandante dei credenti, guida le forze armate, presiede il consiglio dei ministri e quello superiore della magistratura. Eppure dal 2011 l’articolo 47 della Costituzione lo obbliga a scegliere il capo del governo all’interno del partito arrivato primo alle elezioni. In una monarchia che nessuno definirebbe parlamentare, il voto designa almeno qualcosa.
In Russia no. Dopo la revisione del 2020 l’articolo 111 della Costituzione prevede che la Duma approvi il candidato alla presidenza del governo indicato dal capo dello Stato; se lo respinge tre volte, il presidente nomina comunque il proprio candidato e può sciogliere la Camera. Il risultato elettorale non determina chi governa. Determina un’altra cosa: se Russia Unita disponga da sola dei due terzi dei seggi, la soglia che l’articolo 108 richiede per le leggi costituzionali federali. Era questo il compito assegnato al blocco politico del Cremlino guidato da Sergej Kirienko, e Pertsev lo quantificava alla vigilia in almeno trecento seggi su 450. Il risultato ne ha consegnati 355.
La domanda, allora, non riguarda il vincitore. Riguarda l’uso di una maggioranza che non serve a formare un governo ma a disporre della Costituzione.
Due campagne
Su un punto la competizione ha mostrato una frattura dentro il potere. Secondo Pertsev il Cremlino aveva scelto una campagna volutamente spenta, con programmi vaghi, spese ridotte e parole d’ordine belliche tenute a distanza, per scoraggiare la partecipazione degli elettori indipendenti e lasciare il campo a chi dipende dallo Stato. Il sindaco di Mosca Sergej Sobjanin, capolista accanto al ministro degli Esteri Lavrov, ha rassicurato gli elettori sostenendo che mettere l’economia su un piede di guerra sarebbe inutile e dannoso.
Putin ha condotto un’altra campagna. In giugno e in agosto ha trasformato i congressi del partito in tribune sulla guerra e sulla geopolitica, ha definito «alcuni disagi» le code e le risse ai distributori per la penuria di carburante, e il 22 agosto ha presentato il voto come un referendum sulla linea del Paese. Il messaggio del 16 settembre — la prima volta che un presidente russo si rivolge agli elettori per invitarli a votare alle legislative — ne ha tratto la conseguenza: partecipare, ha detto, è un contributo comune alla vittoria. Per Pertsev il presidente, che avrebbe giovato al partito restando un patrono lontano, ne è diventato l’ostacolo.
La tensione è riaffiorata lunedì mattina con un episodio minimo e rivelatore. In conferenza stampa il segretario del consiglio generale di Russia Unita, Vladimir Jakušev, ha annunciato che circa 86 partecipanti alla «operazione militare speciale» avrebbero ottenuto un seggio nel gruppo del partito. L’agenzia statale RIA Novosti ha ritirato la notizia su richiesta dell’ufficio stampa del partito, in attesa di chiarimenti sui dati; poco dopo lo stesso Jakušev indicava alla TASS la cifra di 49. Il presidente vuole che i reduci diventino la futura classe dirigente del Paese; il partito, a scrutinio ancora aperto, ne ha dimezzato il numero nel giro di poche ore.
Per la pace, scheda nulla
Nikolaj Rybakov, presidente di Jabloko, si è presentato al seggio sapendo che il simbolo del suo partito non compariva sulla scheda federale. Ha scritto a mano il nome del partito e due parole, «per la pace», e ha infilato la scheda nell’urna. Per la legge elettorale quella scheda è nulla: non entrerà in nessuna delle due cifre, né in quella che il Cremlino usa per sapere né in quella che mostra al Paese.
Eppure il partito escluso dalla scheda federale è entrato in un’assemblea regionale. A Novgorod, l’unica regione in cui la sua lista era sopravvissuta ai tribunali, Jabloko ha superato di circa un punto la soglia del 5 per cento, con più di dodicimila voti. Otto iscritti sono in carcere; in trentatré anni di attività il partito ne ha visti uccidere sei. Ad Avvenire Rybakov ha spiegato che in un sistema che epura ogni opinione alternativa la campagna elettorale diventa per i cittadini «un’opportunità di resistenza morale legalmente non perseguibile», e ha rivendicato di non aver lasciato il Paese.
È la contropartita del vincolo di Reuter. Lo Stato non può smettere di votare, perché da lì viene la sua legittimità; e finché vota deve lasciare in piedi un residuo di procedura — un seggio, un’urna, una scheda da riempire — che qualcuno può sempre usare per dire ciò che quello Stato non vuole sentirsi dire. Dodicimila voti a Novgorod e una scheda annullata a Mosca non pesano nulla sulla maggioranza costituzionale. Sono però l’unica parte di questa tornata il cui significato non ha bisogno di interpreti.
Alessio Zattolo – PhD Candidate