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La guerra in Iran e i paesi sunniti: reazioni, calcoli, scenari

All'undicesimo giorno di guerra, il prezzo del petrolio ha già compiuto un'intera parabola: sfiorati i 120 dollari al barile nel fine settimana, crollato sotto i 77 dopo una comunicazione errata della Casa Bianca su un corridoio navale nello Stretto di Hormuz che non esiste, risalito attorno agli 88. Una volatilità che non riflette solo la guerra in corso, ma l'assenza di un quadro chiaro su come possa concludersi. Washington trasmette segnali contraddittori sugli obiettivi della campagna. Teheran colpisce i vicini nonostante le scuse pubbliche del presidente Pezeshkian, smentite poche ore dopo dai Guardiani della Rivoluzione. Ogni paese della regione sta ricalcolando la propria esposizione - militare, economica, politica - senza che nessuno controlli davvero la traiettoria degli eventi.

All’undicesimo giorno di guerra, il prezzo del petrolio ha già compiuto un’intera parabola: sfiorati i 120 dollari al barile nel fine settimana, crollato sotto i 77 dopo una comunicazione errata della Casa Bianca su un corridoio navale nello Stretto di Hormuz che non esiste, risalito attorno agli 88. Una  volatilità che non riflette solo la guerra in corso, ma l’assenza di un quadro chiaro su come possa concludersi. Washington trasmette segnali contraddittori sugli obiettivi della campagna. Teheran colpisce i vicini nonostante le scuse pubbliche del presidente Pezeshkian, smentite poche ore dopo dai Guardiani della Rivoluzione. Ogni paese della regione sta ricalcolando la propria esposizione – militare, economica, politica – senza che nessuno controlli davvero la traiettoria degli eventi.

I paesi del Golfo: il modello sotto pressione

La strategia iraniana nei confronti dei paesi del Golfo risponde a una logica precisa: colpire ciascuno dove fa più male. Dubai negli hotel e nelle infrastrutture turistiche. Il Qatar a Ras Laffan, cuore della produzione di GNL, che Doha ha dovuto sospendere. Il Kuwait all’aeroporto internazionale di Ghazali street. Il Bahrain alla raffineria Bapco e a un impianto di desalinizzazione. L’Arabia Saudita al campo petrolifero di Shaybah e al quartiere diplomatico di Riyad. Anche i porti dell’Oman, storicamente neutrale, sono stati colpiti.

I sistemi di difesa aerea hanno tenuto – gli EAU hanno intercettato 16 dei 17 missili balistici e 113 dei 117 droni rilevati in una sola giornata – ma il costo dell’intercettazione supera strutturalmente quello dei vettori offensivi iraniani, e le scorte non si rigenerano rapidamente. Il danno reputazionale è già misurabile: la percezione di rischio elevato sta già riorientando i flussi commerciali e turistici indipendentemente dall’esito militare.

Nessuno dei paesi del Golfo ha risposto militarmente. Secondo Andreas Krieg del King’s College London, la ragione è che un regime iraniano che combatte per la sopravvivenza potrebbe intensificare ulteriormente gli attacchi – colpendo le infrastrutture di desalinizzazione, da cui dipende l’approvvigionamento idrico dell’intera regione. C’è poi il timore che se Trump decidesse di dichiarare vittoria e uscire, le monarchie arabe sunnite si troverebbero soli a gestire le conseguenze. Un paese che superi la soglia della partecipazione aperta, ha osservato Krieg, diventa un bersaglio permanente durante e dopo la guerra. Le posture nazionali, tuttavia, non sono uniformi: ciascun paese porta nel conflitto una storia diversa con Teheran e calcoli propri su cosa convenga fare o non fare.

Posture differenziate

Emirati Arabi Uniti. Gli EAU hanno subito il carico maggiore degli attacchi — quasi quanto Israele nelle prime ventiquattro ore. Secondo l’Atlantic Council, questo ha infranto un tacito accordo di non belligeranza che Abu Dhabi e Teheran mantenevano da anni, fondato anche sui consistenti interessi finanziari iraniani a Dubai. Il presidente Mohammed bin Zayed ha dichiarato in un discorso televisivo che gli Emirati sono «in un periodo di guerra» e ne usciranno più forti. La sfida strutturale è però più profonda: oltre i tre quarti del PIL emiratino provengono da settori non petroliferi, e quella base economica dipende dalla reputazione di stabilità che gli attacchi hanno cominciato a erodere. Una revisione complessiva della strategia di sicurezza sembra inevitabile.

Arabia Saudita. Riyad mantiene la postura più ambigua. La debolezza iraniana apre a uno spazio per consolidare il proprio ruolo regionale che l’Iran aveva sistematicamente ostacolato – ma una Repubblica islamica destabilizzata in modo permanente potrebbe rivelarsi più pericoloso di uno contenuta. Questo calcolo spiega la doppiezza dei messaggi sauditi nelle prime ore del conflitto. Sul piano operativo, secondo The Arab Weekly, il ministro degli Esteri ha avvertito Teheran che se gli attacchi alle infrastrutture energetiche saudite fossero proseguiti, Riyad sarebbe stata costretta a permettere alle forze americane di usare le proprie basi e avrebbe risposto militarmente. È un ultimatum calibrato, che tiene aperta la porta diplomatica senza rinunciare alla deterrenza.

Qatar. Doha gestisce una contraddizione strutturale: ospita la più grande base militare americana in Medio Oriente, Al Udeid, che è stata attaccata dall’Iran, ed è simultaneamente il principale canale diplomatico verso Teheran. L’emiro Sheikh Tamim ha avvertito Trump per telefono che l’escalation potrebbe avere serie conseguenze globali, chiedendo soluzioni diplomatiche. Il premier ha dichiarato che gli attacchi hanno prodotto «un grande scossone» alla fiducia con l’Iran. Il ministero degli Esteri ha annunciato la volontà di rafforzare la partnership di sicurezza con Washington, confermando che l’accordo esistente resta il principale deterrente. Il Qatar sembra voler tenere aperto ogni canale senza chiuderne nessuno.

Oman. La sua neutralità storica non lo ha protetto. Essere stati colpiti nonostante l’assenza di basi americane sul proprio territorio segnala che in questo conflitto tutti i paesi della regione sono stati spinti a scegliere un lato, indipendentemente dalla propria postura diplomatica.

Turchia: un attore NATO nel mezzo del conflitto

Il 4 marzo, i sistemi NATO hanno intercettato un missile balistico iraniano diretto verso la base di Incirlik. Il 9 marzo ne è stato abbattuto un secondo nei pressi di Gaziantep. Teheran ha negato, ma – come ha osservato Gönül Tol del Middle East Institute – la strategia difensiva a mosaico attivata dall’Iran in condizioni di guerra, che delega autorità ai comandanti locali delle Guardie della Rivoluzione, aumenta strutturalmente il rischio di lanci non coordinati. Il ministro Fidan ha trasmesso formale protesta, avvertendo che alla prossima violazione Ankara risponderà direttamente.

La postura turca non è però riducibile alla gestione di incidenti di frontiera. Alper Coşkun della Carnegie Endowment ha chiarito che Ankara distingue nettamente tra gli obiettivi americani – percepiti come tattici e potenzialmente limitati – e quelli israeliani, considerati orientati a una trasformazione regionale che marginalizzerebbe la Turchia. La rivalità turco-israeliana è già visibile in Siria e nel Mediterraneo orientale; il conflitto iraniano rischia di estenderla, soprattutto se Washington procedesse all’armamento di gruppi curdi legati al PKK. Trump ha pubblicamente incoraggiato i curdi iraniani a insorgere, salvo poi ritrattare parzialmente. Per Ankara, anche una discussione in tal senso è sufficiente a compromettere il fragile processo di disarmo avviato con Öcalan. Sul piano economico, ogni aumento di dieci dollari al barile aggiunge circa sette miliardi al deficit delle partite correnti turche. Come ha sintetizzato un funzionario turco citato dal MEI: «Quando si arriva al dunque, Trump ascolta Netanyahu e nessun altro».

Egitto: vulnerabilità multiple, mediazione difficile

L’Egitto non ospita basi straniere ed è rimasto immune dagli attacchi diretti. Eppure il conflitto lo colpisce su più fronti. Israele ha sospeso le forniture di gas naturale, che coprono tra il 15 e il 20% del consumo egiziano e fino al 60% delle importazioni. Il Canale di Suez, già in difficoltà dopo oltre 9 miliardi di dollari di mancate entrate dal 2023, rischia una nuova contrazione se gli Houthi riaprono il fronte del Mar Rosso. Il turismo – 19 milioni di arrivi e 18 miliardi di dollari nel 2025 – ha subito un colpo immediato dall’allerta del Dipartimento di Stato americano, che includeva l’Egitto tra i 14 paesi a rischio. Come ha analizzato Mariam Wahba su Foreign Policy, queste pressioni economiche aprono spazio agli oppositori interni, comprese le reti islamiste.

Sul piano diplomatico, il ministro degli Esteri Abdel-Aty ha proposto durante la riunione d’emergenza della Lega Araba la creazione di una forza araba congiunta – una mossa che segnala ambizione, ma la cui praticabilità dipende da variabili che il Cairo non controlla.

Pakistan e India: la dimensione confessionale

Il Pakistan – il secondo paese musulmano più popoloso del mondo, dopo l’Indonesia – è impegnato su due fronti simultaneamente: la guerra aperta con l’Afghanistan dall’offensiva del 22 febbraio, e le conseguenze del conflitto iraniano sulle proprie rotte energetiche e sui cinque milioni di cittadini residenti nel Golfo. Lo sottolinea Michael Kugelman su Foreign Policy. Islamabad ha annunciato che le proprie navi scortano i vascelli commerciali nella regione. La dimensione più difficile da gestire è però quella confessionale: il Pakistan ospita la più grande comunità sciita al mondo dopo quella iraniana, e la morte di Khamenei ha prodotto ondate di protesta culminate nell’assalto al consolato americano di Karachi. 

Scrive il New York Times: «L’ayatollah Ali Khamenei non era solo la guida suprema dell’Iran, ma anche una figura religiosa ampiamente rispettata tra i seguaci dell’Islam sciita. In Pakistan e in India, entrambe patria di milioni di sciiti, si è scatenata un’ondata di rabbia e dolore dopo la sua uccisione». Questa frattura non è solo emotiva, ma introduce una pressione identitaria che attraversa trasversalmente il mondo sunnita, complicando le posture ufficiali dei governi e alimentando dinamiche interne difficili da controllare.

In India, il Kashmir – regione a maggioranza musulmana con legami storici con l’Iran – è tornato in subbuglio, con scuole chiuse e internet limitato come misura precauzionale. Modi si trova in una posizione scomoda: ha visitato Gerusalemme pochi giorni prima degli attacchi, ma mantiene legami strutturali con Teheran, come dimostra la concessione del porto di Chabahar.

Una regione che non sarà più la stessa

Il conflitto in Iran  ha rivelato la condizionalità di equilibri regionali che sembravano consolidati. La stabilità del Golfo, costruita con anni di investimenti e diplomazia, si è dimostrata vulnerabile a una guerra che nessuno dei suoi protagonisti aveva cercato. La Turchia ha scoperto i limiti della propria autonomia strategica. L’Egitto cerca di trasformare la vulnerabilità in influenza. Pakistan e India gestiscono fratture confessionali che la guerra ha riaperto. Quello che resta incerto non è solo la durata delle operazioni militari, ma la forma che la regione assumerà quando si fermeranno e, soprattutto, chi avrà la capacità di orientarla.

 

Alessio Zattolo – PhD Student

Coordinamento a cura di Ciro Sbailò

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