L’onda d’urto dell’AfD: crepe nel cordone sanitario e rischio di paralisi istituzionale
- 25 Settembre 2026
Le elezioni statali tenutesi in Germania domenica 20 settembre rappresentano l’ennesimo terremoto politico, a breve distanza da quello che ha avuto luogo in Sassonia-Anhalt, con profonde ripercussioni sulla stabilità del governo federale guidato da Friedrich Merz. Il voto per il rinnovo dei parlamenti regionali (Landtag) in Meclemburgo-Pomerania Anteriore e per la Camera dei deputati (Abgeordnetenhaus) di Berlino ha restituito un quadro di forte polarizzazione e di clamoroso arretramento per il partito del Cancelliere, la CDU (Unione Cristiano-Democratica).
Il dato più eclatante, che Merz stesso ha definito un “disastro”, proviene dal Meclemburgo-Pomerania Anteriore. Per la prima volta nella storia della Repubblica Federale Tedesca, la CDU ha mancato l’ingresso in un parlamento statale. Fermandosi al 4,9%, il partito conservatore non ha superato la soglia di sbarramento del 5%, segnando un crollo verticale rispetto alle elezioni precedenti. Questo risultato, unito alle pesanti perdite registrate a Berlino, dove la CDU guidava il governo cittadino con il sindaco uscente Kai Wegner, mina gravemente la leadership di Merz a livello federale.
Le cause di questa debacle sono molteplici e riflettono il crescente scollamento tra il partito di centrodestra e l’elettorato. Da un lato, il malcontento popolare verso le politiche nazionali e la gestione delle sfide economiche, dall’altro, l’incapacità della CDU di arginare la fuga di consensi verso formazioni più radicali o verso l’astensionismo. La leadership di Merz è ora sotto assedio e si aprono interrogativi sulla sua capacità di mantenere la coesione del partito e della coalizione di governo a Berlino, in vista del ciclo elettorale del prossimo anno, che vedrà al voto ben cinque stati federati, tra cui il Nord Reno-Vestfalia, regione chiave e serbatoio di voti decisivo.
Se la CDU piange, l’Alternative für Deutschland (AfD) esulta. Nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore, l’AfD ha ottenuto un risultato storico, posizionandosi come primo partito e superando, seppur di poco, la SPD (Partito Socialdemocratico). Questo successo si inserisce in un trend consolidato nell’Est della Germania, confermando il forte radicamento dell’estrema destra in queste regioni.
L’affermazione dell’AfD impone una seria riflessione sulle dinamiche politiche e sociali in atto. Il partito guidato a livello nazionale da Alice Weidel e Tino Chrupalla capitalizza il diffuso senso di insicurezza economica, l’opposizione alle politiche di accoglienza dei migranti e una retorica nazionalista che fa presa su fasce sempre più ampie dell’elettorato, in particolare nei territori dell’ex Germania Est. A Berlino, l’AfD ha raddoppiato i propri consensi rispetto alla precedente tornata elettorale, confermando un’avanzata che non si limita più solo alle regioni orientali.
La perdita di consenso della CDU e la profonda frammentazione emersa dalle urne riducono drasticamente il margine di manovra internazionale del governo federale. La Germania, tradizionalmente considerata il motore economico e politico dell’Unione Europea, rischia di trovarsi paralizzata da turbolenze interne che limitano la sua capacità di leadership a Bruxelles. Gli alleati occidentali osservano con crescente preoccupazione l’ascesa di forze politiche che contestano apertamente i pilastri dell’architettura di sicurezza europea, propongono l’uscita da strutture chiave e manifestano posizioni apertamente critiche o ostili nei confronti della NATO e del sostegno finanziario e militare all’Ucraina.
Inoltre, un esecutivo federale indebolito da sconfitte regionali epocali fatica a mantenere coesa la propria maggioranza su temi cruciali di politica estera, rendendo più complessa la gestione dei rapporti con Washington e l’alleanza con la Francia nell’ambito del rilancio dell’asse franco-tedesco. L’indebolimento del centro moderato tedesco priva l’Unione Europea di una guida forte e stabile in un momento storico in cui la competitività economica globale e la difesa comune richiedono decisioni rapide e coese. La percezione di una Germania distratta dai propri problemi interni e vulnerabile alle pressioni delle forze populiste e antisistema rischia di erodere il peso specifico di Berlino nei tavoli negoziali internazionali.
Di pari passo con le tensioni geopolitiche, il sistema politico interno si trova a fare i conti con la tenuta del cosiddetto Brandmauer, il cordone sanitario attraverso cui tutti i partiti democratici tradizionali si impegnano a escludere qualsiasi forma di alleanza, cooperazione o accordo di governo con l’AfD. Con il successo elettorale che ha incoronato l’estrema destra come primo partito in Meclemburgo-Pomerania Anteriore e ne ha consolidato la presenza a Berlino, la tenuta di questa barriera entra in una fase di estrema criticità.
Escludere una forza politica che raccoglie percentuali così elevate di consenso costringe i partiti tradizionali a dar vita a coalizioni eterogenee e innaturali, spesso fondate unicamente sull’obiettivo di sbarrare la strada all’estrema destra piuttosto che su una visione programmatica condivisa; una strategia che, paradossalmente, rischia di far perdere ancora più voti ai partiti che ne prendono parte. Questa dinamica alimenta la retorica dell’AfD, che dipinge l’establishment politico come un cartello chiuso e autoreferenziale, indifferente alla volontà popolare, alimentando ulteriormente la radicalizzazione e il risentimento di ampie fette di elettorato.
D’altra parte, qualsiasi cedimento o discussione interna sulla revisione del cordone sanitario aprirebbe una voragine nella cultura politica della Repubblica Federale, nata dalle ceneri del nazionalsocialismo proprio con l’imperativo di isolare le forze antidemocratiche. I partiti centristi si trovano così intrappolati in un dilemma strutturale: perseverare nel cordone sanitario al prezzo di una cronica instabilità di governo e della paralisi legislativa (oltre ad alimentare l’emorragia di consensi), oppure rischiare la legittimazione istituzionale di un partito che sfida i fondamenti liberali dello Stato di diritto tedesco.
In questo panorama polarizzato, i partiti di centrosinistra e di sinistra radicale mostrano segnali di vitalità, pur con dinamiche differenziate. Nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore, la SPD della Ministra-Presidente uscente Manuela Schwesig si conferma al secondo posto, con il 35,5% dei voti. La Schwesig, grazie a una forte leadership personale, ha limitato i danni rispetto alle perdite del suo partito a livello nazionale e ha la possibilità di formare un nuovo governo, molto probabilmente in coalizione con Die Linke (La Sinistra) e i Verdi (che si attestano intorno al 5%).
A Berlino, l’esito elettorale è stato altrettanto sorprendente. Die Linke, con la candidata Elif Eralp, è diventato il primo partito, bissando il successo ottenuto in Turingia nel 2019. Un risultato che testimonia la resilienza della sinistra radicale nella capitale e la capacità di intercettare il voto di protesta e le istanze legate al diritto alla casa e ai servizi sociali. Anche in questo caso, la formazione di una maggioranza sarà complessa, escludendo a priori accordi con la CDU e l’AfD. I partiti della precedente coalizione (CDU e SPD), così come i Verdi, hanno perso circa un terzo del proprio sostegno elettorale, a dimostrazione della frammentazione e della volatilità dell’elettorato.
I risultati di domenica 20 settembre configurano una Germania politicamente spaccata. Il terremoto elettorale, con la storica sconfitta della CDU in Meclemburgo-Pomerania Anteriore e l’avanzata inarrestabile dell’AfD, impone un profondo ripensamento ai partiti tradizionali e solleva interrogativi cruciali sul futuro del governo federale e sulle prospettive politiche della prima economia europea.
Stefano Lovi – PhD Candidate